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Chi ha paura del crocifisso? Di Alessandro Bertirotti

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Alessandro Bertirotti

È tutta questione di… paura.

Lo cantava tanti anni fa Caterina Caselli che la verità fa male, e sembra che faccia male ancora, ma non c’è da meravigliarsi in questa nazione, specialmente in questo periodo.

Questa notizia è importante perché ci dice che qualche professore non ha ancora chiaro quale sia la situazione in Italia.

La Corte europea per i diritti dell’uomo, il 3 novembre 2009, con la sentenza Lautsi versus Italia, ha stabilito in primo grado di giudizio che il Crocifisso nelle aule scolastiche della nazione è una “violazione del diritto dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni e del diritto degli alunni alla libertà di religione”, imponendo all’Italia un risarcimento di €. 5.000 per danni morali. Il 18 marzo 2011, tale sentenza viene ribaltata in secondo grado, con 15 voti a favore e due contrari, de la Grand Chambre, che ha assolto l’Italia affermando che non sussistono elementi che provino l’eventuale influenza sugli alunni dell’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche.

Si legge in internet che l’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche italiane è sancita da numerosi atti statali di normazione e di giurisprudenza, sebbene non esista una legge generale che imponga la sua presenza nei locali pubblici, ad eccezione dei tribunali civili, con una circolare del Ministro Rocco del 29 maggio 1926.

Ora mi si dirà che tale circolare è datata e le cose sono cambiate, ma cambiate in che senso?

Vi è più secolarizzazione (e questo è vero, anche grazie ai comportamenti di alcuni uomini di Chiesa…), vi è una società multiculturale e bisogna rispettare tutte le idee e infine si avanza l’ipotesi che il Crocifisso influenzi negativamente gli alunni (e infatti quasi tutti gli studenti delle scuole italiane entrano in seminario, oppure si suicidano per l’orrore provato di fronte ad una croce…).

Non solo senza la venuta di quel Cristo non avremmo nella nostra nazione la maggior parte delle opere d’arte che tutto il mondo ci invidia ancora (forse per poco se le cose continuano così), ma le nostre più profonde radici civili si fondano, al di là del Diritto romano, negli insegnamenti paolini, che sono altrettanto romani e legati allo stesso Cristo.

Ritengo che, dal punto di vista dei contenuti etico-morali, il cristianesimo rimanga un punto di riferimento esistenziale, dunque anche filosofico, per la nostra identità italiana, ammesso che ve ne sia una e sia formata adeguatamente. Altri sostengono invece che debbano esistere spazi religiosi inclusivi, ossia che includano tutto, favorendo un’ulteriore confusione identitaria tanto cara al cosiddetto potere laico.

Dunque, visto che si vuole essere scientifici, che si conducano ricerche per verificare se i nostri studenti corrono il forte rischio di diventare più intelligenti oppure più scemi quando esposti o meno alla croce, mentre siamo certi che l’esposizione alla stessa croce ha certamente turbato la mente di qualche insegnante e sindacato.

Con molta probabilità, non sapendo più come entrare nel mondo dello spettacolo, si sta confondendo la professione per la quale si è pagati con le frustrazioni psichiche subite nel corso della propria vita. Ecco perché, a questo punto, non sarebbe una cattiva idea proporre una supervisione psichiatrica periodica per tutte le persone che esercitano una professione particolarmente importante per la vita delle persone, tipo i medici, i magistrati e gli insegnanti e perché no, i piloti di aerei?

Si tratterebbe di un altro tagliando in più, niente di che, alla fine…

Di Alessandro Bertirotti, l’Antropologo della Mente

 

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Il progetto espositivo di Karen Thomas. Di Fiorella Ialongo

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ali.it

 

