Gen 15

Clochard: CRI Roma “Urgenti altre strutture di ricovero notturno”

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Oggi un'altra notizia di una persona senza dimora morta a Roma questa notte forse per il freddo. E' urgente trovare soluzioni a partire da quella che la nostra città si doti di altre strutture di ricovero permanenti. In assenza di quelle soluzioni strutturali che sono necessarie e che continuiamo a sollecitare da tempo, in queste ore va affrontata quella che appare una vera e propria emergenza. La situazione che troviamo nelle strade, monitorata anche dai Volontari della Croce Rossa che cercano di fare il possibile per portare aiuto è drammatica. Lo ribadiamo. O si prende atto che quella delle persone senza dimora è una situazione da risolvere e gli si dà priorità cercando le risorse e le soluzioni o rischiamo di fare, soprattutto quando fa freddo di notte una tragica conta delle vittime, nonostante gli sforzi fatti per affrontare l'emergenza freddo.
dichiarazione di Debora Diodati, Presidente della Croce Rossa di Roma
 
Ufficio Stampa e Comunicazione
Croce Rossa Italiana - Comitato Area Metropolitana di Roma Capitale
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Gen 15

Massoneria: Goi, parla Stefano Bisi

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Massoneria: Goi, parla Stefano BisiLa Massoneria si affermò in Europa e nel mondo difendendo principi e ideologie umanitarie. Nel 1717 a Londra se ne dà costituzione più formale come unione di associazioni ed organizzazioni gerarchiche dette “Logge”. La prima testimonianza certa e documentata della presenza massonica nel nostro Paese risale al 1728 a Napoli, ma ci sono tracce che testimoniano la presenza della prima Gran Loggia italiana nata ancora prima, nel 1723 a Girifalco, un piccolo centro abitato con appena settemila abitanti, che si adagia fra le colline coperte da ulivi secolari, all’ombra del Monte Covello, tra il fiume Pesipe e il Caria, poco distante da Lamezia Terme e da Vibo Valentia, sul versante tirrenico, a 36 chilometri da Catanzaro. Proprio lì nacque la prima Gran Loggia massonica italiana, la Fidelitas. Oggi in Italia la Massoneria è frammentata in diverse obbedienze e comunioni. Fra queste il Grande Oriente d’Italia (Goi) guidata dal Gran Maestro Stefano Bisi dal 2014, che dal 1982 appartiene alla Loggia Montaperti di Siena, la sua città, al quale chiediamo di spiegarci alcuni aspetti della vita massonica, per far comprendere meglio al grande pubblico in cosa consiste e se c’è un “segreto massonico”. Il Goi, contrariamente ad altre obbedienze, ha deciso di comunicare anche attraverso i social. Questa scelta avviene in coerenza alle sempre più diffuse iniziative di apertura per fare conoscere anche ai non aderenti, i cosiddetti profani, ciò che è e vuole rappresentare nel Paese l’istituzione massonica? Si, perché noi ci consideriamo uomini senza tempo ma nel tempo. Nel senso che siamo fedeli a valori tradizionali di libertà, uguaglianza e fratellanza che sono i nostri valori fondanti. Però siamo anche nel mondo e quindi bisogna interpretare i cambiamenti del mondo, senza essere schiavi di questi cambiamenti. È una linea anche complicata da seguire però ci proviamo, quindi il nostro sito internet è da anni molto aggiornato, in più la presenza sui social è significativa. Così come di recente sono stato alla Conferenza Mondiale dei Gran Maestri a Panama e anche molte altre Comunioni massoniche estere stanno seguendo questa linea. Con tutti i rischi che comporta stare sul web, perché essere presenti ha i suoi aspetti positivi ma anche negativi. E’ sempre andato tutto liscio, non avete mai riscontrato aspetti negativi dalla vostra presenza in rete? Finora tutto liscio, ci siamo e cerchiamo di essere attenti. Non bisogna esserne schiavi. Le nuove tecnologie devono servire a farci capire e conoscere di più al mondo che ci circonda. Se vogliamo abbattere certi pregiudizi bisogna spiegare chi siamo e che cosa facciamo, che è difficile, però bisogna provarci. E per spiegare chi siamo e che cosa facciamo bisogna utilizzare nuovi strumenti. In ogni fase della vita della Libera Muratorìa c’è stata l’attenzione al tempo che cambiava, anzi in tanti casi ci sono state avanguardie di massoni per i diritti, pensiamo alla scuola pubblica, alla legge sul divorzio, sono stati anticipatori in un certo senso. Nel nostro Paese la Massoneria viene avvertita in una accezione negativa. Senza scomodare il ricordo degli innumerevoli eroi del Risorgimento e i Padri della Patria che erano affiliati alla Massoneria, cosa può dire il Gran Maestro del Goi a quanti vogliono cercare, senza alcuna preclusione, di conoscere il significato dell’essere massoni oggi? Intanto di avvicinarsi a questo nostro mondo senza pregiudizi, ciò vuol dire vedere, cercare di conoscere, cercare di capire. In fondo noi siamo un luogo dove si fa educazione alla cittadinanza, nel senso che nelle Logge si parla uno alla volta e quindi c’è un dialogo, c’è una vocazione all’ascolto e credo che questo sia un modo di fare educazione alla cittadinanza. Perché oggi in tantissimi urlano e quindi vuol dire che questa manca, c’è la voglia di sopraffare l’altro, la voglia di non ascoltare. Il paragone rischia di essere inadatto considerate le sofferenze del popolo ebreo a seguito delle atroci persecuzioni razziali ad opera del nazifascismo: tuttavia c’è chi vede un parallelo tra le persecuzioni di quel momento buio della storia ed il buio della ragione che sembra avere caratterizzato in parte l’azione della precedente commissione antimafia. Ritiene che sarà nuovamente tempo del Myosotis? Spero di no, perché spero che il mondo capisca. Certo ci sono dei segnali che sono inquietanti, ormai sono tre anni che dico che quando comincia la persecuzione della Massoneria suona il campanello d’allarme per la democrazia. Successe nel 1925 quando il Parlamento approvò la legge firmata da Benito Mussolini e dal Ministro della Giustizia Alfredo Rocco, che dichiararono fuorilegge la Massoneria. Antonio Gramsci si oppose a questa legge, non perché fosse massone perché non lo era, ma dopo da lì ad un anno finirono le libertà di tutti, dei partiti, dei giornali. Quindi bisogna stare attenti, quando comincia la persecuzione della massoneria in certi casi, come la legge siciliana, una persecuzione vera e propria, suona un campanello d’allarme. C’è una poesia di un pastore luterano e teologo tedesco, Martin Niemoller, che durante un sermone disse “Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare”. Ecco, questa poesia bisogna tenerla bene in testa. I Massoni amano definirsi gli uomini e le donne, del dubbio. In una società che vuole solo certezze ad ogni livello, non ritiene l’istituzione