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Feb 02

Il pietoso linguaggio della politica italiana

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Alessandro Bertirotti   In tutti questi anni ho imparato, specialmente dai miei studenti, quanto sia importante riuscire a farsi capire. Non è sufficiente voler dire qualche cosa che si crede importante, circa una dimensione della propria vita oppure dei propri pensieri e che si desidera trasmettere ai propri interlocutori, perché diventa ancora più importante sapere come dire quella certa cosa. È inevitabile che nascano in me questi pensieri, ossia ragionamenti ed opinioni circa il modo con cui si dicono oppure si scrivono le cose, perché è iniziata l'ennesima campagna elettorale. Non so quante volte io abbia votato, da quando ho compiuto i miei primi diciotto anni, ma mi ricordo di avere sempre assistito ai dibattiti elettorali trasmessi in tv, aver letto i quotidiani che ospitavano interviste e proclami di ogni tipo. Ebbene, cercando nella memoria  della mia tarda adolescenza (dai 18 anni, fino a circa i 25) evidenzio oggi un cambiamento, a dire poco spaventoso, con cui la politica, o meglio, la sua comunicazione, propone i propri motivi di voto a tutti gli italiani e non solo. Mi riferisco alla capacità di attenersi, quasi scrupolosamente e con un livello di coscienza antropologica tipico di colui che sa perfettamente di appartenere alle stesse specie e genere, ai fatti della vita concreta, a come effettivamente le persone vivono il quotidiano. Proprio nella vita di tutti i giorni, il linguaggio della politica è assente, totalmente, e ad un punto tale che solo un esponente su tutti, ossia il tragi-comico Beppe Grillo (e lo definisco tragicomico nella sua accezione nobile, teatrale, non affatto sarcastica…) parla come fosse un essere umano uguale a tutti gli altri. Ora, se le situazione è questa, viene spontaneo chiedersi quali siano le reali intenzioni di questa politica: rappresentare la realtà, costruendola con un linguaggio che in qualche misura vi sia aderente, oppure costruire una continua e costante sensibilità verso il nulla, il vuoto? Se l'obiettivo è il secondo, è utile capire, noi che ascoltiamo, tale linguaggio, come in questo modo la mente umana, permeata di vuoto, si predisponga, per difendersi dall'assenza di senso, ritenere che tutte le cose della politica siano uguali e, alla fine, inutili. La formazione di questa convinzione porta ovviamente alla progressiva disaffezione alla politica stessa, che, utilizzando parole che non significano il quotidiano, diventa l'espressione peggiore dell'utilitarismo personale. Cerchiamo dunque, e questo lo dico a tutti noi, in prima persona a me che lo sto scrivendo, di prestare molta attenzione ai discorsi politici, oltre le frasi ad effetto, le battute ridicole e i doppi sensi, perché in realtà ne va della nostra mente. Di Alessandro Bertirotti Da Affari del 1/2/2013
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