Un posto particolare tra gli eventi che l’Università “Sapienza” di Roma ha sostenuto, spetta alla presentazione ufficiale dei temi del progetto espositivo della pittrice Karen Thomas “I Colori della Luce – I Colori della Pace – Commemorare per non dimenticare la Prima Guerra Mondiale”, curata dallo storico dell’arte Claudio Strinati, e che rientra tra le iniziative curate direttamente dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri Struttura di Missione per gli anniversari di interesse nazionale, con il patrocinio del Ministero degli Affari Esteri, delle Ambasciate d’Austria, della Repubblica Federale di Germania, della Repubblica del Kosovo, della Provincia Autonoma di Bolzano e della R.U.F.A. La presentazione dei temi del progetto per le commemorazioni del centenario della Prima Guerra Mondiale introduce l’opening della mostra che si terrà il 9 maggio prossimo 2015 ore 12 in un polo museale di livello internazionale, il Franzensfeste Forte di Fortezza in Alto Adige. Il progetto espositivo è sponsorizzato da 3D PIXEL, diretto e promosso dall’Associazione MatEr, presieduta da Gerd Miribung, con la direzione artistica di Ilaria Sergi e la collaborazione fattiva di iscritti all’associazione MatEr fra cui si nota la partecipazione continua di Vanessa Seffer. La presentazione dei temi del progetto espositivo è avvenuta il 6 marzo 2015 nella prestigiosa cornice del Museo d’Arte Classica della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università “Sapienza” di Roma. Tra gli altri relatori, vi sono stati gli interventi della Presidente Commissione Cultura e Ricerca Parlamento Europeo, On.le Silvia Costa; dell’Ambasciatore del Kosovo Bukurije Gjonbalaj; del Magnifico Rettore dell’Università “Sapienza” di Roma, Prof. Eugenio Gaudio; del Prof. Claudio Strinati; dell’artista Karen Thomas. Moderatrice è stata la giornalista RAI Stefania Giacomini la quale ha letto gli auguri dell’Ambasciatore di Germania Reinhard Schafers e del Forum del Consolato Austriaco della Cultura e presentato il video di Marco Tornetta del Ministero degli Affari Esteri, Coordinatore Internazionale delle Commemorazioni per le due Guerre Mondiali e Resistenza al MAE. Tra gli aspetti evidenziati in occasione della presentazione vi sono le considerazioni sulla pace in Europa  che non è da considerarsi come un dato acquisito ma una conquista da consolidare. I pericoli ad essa possono derivare dai crescenti nazionalismi che si nutrono delle tensioni sociali che hanno tra le loro cause la crisi economica ed i flussi migratori di extracomunitari in aumento. Per questo l’approfondimento ed il dialogo culturale sono alcune delle armi pacifiche con cui poter prevenire le guerre. Esse, nel nostro continente, non sono più combattute sui campi di battaglia , ma sul terreno culturale – integralista, con cui si tenta di sminuire il valore della ricchezza della diversità culturale, la cosiddetta unità nella diversità dell’U.E. Inoltre, le recenti distruzioni di siti archeologici in Medio Oriente pongono un problema non solo di memoria, ma anche di conservazione dell’identità, dell’appartenenza ad una cultura. In questa linea acquista grande rilevanza una proposta, presentata al Parlamento Europeo, relativa all’equiparazione ai delitti contro l’umanità di quelli contro il patrimonio dell’UNESCO. Dalle affermazioni precedenti il tema della personale: “I Colori della Pace”, assume la funzione di un forte invito all’impegno per l’armonia tra gli Stati e l’affermazione di un’Etica che, attraverso l’arte, possa valorizzare la dignità dell’uomo e dell’ambiente in cui vive. Quest’ultimo riferimento, nel progetto espositivo di Karen Thomas, diventa “etica della luce” in quanto la luce è sia la sintesi di tutti i colori, sia il simbolo supremo della conoscenza dell’uomo. In altri termini, la ciclicità delle opere, tipica della cultura tedesca, è fusa da Karen Thomas con la cultura rinascimentale in cui la conoscenza strutturale e geometrica delle opere d’arte avviene in particolare con la luce. Ne deriva che la filosofia de “I Colori della Luce” è che possiamo fruire dei colori, beneficio massimo che la Divinità ci ha dato, ma solo Dio può guardare la luce senza esserne accecato, l’uomo se ne può solo servire. Nei quadri esposti vi è quindi la sparizione della natura e l’ingresso in un mondo che è pura luce, il Divino. Seguendo i canoni dell’astrattismo, l’elemento figurativo non è più una rappresentazione della natura, dell’uomo, del paesaggio, ma la luce in sé. Nella luce e nella sua contemplazione si ritrova la pace nella sua interezza. Il messaggio etico dell’artista è quello della sollecitazione al risveglio delle coscienze, al passaggio dal sonno (più vicino all’ombra ed alla notte), alla luce che è impegno etico pulsante dell’uomo. Nella seconda parte della presentazione dei temi della personale si è svolto un dibattito su “Ambiente e sviluppo sostenibile nell’Europa di Karen Thomas – Proposte dalla cultura per un futuro di pace”, moderato da Diego Gavagnin, professional fellow WEC Italia.