massonica antistorica? No, non è antistorica perché sappiamo interpretare i cambiamenti del mondo, siamo fedeli ai nostri principi fondanti di libertà, uguaglianza e fratellanza, ma siamo attenti anche al mondo che cambia, quindi non siamo antistorici e lo dimostra che nonostante qualche aggressione di troppo il Grande Oriente d’Italia abbia una presenza diffusa su tutto il territorio nazionale in tutte le province, 850 Logge che raccolgono 23000 fratelli. Un’attività consistente, sia di carattere interno che esterno. Il Tempio ha un passo sulla via, nel senso che è aperto al mondo, cioè non esiste un massone che sta chiuso nell’interno del tempio, fa lavori rituali anziché star fuori. Il massone è uno ed uno solo e lavorare per il bene dell’umanità vuol dire fare anche attività culturali, esterne, filantropiche. Noi ne facciamo tantissime in tutta Italia. Ma già il lavoro rituale come ho detto prima del parlare, dell’abituarsi al confronto, è già un’attività che fa bene all’umanità. C’è un prete, Padre Enzo Bianchi, che è stato Priore della Comunità di Bose, che dice una cosa molto bella che si adatta bene anche al pensiero dei Liberi Muratori “quarant’anni fa inaugurai la scuola per insegnare la Parola di Dio contenuta nella Bibbia. Oggi ci vorrebbe una scuola per insegnare a parlare, a dialogare, a confrontarsi”. Questo mi pare che noi lo facciamo: “abbassare i toni e alzare lo sguardo” come ha detto l’architetto Renzo Piano, a proposito della polemica sul ponte di Genova. Le donne non possono chiedere di entrare nel Goi ovvero, come dicono i massoni, a loro è impedito di bussare all’Istituzione. Aiuta le lettrici a comprenderne le motivazioni autentiche? Si, ci sono due ragioni fondamentali: innanzitutto noi ci consideriamo gli eredi dei costruttori delle cattedrali medievali che erano uomini e l’altro motivo è che il Grande Oriente d’Italia fa parte di un sistema internazionale di relazioni con altre duecento Comunioni massoniche dove non è prevista la presenza di donne, perché altrimenti ci sarebbe una irregolarità per questo sistema di relazioni. Quindi al momento non è in agenda un cambiamento del Dna del Grande Oriente d’Italia. La Massoneria e i poveri. L’accusa che viene rivolta abitualmente è che la Massoneria ama fare opere di solidarietà nei confronti di chi versa in stato di bisogno per fare operazioni di facciata, una sorta di specchietto per le allodole per fare la parte dei buoni. Credo che la premessa per far parte del Grande Oriente d’Italia sia di dover essere “buoni”, il che vuol dire non dare un calcio a chi ha bisogno. Se noi facciamo come diceva Mario Calvino, che era nostro fratello, padre dello scrittore Italo, che non era nostro fratello, “la Massoneria è una associazione che tutela il libero pensiero e cerca di fare del bene all’umanità e fare del bene all’umanità per il Libero Muratore è un dovere gradito”. Noi non è che facciamo opere di bene come specchietto per le allodole, le facciamo perché l’interruttore del nostro cuore è sempre acceso. Abbiamo fatto l’impianto di illuminazione del campo sportivo di Norcia anche superando ostacoli burocratici di varia natura, perché ci siamo sentiti di farlo. Abbiamo fatto ambulatori odontoiatrici, i nostri fratelli sono impegnati in associazioni di volontariato, ma questo rientra nel nostro essere massoni. In fondo, di aiutare gli altri è scritto nella promessa solenne che noi facciamo quando veniamo iniziati. E’ un dovere, ma è un dovere previsto anche dalla Costituzione italiana, all’articolo 2, che dice che bisogna adempiere ai doveri di solidarietà economica, politica, sociale, quindi ogni cittadino dovrebbe essere impegnato se rispetta la Costituzione della Repubblica come noi facciamo, ad aiutare gli altri, a rimuovere gli ostacoli. Anche questo è un altro articolo scritto nella nostra Costituzione, ostacoli che impediscono la crescita culturale e sociale delle persone. Intrighi, complotti, giochi di potere. Vi accusano di tutto e di più. Se così stanno le cose, di che vi occupate nel tempo ridotto che vi avanza? Nel poco tempo che ci avanza ci occupiamo del mondo, della nostra vita. Siamo esseri umani normali, forse diversamente normali. La sera andiamo in Loggia, indossiamo un grembiule, dei guanti bianchi, accendiamo le luci che rappresentano la Sapienza, la Forza e la Bellezza e da questo punto di vista siamo persone diversamente normali. Poi siamo cittadini nel mondo e del mondo, voglio sperare che non vengano posti limiti al fatto di poter andare al bar, in una biblioteca, a fare passeggiate. Spero almeno questo venga consentito ancora in futuro. Lei ha scritto un libro “Storia dei rapporti fra Massoneria e Chiesa, da Clemente XII e Benedetto XVI”. Mi racconta qualcosa dei reali rapporti fra Massoneria e Chiesa Cattolica? Ho provato a fare un racconto fino a Benedetto XVI perché scrissi nel 2008, quindi magari andrebbe aggiornato con Papa Francesco e la Chiesa Cattolica, ma sicuramente la scomunica del 1738 di Papa Clemente XII poi con modifiche varie è un passaggio importante. Ora la scomunica nel Codice di Diritto Canonico non c’è più. Ma c’è stata un’altra data importante quella del 20 settembre 1870 con la Breccia di Porta Pia che sicuramente ha inciso nei rapporti fra la Chiesa e la Massoneria, soprattutto in Italia. Però ci sono dei fatti rilevanti accaduti anche negli ultimi tempi, c’è stato un bell’articolo del Cardinale Gianfranco Ravasi pubblicato sul Sole 24 Ore nel 14 febbraio 2016, intitolato “Cari fratelli massoni”, dove diceva che nel variegato mondo massonico ci sono esperienze significative di rapporti di attività filantropiche, “al di là della diversa identità non mancano i valori comuni: di comunitarismo, beneficenza, lotta al materialismo, spiritualità”. Quindi aveva parole di apprezzamento per il nostro lavoro e questo è un fatto significativo perché il Cardinale Ravasi è uno degli esponenti della gerarchia ecclesiastica più noti, importanti, più rappresentativi. Poi, negli ultimi tempi, ho incontrato a Matera Don Paolo Renner, il Direttore dell’Istituto di Scienze Religiose di Bolzano, che ha parlato dei rapporti tra Chiesa Cattolica e Massoneria e poi vicino a Gubbio con il Priore di Fonte Avellana che è un camaldolese impegnato nel mondo, col quale abbiamo avviato un dialogo significativo. Poi anche a Castel del Monte con il responsabile del Centro del Consiglio Ecumenico della Comunità. Ci sono delle attività di dialogo in corso che noi facciamo, perché credo che i muri vadano superati. Lo dice sempre Papa Francesco e lo dico anch’io da molto tempo, da quando sono stato eletto. Bisogna abbattere i muri e costruire i ponti, i ponti uniscono. @vanessaseffer
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Gen 10

Al malato si deve dire sempre la verità? E come?

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Parlano Giuseppe Quintavalle e Luciano Cifaldi, rispettivamente commissario e direttore sanitario della Asl Roma 5. Cosa comunicare al paziente e in che modo: la questione è oggetto di dibattiti e confronti. Anomalie procedurali o addirittura la mancanza della espressione formale al trattamento o ad indagini diagnostiche non sono prive di conseguenze di tipo legale. Una comunicazione superficiale, frettolosa o addirittura erronea, può avere effetti devastanti. Di Vanessa Seffer Nelle aule accademiche, nei congressi medici e nelle aule giudiziarie si dibatte spesso di temi quali il consenso informato e la comunicazione al malato in quanto anomalie procedurali o addirittura la mancanza della espressione formale al trattamento o ad indagini diagnostiche non sono prive di conseguenze di tipo legale. Altri argomenti sui quali si dibatte, riguardano la opportunità o meno di comunicare la verità alla persona malata e le modalità di comunicazione della stessa.Le fasi che precedono l’acquisizione del consenso alle indagini diagnostiche ed alle terapie sono molto delicate. Una comunicazione superficiale, frettolosa o addirittura erronea, può determinare un effetto moltiplicatore delle ansie e delle paure avvertite dal paziente e dai suoi familiari costituendo spesso la fase prodromica di possibili denunce. A tale proposito si confrontano, e si scontrano, due principali scuole di pensiero: quella tipicamente anglosassone afferma che comunicare la verità al malato è il comportamento migliore ed in questa comunicazione trovano ampio spazio numeri e statistiche, percentuali di sopravvivenza e di guarigione su casistiche. Una seconda scuola di pensiero, che trova ampio seguito anche in Italia, e che probabilmente deriva da una cultura umanista più evidente, si basa anch’essa sui dati statistici ma ribadisce la necessità di adottare ogni opportuna cautela e delicatezza proprio in considerazione del vissuto emotivo che accompagna la persona affetta da malattie potenzialmente ad esito infausto. Ne parliamo con il Dott. Giuseppe Quintavalle, psichiatra, commissario straordinario della Asl Roma 5 e Direttore Generale della Asl Roma 4 e con il Dott. Luciano Cifaldi, oncologo e Direttore Sanitario della Asl Roma 5. Dott. Quintavalle, appare evidente che il dovere professionale ma anche medico-legale di comunicare informazioni relative allo stato di salute è già per se stessa una procedura complessa, non priva di problematiche poiché i risvolti pratici, nella realtà quotidiana, sono molteplici. E’ chiaro che, al di là delle scelte tecniche, della modulistica da firmare, delle procedure da adottare, del rispetto della pressante normativa sulla privacy, c’è l’esigenza di stabilire una modalità applicabile in maniera diffusa tale da costituire un possibile standard informativo a tutela del malato e dei familiari ma anche a tutela del professionista per eventuali, e di questi tempi non improbabili, contenziosi giudiziari con tutto ciò che ne deriva, dagli aspetti assicurativi, alla sfiducia, alla medicina difensiva con l’aumento di spesa pubblica conseguente al proliferare di indagini aventi anche la finalità di autotutela. Dott. Cifaldi, alla opportunità di adottare uno standard si contrappone di fatto il reale riscontro che ogni medico è tradizionalmente votato ad utilizzare un personale linguaggio che nasce dalla propria educazione, dagli studi e dalla esperienza acquisita con la pratica clinica. In questo percorso formativo gli influssi ambientali sono a volte determinanti? È vero. Il linguaggio del “sapere medico” è specifico, abbonda di termini tecnici, spesso appare incomprensibile ai più. Appare chiaro pertanto che è difficile trovare una risposta esatta, e dunque ragionevole, alla domanda relativa al cosa e come comunicare alla persona malata. Il pianeta cancro è come il cubo di Rubik e le sue quasi infinite sfaccettature e dunque non è semplicemente riconducibile ad elementi di spesa farmaceutica e di costi del Servizio Sanitario Nazionale. A ben pensarci a quanti di noi è capitato di formulare o di vedere formulata la richiesta, specificamente espressa da parte dei familiari del malato, di una informazione annacquata, ammorbidita, edulcorata, non veritiera e dunque manipolata “a fin di bene”? E qui ritorniamo al quesito su cosa dire, sul grado di verità da trasmettere. Dire poco? Dire tutto? E cosa è poco? Non esiste un benchmark, un punto di riferimento in questo tipo di comunicazione mentre invece appaiono alti i rischi medico legali collegabili ad un atteggiamento che recepisca in maniera quasi passiva la richiesta basata sulla generica opinione che il “malato preferirebbe non sapere”. Come si esce dal ginepraio Dott. Quintavalle? Come si mettono in fila regolare i quadrati del cubo di Rubik? Un aiuto può derivare dalla consapevolezza che nelle malattie altamente invalidanti e a prognosi potenzialmente infausta occorre differenziare la comunicazione al malato da ogni altro tipo di informazione e comunicazione alla quale siamo abituati nella nostra quotidianità e che non si può prescindere dalla necessità di dare compimento ad una relazione empatica. Tutti i medici sono in grado di creare una relazione empatica? Non credo tutti ma bisogna fare il possibile, perchè ogni persona malata, tanto più invalidante e grave è la sua malattia, sente su di sé la minaccia costante che la patologia stessa porta alla integrità psicologica e fisica: e allora spetta ad ogni medico essere capace di dimostrare che ogni azione è finalizzata al benessere del malato. E magari il malato e i suoi familiari, anche di fronte alla ineluttabilità della malattia, potranno riprendere a considerare il medico come un alleato e non come un individuo da trascinare a torto o ragione nelle aule di un Tribunale dove poi, nella quasi totalità dei casi verrà assolto perchè non colpevole del reato per il quale è stato denunciato. Il commissario straordinario della Asl Roma 5, Dott. Giuseppe Quintavalle, attribuisce grande importanza ai percorsi di comunicazione ed umanizzazione e sono in programma specifici corsi di formazione per il personale aziendale. @vanessaseffer   Da Sanità Online-News
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Gen 10