Fiorella Ialongo

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La malísima educación, di Alessandro Bertirotti

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È tutta questione di… ineducazione.

Leggere una notizia come questa diventa l’occasione di ragionare seriamente sulla relazione che esiste fra la famiglia, i media e la scuola.

Dalle dichiarazioni della Preside emerge che la scuola ha fatto quello che ha potuto, eppure non è affatto vero. Nello stesso modo si sono comportate le famiglia di questi ragazzini, perché in altra situazione esistenziale questo non sarebbe stato possibile, oppure sarebbe stato difficilmente attuabile.

Ma oggi parlare di regole e di educazione all’uso dei media (che dovrebbero fare capo alla responsabilità tanto familiare quanto scolastica) è ancora assurdo nella nostra nazione e rimangono troppo pochi coloro che, tra insegnanti e genitori, si prendono la briga di educarsi su queste tematiche per educare a loro volta.

Non si tratta affatto di “ragazzate“, oppure di cosiddette “bravate”, perché quando in una mente adolescenziale accadono fatti di questo genere dovrebbe scattare un vero e proprio allarme generale, fondato sul presupposto che essere messi di fronte alla visione di certe immagini crea uno stato subdolo e inconscio di emulazione ed imitazione.

Tutto quello che i nostri sensi incontrano nella loro vita rimane in memoria, anche quando noi crediamo di non aver prestato attenzione a quella situazione oppure evento. La nostra mente immagazzina stimoli e informazioni, e seleziona poi via via che cosa recuperare nel momento in cui diventa possibile fare riferimento a ciò che è stato memorizzato.

Nel vedere con una certa frequenza, scene di violenza di tutti i tipi, la nostra mente impara a credere che sia del tutto normale, ossia possibile e quotidiano, comportarsi come i personaggi che si vedono, senza distinguere il nocivo dall’innocuo. La nostra mente, e l’ho ripetutamente scritto, non sceglie tra il peggio ed il meglio, ossia non possiede un atteggiamento etico e morale innato, ma sceglie tra ciò che è piacevole e ciò che è spiacevole. Se fosse vero il contrario, basterebbe la dicitura “Nuoce gravemente alla salute” sui pacchetti di sigarette per smettere di fumare, eppure sappiamo tutti che si tratta di una strategia del tutto inutile quando non di una presa in giro. Del resto è nota a molti la presenza di studi che dimostrano come una frase simile stimoli invece a comportamenti esattamente opposti: si fuma molto di più.

Ecco perché di fronte a queste notizie le cose da fare sono semplici e poche: limitare l’uso di internet ai nostri figli, controllando come vi navighino e per questo è necessario stare accanto ai figli, ossia educarli con quella consapevolezza che avevano le vecchie generazioni, quando non vi erano strumenti in grado di sostituire la presenza dell’adulto. Questo richiede fatica, e i genitori ne vogliono fare sempre meno, specialmente quando tale fatica richiede anche una certa competenza rispetto al mondo vissuto dai loro figli.

E la Scuola?

Questa si dovrebbe aggiornare, e non mi interessa se a pagamento del singolo docente o meno, e continuamente, cercando di presentare ai giovani vere e proprie lezioni nelle quali si spiegano i processi inconsci sottesi all’uso di internet, con particolare riferimento ai video.

E infine: sarebbe forse il caso che molti media e redazioni decidessero, come ha fatto Rai News 24, di sospendere la messa in onda oppure in rete di scene di violenza a questi livelli. E mi sto riferendo anche ai film, ai telefilm e alle serie nelle quali non si vede altro che aggressioni e violenze, in altra parola: sangue.

Ci vuole una volontà condivisa che vada in questa direzione, altrimenti situazioni di questo genere si ripeteranno certamente, senza che la sospensione agisca da deterrente, anzi… forse peggio.