Un’aggressione al giorno leva il medico di torno

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Un’aggressione al giorno leva il medico di tornoIl 5 maggio 1860 Giuseppe Garibaldi decise di porsi al comando dei mille volontari, di salpare da Genova Quarto in direzione della Sicilia, con l’obiettivo di liberare il meridione e giungere all’Unità d’Italia. Con la proclamazione del Regno d’Italia, Vittorio Emanuele II assunse il titolo di Re d’Italia. Dopo averla unita territorialmente, restava tuttavia il problema di unificare l’Italia dal punto di vista amministrativo, economico e politico. Questo era sì un problema, ma forse non veniva ritenuto il principale. Tanto che che Massimo D’Azeglio pronunciò la famosa frase “fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”, anche a significare che per quanto geograficamente e politicamente nel 1861 risultasse unita, nel Paese avrebbero continuato a regnare culture e tradizioni variegate e ben differenti tra loro. Oltre all’unità politica, altrettanto importante era la necessità di realizzare tra gli italiani uno spirito civico e una coscienza nazionale, un’autentica unità nel sentire e nell’agire. Bene, oggi nel 2019 possiamo affermare, senza alcun orgoglio, che il vaticinio di D’Azeglio è stato realizzato. L’Italia è unita, dalle Alpi alle Madonie, isole comprese, in un comune sentire ed agire: le aggressioni al personale sanitario. - Aprile 2018, ospedale Civico di Palermo: infermiere aggredito due volte nello stesso turno; - Maggio 2018, ospedale San Gerardo di Monza: aggressione a medici ed infermieri in pronto soccorso; - Luglio 2018, ospedale di Cinisello: aggrediti un medico e quattro infermieri; - Luglio 2018, ospedale di Catania: aggrediti medici e distrutte, con il lancio di una barella, le apparecchiature; - Luglio 2018, ospedale di Capri: aggressione a medico ed a due infermieri; - Luglio 2018, Jesolo: aggressione ad un medico del pronto soccorso; - Agosto 2018: Crotone, aggressione a medico ed infermieri; - Agosto 2018: Messina, aggressione a medici ed infermieri; - Settembre 2018: Sanremo, medico legale accoltellato e ucciso; - Settembre 2018, ospedale di Como, aggressione a medici ed infermieri, poi vengono picchiati i poliziotti intervenuti (interessante variante sul tema); - Ottobre 2018, ospedale Molinette a Torino, nuova aggressione a medici ed infermieri; - Novembre 2018, Ferrara: insulti, minacce ed aggressione a medici ed infermieri; - Novembre 2018, ospedale di Tivoli: aggressione al personale del Pronto Soccorso; - Dicembre 2018, Crotone: dottoressa aggredita e accoltellata nel parcheggio dell'ospedale: - Dicembre 2018, Napoli: padre di un paziente minaccia di uccidere infermieri e medici; - Gennaio 2019, Bisceglie: aggressione in pronto Soccorso contro infermieri e medico. Alla povera cronista si perdonerà se, per motivi di spazio editoriale ma soprattutto per motivo di autentico disagio e sofferenza nello scrivere queste parole, la lista risulterà fortemente incompleta, rappresentando solo una minima parte di quello che sta accadendo nel Paese senza che la politica intraprenda azioni concrete, rapide, incisive, dure, per stroncare questi continui atti di criminalità. La latitanza ed il silenzio della politica sulla questione delle aggressioni al personale sanitario rischia di essere, ovviamente solo da un punto di vista morale, l’equivalente del concorso nella commissione di un reato. Solo poche voci, fra cui quella della Cisl Medici, si è sentita andare nella direzione giusta, per stimolare comportamenti virtuosi a questo governo che ha avuto in affidamento un patrimonio professionale che dovrebbe tutelare, su cui dovrebbe vigilare meglio, piuttosto che lasciarlo solo a se stesso. Ovviamente in questo caso non si determina quanto espresso dall’art. 110 del Codice Penale: certo sarebbe interessante approfondire se il silenzio della politica possa contribuire in qualche modo a stimolare l’impulso psicologico alla realizzazione di un reato che materialmente viene commesso da altre persone. Risuona una strofa tra le meno conosciute dell’inno di Mameli: “Noi siamo da secoli calpesti, derisi, perché non siam popolo, perché siam divisi”. Ecco ora non siamo più divisi perché almeno un tema ci accomuna: dal nord al sud le aggressioni al personale sanitario non hanno distinzione di luogo e di dialetti. Corriamo il rischio di assuefarci alla notizia di questi criminali comportamenti che si ripetono ormai con una frequenza quotidiana. Senza renderci conto che siamo di fronte ad una vera, drammatica emergenza sociale. @vanessaseffer
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Gen 04

La curcuma non annulla gli effetti del panettone

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La curcuma non annulla gli effetti del panettone Quasi sei milioni di immigrati condividono con gli italiani spazi, case, luoghi di lavoro e anche i supermercati. Ma chi prende spunto dalle abitudini alimentari dell’altro? Cosa c’è da un po’ di tempo nei nostri carrelli che fa la differenza? Abbiamo finito col somigliare ai nuovi consumatori e loro un po’ a noi. Il cibo ci accomuna, i nostri carrelli parlano chiaro: se gli stranieri si stanno “italianizzando” noi ci stiamo “stranierizzando”: mango, papaia, maracuja, quinoa, aloe, kamut. Non possono mancare tutti i tipi di semi: di lino, di chia, di girasole, di sesamo. Qualcuno ha una vera cultura, legge, frequenta corsi, altri non ci capiscono niente, però fa chic e comprano, comprano e utilizzano di tutto. Ma faranno male? E il latte di cocco senza il quale non avremmo mai un vero pollo al curry? Senza lo zenzero, invece, non potremmo più andare a dormire, la nostra tisana che pizzica un po’ la gola con alcune gocce di limone, è il toccasana del dopocena, fa digerire e nonostante i suoi effetti antinausea, con il suo profumo allunga il tempo con gli amici o la persona amata. Ma a dominare, su tutte le spezie, spadroneggiando pure sui benefici della cannella, adesso c’è la curcuma. Lei, con quel colore giallo-oro, si fa largo perché compone una bevanda dal nome che la dice lunga su quanto possa far sognare e rendere misteriosi i sogni di ciascuno di noi: il Golden Milk. Soave, intrigante, berne una tazza ti fa già sentire in uno dei 27 piani di Antilia, avvolta da splendide sete e circondata da splendidi tesori, magari in compagnia di Mukesh Ambani che organizza una festa sontuosa in quei 37mila metri quadrati che si ergono in mezzo alla popolazione più povera del mondo. Alla base della vera ricetta troviamo acqua calda, un cucchiaino di curcuma, un pizzico di pepe nero che potenzia le proprietà della polvere dorata. A questa pasta si aggiunge olio di cocco e un dolcificante naturale. Le ricette che variano nelle famiglie indiane a seconda dell’uso terapeutico (?) che bisogna farne. Richiede tempo e attenzione. Oggi, nei nostri supermercati, troviamo la curcuma nelle tisane, in compresse da sola o con la piperina, in polvere da sciogliere nel latte di soia, nel latte di riso, nell’acqua o nello yogurt. Ma possiamo affidarci a questi espedienti per sgonfiare la pancia, per avere senso di sazietà, per dimagrire? Quali sono i pericoli che incontriamo nel cercare facili espedienti, piuttosto che fare una vita sana, regolare, senza esagerazioni? I prodotti esotici sono benefici o solo trendy? Le donne dovrebbero consumare circa duemila chilocalorie al giorno e gli uomini 2.500, ma se le persone in questione fossero allenate, andassero abitualmente in palestra, fossero abituate al movimento costante. Di fatto, la stragrande maggioranza della popolazione nostrana vive sul divano, pertanto il fabbisogno delle chilocalorie si riduce drasticamente di circa 300/500 per genere. Di tutto questo e dei supportini miracolosi, semi, curcuma, tisane dimagranti, parliamo con il dottor Andrea Ghiselli, che insegna alla Sapienza di Roma, esperto nutrizionista del Centro di ricerca Crea, fra le cui attività il Centro si pregia di monitorare le abitudini alimentari e lo stato di nutrizione della popolazione italiana. “Li possiamo definire integratori 2.0 – afferma dice Ghiselli – nel senso che l’uomo ha sempre cercato scorciatoie per sottrarsi ai doveri della vita. Uno di questi è mangiare meno e muoversi di più. Siccome non è piacevole allora ricorre agli integratori, alle pillole, o agli alimenti che si ritengono salvifici o detossinanti e più sono esotici e più sono accattivanti. Però sono fuochi d’artificio che per fortuna durano poco. La curcuma insieme alla piperina promettono un aumento del metabolismo basale e dunque un aumento dell’efficacia dimagrante. Peccato che questo non sia stato ancora provato da studi scientifici. La curcuma ha alcune proprietà anticancro però in provetta. Sembra che inibisca la crescita di alcune cellule cancerose, ma sono studi fatti in vitro, non sull’uomo. Nelle provette succede sempre qualche cosa, quindi attenzione, invito alla calma. Bisogna poi ripetere i test sull’uomo perché questi siano effettivamente ritenuti validi. L’unica cosa che dicono questi venditori è che siccome in Oriente hanno un numero inferiore di cancri rispetto all’Occidente, allora dev’essere per forza per la curcuma oppure il curry, oppure le bacche di goji. In realtà in quei Paesi fanno una dieta completamente diversa dalla nostra”. E con i semi la faccenda com’è? I semi non sono detossificanti e oleosi. L’olio dei semi è vegetale quindi un olio insaturo. È un grasso tra virgolette buono come quello dell’olio d’oliva o dell’avocado. In più, alcuni hanno anche delle quantità non trascurabili di calcio. Tra cui, per esempio, i semi di sesamo. Però il contraltare dei semi è che siccome sono grassi ti danno 600, 700 calorie per ogni 100 grammi. Quindi bisogna consumarne una quantità moderata. Allora, vanno bene se noi li assumiamo come muesli inzuppati nel latte, con frutta secca in guscio, frutta essiccata e qualche fiocco di cereali. Alla larga dal panettone? Assolutamente no! Credo che la tradizione vada rispettata. La tradizione è la fetta di panettone nei giorni di Natale. Se però cominciamo a comprare il panettone il primo dicembre e smettiamo il primo febbraio allora non è più tradizione, ma un uso sconsiderato. Anche perché dobbiamo considerare che una fetta di panettone media, non piccola, pesa un etto, un etto e dieci, quindi si tratta di 350, 400 calorie, soprattutto se sono quei panettoni farciti. Rendiamoci conto che si tratta di un alimento molto calorico. Quindi di una coccola che ci possiamo fare ogni tanto e meglio se non alla fine di un pasto tipicamente natalizio italiano, dopo aver mangiato un capretto intero e una teglia di lasagne. Sarebbe bene consumarlo come merenda o come colazione, in sostituzione di pane burro e marmellata. Possiamo mangiare tutto ma al momento giusto, dosando bene le porzioni, senza sperare nell’intervento miracoloso della curcuma, quindi? Mi spiace distruggere questo mito, però è così! Ma invito i lettori a fare la prova. Bisogna verificare quanto pesi una fetta di panettone. È il modo migliore per rendersi quanto hanno mangiato a Natale e cosa stanno continuando ad ingurgitare. D’altronde, la Befana non è ancora arrivata. @vanessaseffer
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Gen 02