Di Alessandro Bertirotti, l’Antropologo della Mente

 

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INGIUSTIZIA È FATTA! Di Maurizio Bonanni

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Ah che bei tempi, un’Era fa, quando i Partiti erano grandi, ed era massimo il rispetto per le Istituzioni e la separazione dei poteri. In quell’epoca che mai più tornerà, i Procuratori Generali della Repubblica si facevano ricevere, rispettosamente, con grande tatto e garbo, dai Segretari dei Partiti interessati, facendo loro un discorso felpato, del tipo: “Guardi, quel vostro personaggio politico, molto bene in vista, è destinato ad avere seri guai con la giustizia.. Valutate un po’ voi..”. E garbatamente, l’interessato di turno veniva posto, con discrezione, in un limbo, in attesa della decisione del giudice competente (rinvio a giudizio/archiviazione). Continua la lettura di INGIUSTIZIA È FATTA! Di Maurizio Bonanni

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LETTERA A UN PAZZO, di Maurizio Bonanni

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Prologo: Direttore Sallusti, secondo me, il titolo di oggi, 27 marzo 2015 (” SCHETTINEN”), del tuo “Giornale” è una cazzata. Queste le mie ragioni. Primo: lo Schettino pilota tedesco, semmai, avrebbe perduto quota, perché impegnato a palpeggiare una bionda ostess prosperosa, seduta sulle sue ginocchia, sfiorando una montagna alta un metro di più di quello che lui aveva previsto. Uno spaccone, sfortunato e incosciente, ma nulla di più. Secondo: Lui, lo Schettino vero, no che non aveva visto negli occhi quei trenta morti e passa, che rappresentano il bilancio finale della tragedia Costa Concordia. Invece, il co-pilota Guenter Lubitz li aveva visti negli occhi quei suoi 149 assistiti. Sapeva che molti di loro avevano tutta la vita davanti, e un’immensa gioia di vivere, che li accompagnava in quel viaggio. Continua la lettura di LETTERA A UN PAZZO, di Maurizio Bonanni

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Cenerentola è ipocrita, di Alessandro Bertirotti

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Alessandro Bertirotti

È tutta questione di… cliché.

Leggere che Cenerentola si trova al vertice della classifica dei film più visti in queste ultime settimane è non solo interessante dal punto di vista sociale, ma decisamente importante dal punto di vista antropologico-mentale.

Non si tratta solo di ragionare sull’importanza che per la mente umana assume il concetto di immaginazione e favoloso, perché senza la presenza di queste due importantissime facoltà cognitive la nostra specie non avrebbe potuto raggiungere i significativi risultati ottenuti nel corso di millenni di evoluzione.

La questione che mi interessa evidenziare è il valore attuale, sia sociale che culturale, della trama che Cenerentola continua a rappresentare, oltre ogni possibile ossidazione del tempo e simbolicamente adatta alle diverse latitudini e longitudini di questo nostro strano e meraviglioso pianeta.

Terrorismo, morti ammazzati, malattie virali, crimini contro tutti da parte di tutti, lotte politiche senza esclusioni di colpi, corruzioni e collusioni a tutti i livelli, violenze di genere e di ogni genere, assenza di cibo nella maggior parte del pianeta e mancanza di acqua, etc. Mi fermo qua, perché non finirei di scrivere per qualche settimana se dovessi continuare.

Ecco, di fronte a questa realtà, cosa sbanca i botteghini? Cenerentola.

Ci sarà un motivo, legato magari ai desideri più reconditi di questa nostra umanità, che si ritrova ad essersi condannata ad una vita improbabile che, in fondo, nessuno vorrebbe?

Sì, penso che Cenerentola sia una delle favole più amate nella sua sostanza di base, quando cioè racconta l’amore sincero di un uomo e di una donna che non sanno entrambi nulla del reciproco retroterra socio-economico (quando i due protagonisti si incontrano, per intenderci) per terminare nel modo più bieco possibile, ossia quando la conquista finale è la vita regale all’insegna del successo economico.

Anche in questa favola emerge una mente umana inizialmente scevra dai “condizionamenti finanziari” che viene imprigionata poi nella ripetizione di un cliché che conferma il valore fasullo del potere, della reggia e della bellezza da ammirare, come se l’amore al quale si dovrebbe aspirare si concludesse in una grande pubblicità di salotti romani.

Ecco spiegato, dal mio punto di vista, perché piace e piacerà per molti anni Cenerentola: perché parte da elementi affettivi comuni a tutti noi e si conclude facendoci credere che il successo economico del benessere e della regalità porta al mantenimento del vero amore.

Eppure, nulla vi è di più falso e mendace. Per mantenere un amore (e vissero felici e contenti…) ci vuole la volontà dei partner e un punto di riferimento valoriale che oltrepassi gli ambienti e, spesso, anche i comportamenti umani.