LA BEFANA VIEN DI NOTTE E AL P.S. TUTTI A FROTTE

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Si dice spesso, ed a ragione, che alcuni servizi erogati per le intere 24 ore dalla sanità pubblica, ed è questo il caso del pronto soccorso, della chirurgia in urgenza, dei reparti di degenza solo per citare alcuni esempi, siano ormai tra i pochi che effettivamente danno risposte immediate e concrete al bisogno assistenziale espresso dai cittadini. Eppure la percezione è che molti cittadini non abbiano la consapevolezza di questa realtà che continua ad essere operativa pur tra le mille difficoltà derivanti dalle ormai croniche carenze di personale ed i molti deficit organizzativi e strutturali che caratterizzano le aziende sanitarie. È una dinamica complessa anche da un punto psicologico. Entrando in casa si spinge l’interruttore ed ecco che si accende la lampadina. Se poi si rimane al buio ci si dirige verso il quadro elettrico e si cerca di capire se è scattata la leva chiamata, non a caso, salvavita. La si solleva e finalmente ecco la luce e la tranquillità che ne deriva. Pensiamo a cosa potrebbe accadere se sollevando la leva non ottenessimo il ritorno della luce: preoccupazione, disagio, forse panico perchè non se ne capisce il motivo. Pensiamo ora a quale reazione potremmo avere di fronte ad una interruzione delle prestazioni sanitarie. Certo si dirà che i medici andrebbero incontro a problematiche giudiziarie e disciplinari perchè l’interruzione di pubblico servizio, oltre ad essere di per sè esecrabile, costituisce un reato e come tale è condannabile. Pensiamo peró a cosa accadrebbe se i medici si attenessero rigidamente a ció che detta il contratto, peraltro in ritardo di dieci anni, se evitassero di fare ore di straordinario, peraltro spesso non pagate e compensabili con ipotetici successivi riposi pressochè impossibili da usufruire considerata la diffusa povertá degli organici di personale. Cosa accadrebbe se i medici, stretti tra le pastoie burocratiche, le accuse di malpractice, gli spot pubblicitari che li dipingono quasi alla stregua di criminali, si limitassero a fare nulla di più di ció che è il loro mandato professionale di diagnosi e cura? Qualcuno direbbe che sarebbe già tanto e che si accontenterebbe di questo perchè ognuno di noi ha una esperienza negativa da raccontare, un ricordo della memoria. Ma torniamo alla frontiera del Pronto Soccorso che dovrebbe rappresentare l’interfaccia tra ospedale e territorio, il servizio dove in prima istanza si rivolgono i cittadini con problemi di salute reputati urgenti. Nella specifica pagina del Ministero della SaIute si legge che “i servizi di pronto soccorso e di accettazione svolgono attività di accettazione per i casi elettivi e programmati e per quelli che si presentano spontaneamente e non rivestono carattere di emergenza-urgenza, nonché per i soggetti in condizioni di urgenza differibile, indifferibile e in condizioni di emergenza”. Dalla lettura della definizione di Pronto Soccorso si trae la conclusione che esso rappresenta il principale biglietto da visita dell’ospedale. Tuttavia le immagini di affollamento e sovraffollamento dei PS, accentuate dai picchi influenzali del periodo, non fanno pensare a quei criteri di affidabilità ed efficienza che dovrebbero caratterizzare una sanità che funziona e dunque nell’immaginario collettivo ne risulta alterata la percezione del buon funzionamento della stessa. Le attese per essere visitati e per essere ricoverati, nei Pronto Soccorso della penisola, sono la evidente dimostrazione di come i tagli lineari cui è stato sottoposto il Sistema Sanitario Nazionale negli ultimi anni abbiano avuto delle pesanti conseguenze sulla qualità dei servizi erogati ai cittadini. Cittadini che peró non si pongono il quesito sulle responsabilità politiche di questo dissesto e, limitandosi a spingere l’interruttore della luce e non ottenendo con immediatezza l’accensione della lampadina, ovvero l’erogazione del servizio atteso, finiscono spesso ad alimentare le cronache quotidiane con atti sempre più frequenti di aggressione ai danni dei medici e degli altri operatori sanitari. Secondo il Programma Nazionale Esiti (PNE) che è uno strumento di valutazione a supporto di programmi di audit clinico e organizzativo, diffuso da Agenas, negli ultimi anni gli accessi di durata inferiore a 12 ore sono stati mediamenre intorno ai 15 milioni. Globalmente i dati 2017 parlano di circa 23.500.000 di accessi all’anno per le varie tipologie di codice e durata degli stessi. Si tratta di numeri enormi a fronte dei quali sono estremamente rari casi accertati di malasanità. I giorni iniziali di ogni anno sono poi sicuramente tra i più complicati per il sistema. La sintomatologia influenzale, febbre alta, mal di gola, raffreddore e problemi gastrointestinali, portano le strutture vicine al collasso per la grande affluenza di pazienti. Ed ecco allora il teatrino della politica.Da un lato le accuse da parte delle opposizioni di inefficienza e di errata programmazione, dall’altra la conseguente risposta di chi governa gli enti regionali con l’elenco delle misure messe in campo per fronteggiare l’emergenza e limitare le difficoltà derivanti dall’iperaffollamento: l’invito a tutte le strutture a dimettere i pazienti 7 giorni su 7, compresi sabato e domenica; l’accordo con le strutture private per la gestione dei trasferimenti in ricovero ordinario; l’apertura degli ambulatori medici di famiglia il sabato e la domenica, compresi i giorni festivi; l’apertura di presidi per i pediatri di libera scelta il sabato e la domenica e nei festivi, ultimo e positivo esempio nel Lazio a Colleferro nell’ambito della Asl Roma 5. Tutto già visto come da copione. Peró in prima fila a “beccarsi le pallottole” restano gli operatori sanitari. E allora viene spontaneo riproporre la proposta della Cisl Medici di far si che le aziende si costituiscano parte civile in caso di aggressione ai propri dipendenti che costituiscono la principale ricchezza della nostra sanità pubblica. @vanessaseffer Da Sanità Online-News
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Dic 30

E LA CHIAMANO CASTA

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“Penso che il ministro Grillo sia d’accordo sul fatto che sia necessario difendere il diritto del soggetto debole. La casta invece penso che sia in grado di difendersi da sola”.Esordisce così il presidente della società promotrice di quell’infelice spot con la Bonaccorti, nella replica ai sindacati medici, agli Ordini Professionali Provinciali, alla FNOM, ai politici che hanno ritenuto di mettersi dalla parte dei camici bianchi. Esordisce con un termine vecchio, stantìo, ammuffito che ampiamente da la misura della totale assenza di un modello propositivo da parte di questa società, che per difendere il cosiddetto soggetto debole non si fa alcuno scrupolo di incitare all’odio contro una categoria che, tra mille problemi ed altrettante difficoltà, continua a garantirci, insieme agli altri professionisti della sanità, infermieri e tecnici, il diritto alla salute. Il termine “casta” ha da vocabolario essenzialmente due significati:1. Gruppo sociale chiuso, che si forma e si perpetua in genti e paesi di particolare cultura (per es. le caste in cui sono divisi gli Indù).Oppure, in forma estensiva: 2. Classe di persone che si considera, per nascita o per condizione, separata dagli altri, e gode o si attribuisce speciali diritti o privilegi. Sulla prima definizione c’è poco da dire, tale è l’evidenza della inappropriatezza del significato se attribuito alla categoria medica.Allora considerato che medico lo si diventa dopo il conseguimento della laurea in medicina e chirurgia, che dura sei anni, e considerato che occorre specializzarsi in una disciplina, della durata di almeno altri quattro anni, per accedere ad un concorso pubblico nel servizio sanitario nazionale, anche la seconda accezione del termine casta è impropria. Medico si diventa, e non si nasce tale per scelta divina. Che poi qualche medico, a livello personale possa ritenere di avere speciali diritti o privilegi, allora questo è un altro discorso. I medici di oggi, alle porte del 2019 sarebbero casta? Questo presidente lo raccontasse ai medici che garantiscono 24 ore al giorno l’assistenza! Lo raccontasse a quanti lavorano senza ottenere il pagamento degli straordinari! Lo raccontasse a chi è senza contratto da dieci anni! Lo raccontasse alla dottoressa violentata a Trecastagni (Catania) durante la guardia! Lo raccontasse ai medici caduti nell’adempimento del loro dovere! Lo raccontasse a quelli malmenati quotidianamente sul posto di lavoro oppure a quella dottoressa accoltellata a Crotone il 4 dicembre. Poi certamente i medici a volte ci mettono del proprio per farsi male da soli e l’esperienza personale può farci ricordare singoli ma rari episodi spiacevoli, più dettati da ineducazione e scarso dialogo, piuttosto che da manifesta ed acclarata incapacità professionale. E magari saranno proprio queste brutte campagne pubblicitarie a far si che i medici, consapevoli anche del loro numero in forte riduzione, tenteranno di diventare una casta con tanto di potestà di contro denuncia per diffamazione e richiesta di risarcimento per danno d’immagine verso il denunciante, quando la causa si risolve in un nulla di fatto come accade nella totale maggioranza dei casi. E allora per il comune cittadino saranno dolori. A proposito, chi curerà il dolore quando il medico sarà definitivamente barricato nella medicina difensiva? Google, una app sul telefonino, un pool di avvocati, Spazio 1999, un volto televisivo, una voce radiofonica, le spezie indiane, una divinità a scelta? Ma mi faccia il piacere! Scomodando il principe Antonio de Curtis in arte Totò. @vanessaseffer   Da Sanità Online-News
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Dic 29

I medici protestano: finiremo per farci curare dagli avvocati?

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Nel clima delle festività natalizie, tra bollicine e panettoni, regali e presepi, nell’attesa dei consueti botti di fine anno, sembra essere sfuggito, con qualche rarissima eccezione, all’attenzione dei politici nostrani l’ennesimo spot contro i medici. Sarà il clima festaiolo, sarà che la finanziaria andava chiusa ed occorreva stare attenti a non fare saltare gli emendamenti che stanno a cuore al proprio paesello ed alla propria consorteria, ma resta il fatto che nessuna voce della politica si è levata per condannare l’aggressione verso la categoria medica e, di fatto, verso il servizio sanitario pubblico. Solo due politici pentastellati, Misiti e Trizzino, hanno dichiarato che lo “spot con la Bonaccorti alimenta rancore verso i medici e favorisce la loro fuga dalla sanità pubblica” ed hanno altresì chiesto di sospendere la messa in onda. Un po di sensibilità che fa di sicuro piacere! È chiaro che la star televisiva dei tempi che furono non godeva da anni di tutta questa attenzione mediatica. Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici ed alcuni sindacati, tra cui in prima fila la Cisl Medici che su questo argomento è da tempo attiva e propositiva, le hanno indirettamente consentito di meritarsi il cachet con il quale era stata ingaggiata. Alcuni anni or sono, il Collegio dei Primari Oncologi Ospedalieri e l’associazione dei medici accusati ingiustamente di malpractice avevano diffuso un video, in replica all’ennesimo spot che invitava i cittadini a denunciare i medici ai fini di un risarcimento economico. E nel video, presente su youtube all’indirizzo https://youtu.be/Uhxx4CymZJk non ci erano andati leggeri. I protagonisti erano gli avvoltoi, simpatici volatili con gusti non proprio raffinati. Pennuti mangiacadaveri a parte, resta tuttavia una sorta di vuoto politico e legislativo nel quale qualche sedicente associazione di tutela si infila non per denigrare ma esclusivamente per ottenere un ritorno economico da spartire con i cittadini che potenzialmente possono avere ricevuto un danno con i promotori di queste iniziative che, contro ogni deontologia professionale, promettono “nessun costo in caso di rigetto della denuncia”. A quando allora le offerte promozionali cumulative? Denuncia tre medici, il quarto lo aggrediamo noi magari al Pronto Soccorso, gratis! Qualche politico ha mai saputo cosa significa “lite temeraria”? Bene, vuoi denunciare? Fai pure! Ma in caso di soccombenza del denunciante, allora il medico deve essere messo in grado di esercitare un’ azione di rivalsa, come scrivono quei Magistrati che nella stragrande maggioranza dei casi rigettano questa pratica continuativa di fare ricorso alla denuncia per ottenere un ritorno economico. La Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano nel 2017 ha ricevuto circa 300 esposti da parte di soggetti che, a vario titolo e con diverse motivazioni, hanno denunciato i medici. Il Pubblico Ministero Tiziana Siciliano, che coordina il pool ambiente, salute e lavoro della Procura di Milano, ha parlato l’8 ottobre a margine di un convegno sulla responsabilità penale e contabile nelle professioni sanitarie, organizzato dalla Scuola Superiore della Magistratura: una vera e propria “patologia” del sistema giudiziario, perché troppe risultano essere le motivazioni di tipo strumentale, utili per fare pressioni in vista di una richiesta di risarcimento danni in sede civile, richiesta che nella maggioranza dei casi finisce con una archiviazione. Ma prima di una archiviazione quanta sofferenza da entrambi i lati della barricata! @vanessaseffer   Da Sanità Online-News
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Dic 28

Medici, pubblicità che istiga all’odio

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EnricaBonaccortiDai cartelloni con le manette, alle donne che hanno subìto violenza con un camice bianco che si intravede in sottofondo che lascia ampio spazio alla fantasia di chi guarda. Non bastava l’orda di avvocatucci che ormai girano dentro gli ospedali a caccia di possibili clienti al pari dei cassamortari. Ma la Bonaccorti no, questa non ce l’aspettavamo. Lei è una donna saggia, che dispensa consigli ormai da anni sulle reti della nostra tele e per questo non può non aver valutato i pro e soprattutto i “contro” di ogni singola parola che passa attraverso il tubo catodico e i segni irreversibili che esso può lasciare. Facendo un veloce resume della situazione, la signora Bonaccorti, si è avventurata in una pubblicità che gira in video e nelle chat in questi giorni, nella quale dice che “se pensi di dover avere un risarcimento da un danno ricevuto in ospedale ecco il numero di telefono, hai anche 10 anni per avere ciò che ti spetta…”. “Sono sconcertato da questo video – afferma il Dott. Biagio Papotto Segretario Nazionale della Cisl Medici – sebbene si tratti di una signora affascinante, è incredibile che si presti ad una simile pubblicità, probabilmente molto ben pagata. All’evidenza non si è posta il problema che tutti ci si avvicina, poiché è naturalmente ciò che accade, ad avere una certa età e dunque tutta una serie di patologie che sono i medici a dovere e potere curare, quegli stessi medici che fanno fatica spesso ad andare avanti, che fanno turni faticosissimi e lunghissimi in ospedale, che non hanno ancora un contratto dopo dieci anni e ciò fa si che tanti bravi medici vanno via dal nostro Paese. Perchè non mettere in evidenza quanta fatica, quante vite vengono salvate ogni giorno, quanta qualità c’è nella sanità italiana, che mette il nostro Paese al terzo posto nel mondo? Perchè non ci si preoccupa di pubblicizzare il fatto che se un immigrato che viene da noi e non ha un soldo, non ha un documento ma si sente male, viene curato al meglio e gratuitamente come un qualsiasi cittadino italiano? Ma se noi andiamo negli Stati Uniti e non abbiamo una carta di credito facciamo bene ad essere in forma, perchè se dovessimo per caso sentirci male non ci permetterebbero nemmeno di varcare la soglia di un pronto soccorso. Non sento mai parlare di tutte le cose buone che i nostri medici fanno quotidianamente con il massimo della serietà e con le risorse che si ritrovano”. Che deve fare Enrica pè campà! @vanessaseffer Da Sanità Online-News
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Dic 28

Medici: Bonaccorti poco accorta in video

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Medici: Bonaccorti poco accorta in videoSi legge su Wikipedia che Enrica Bonaccorti, all’anagrafe Enrica Maria Silvia Adele Bonaccorti (Savona, 18 novembre di un certo anno), è una conduttrice televisiva, conduttrice radiofonica, paroliera e attrice italiana. Dunque, nel suo corposo curriculum vitae, oltre alle numerose trasmissioni televisive che l’hanno resa celebre, la Bonaccorti sarebbe anche una “paroliera”. Cercando sulla Treccani, si può leggere quanto segue: “Parolière, chi scrive i versi o le parole per una canzone o per altra composizione di musica leggera; in particolare chi adatta le parole a musica già composta”. È una definizione che rende onore alla signora. Sorte ben diversa è riservata sulla stessa enciclopedia al termine parolaio: “Persona che parla molto, che ama fare discorsi verbosi, generalmente futili, privi di corrispondenza con la realtà, o destinati a non tradursi in pratica: non dar retta a quel parolaio! Come aggettivo, che abbonda di parole, per lo più inconcludenti! Come in politica, che si riduce a vane parole e dove si fanno molti discorsi ma si conclude poco!”. “Fiumi di parole” invece è un brano musicale che si è aggiudicato il primo posto nella classifica finale della quarantasettesima edizione del Festival della canzone italiana di Sanremo nel 1997, ovvero ben ventuno anni fa. Allora, la nostra gentile signora paroliera, mai avrebbe pensato che ventuno anni dopo, in uno spot televisivo, si sarebbe ritrovata a recitare, non a cantare, un piccolo fiume di parole contro la categoria medica dispensando consigli su come denunciare un medico nei casi di malasanità e ricordando che si hanno ben dieci anni di tempo a disposizione per farlo. Il tema della salute degli anziani è più attuale che mai, attuale almeno quanto le violenze fisiche e gli attacchi verbali contro i medici e gli operatori sanitari: secondo alcuni dati diffusi dall’Istituto superiore di sanità (Iss), tra pochi anni, esattamente nel 2025, saranno 1,2 miliardi le persone nel mondo con più di sessant’anni: nulla dice l’Iss relativamente a chi nel 2025 avrà 76 anni. Se da un lato questi numeri indicano un allungamento dell’aspettativa di vita, dall’altro determinano interrogativi relativamente ai problemi di salute degli anziani, perché all’invecchiamento della popolazione si accompagnerà un aumento delle malattie legate all’età. Ma di quali patologie o disturbi soffrono maggiormente le persone anziane? Osteoporosi, demenza senile, Alzheimer, diabete, cardiopatie, ipertensione arteriosa, tanto per citarne solo alcune evitando di citarne altre. Cosa fare? Lo chiediamo a Luciano Cifaldi, segretario generale della Cisl Medici Lazio. “Bisogna andare dal medico – sostiene – da uno specialista che potrà prescrivere la terapia farmacologica. Tuttavia, non va dimenticato che in età avanzata, dopo una vita spesa a fare carriera magari sotto le luci della ribalta, è importante e necessario mantenere attiva anche la mente. Non smettiamo di allenare la mente. Leggiamo libri, leggiamo magari anche quelle notizie di buona sanità che purtroppo non fanno notizia, ma che restano indimenticate nella mente e nel cuore di quanti hanno ricevuto un trapianto, o hanno sconfitto una leucemia, o sono stati salvati da un medico quando sembrava che ormai non ci fosse più nulla da fare. Certo anche il medico può sbagliare. Sbagliare è umano, se sbaglia un medico e l’errore è accertato interviene la Magistratura”. Secondo Cifaldi, “ridurre l’operato dei professionisti medici ad uno spot come quello che ho visto in queste ore, ed è l’ennesimo purtroppo, mi appare francamente una operazione misera. Non ce ne voglia la signora Enrica e non si preoccupi: nessuno ricorderà le sue parole pronunciate nello spot. Ben più importanti sono le parole scritte nel giuramento di Ippocrate, quelle per le quali, ogni giorno, migliaia di medici cercano di fare del proprio meglio per tutelare la nostra salute”. @vanessaseffer
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