Di Alessandro Bertirotti, l’Antropologo della Mente

 

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Le nuove frontiere dello screening neonatale, di Alessandra Broglia

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Un aggiornamento di alto profilo scientifico, articolato in tre Lectures,  si è tenuto lo scorso mese di gennaio presso importanti sedi pediatriche; la prima nella capitale, per poi trasferirsi a Firenze, presso l’Ospedale Meyer, e a Padova, all’interno del Dipartimento di Pediatria dell’Azienda Universitaria Ospedaliera. Organizzate dalla Fondazione Sigma – Tau, ha avuto a Roma, presso l’ospedale Bambino Gesù, la sua tappa d’inizio, introdotta dal Direttore Scientifico, prof. Bruno Dalla Piccola, illustrando le ultime frontiere per un servizio indispensabile alla salute della collettività, da parte del SSN: lo screening neonatale per le malattie metaboliche. Questo tipo di esame viene effettuato nel neonato entro i primi tre giorni di vita, prelevando alcune gocce di sangue dal tallone. Continua la lettura di Le nuove frontiere dello screening neonatale, di Alessandra Broglia

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Sveglia, gente! La cattiveria ci ucciderà. Di Alessandro Bertirotti

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 Alessandro Bertirotti

È tutta questione di… cattiveria.

Sulla Stampa leggiamo l’inizio di questa storia che si conclude con la morte di Stefano.

Innanzi tutto, i miei personali complimenti a tutti i condomini che hanno reso facile la vita di questo ingegnere gestionale, disabile, che cercava di installare, a sue spese, un ascensore per raggiungere la sua abitazione al terzo piano, dopo l’amputazione di una gamba, in seguito al tumore che lo ha portato alla morte.

Mi sembra lecito chiedersi come mai, esseri umani, ancora prima che cattolici e praticanti, abbiano ostacolato gli ultimi giorni della vita di Stefano, ossia quali possono essere le ragioni che portano alcuni individui a specchiarsi così precisamente negli altri?

La prima risposta è desumibile dalla domanda: alcuni individui sono talmente convinti della propria giustezza morale, espressa quasi esclusivamente in una manifestazione domenicale di devozione, oppure attraverso parole pronunciate per tradizione, da vedere negli altri il peggio che cercano di nascondere a se stessi, oppure che reiteratamente confessano.

La seconda risposta è legata al fatto che l’abitudine a frequentare luoghi nei quali alberga il “doppio pensiero” – ossia si dice quello che gli altri si attendono di sentir dire, ma si pensa di fare esattamente il contrario alla prima buona occasione – come possono essere le parrocchie e i partiti, conduce alcuni individui a perdere coscienza di quello che sono realmente.

Come poter aiutare queste persone a comprendere che esiste una relazione importante fra quello che si dice e quello che si fa?

Una possibile soluzione educativa potrebbe essere quella di imporre a coloro che frequentano questi luoghi un assoluto silenzio per almeno due/tre anni di frequentazione, con la regola ulteriore di parlare solo quando si sentissero nelle condizioni di fare quello che dicono.

Una seconda regola educativa potrebbe essere quella di obbligare, in questo periodo di tirocinio, a frequentare quasi quotidianamente tutte le persone che si dice di amare e che alla prima occasione diventano l’occasione per dimostrare al mondo quanto falsi si possa essere, e quanta distanza ci sia spesso tra parole e azioni.

Se tutti noi avessimo in famiglia almeno un drogato perso, un finocchio, un handicappato, una mignotta, un ammalato di cancro, uno scemo, un vecchio inutile, o altro essere umano di questo tipo, forse non solo saremmo più silenziosi, ma diventeremmo più consapevoli di cosa significa amare il prossimo.

Ed ho utilizzato in questa ultima frase le parole che si sentono nelle piazze e nelle strade, per meglio evidenziare che i termini di riferimento a questi casi di vita sono di per sé il peggio che si possa trovare nel cervello dei benpensanti, ahimè, spesso cattolici praticanti che del Vangelo non hanno colto il messaggio.

Di Alessandro Bertirotti, l’Antropologo della Mente

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A TUTTO.. “VAPORE”! Di Maurizio Bonanni

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Vendo Casa, vendo l’Anima. Ovvero: quando contenitore e contenuto raccontano la stessa storia. Ad es., quella di Maria (Giuliana Lojodice), in avanti con l’età, vedova del Mago Vapore, che si vede costretta, per necessità, a mettere in vendita la sua casa di campagna, nella quale ha trascorso tutta la gioventù e la maturità, in compagnia del marito Alfonso e dell’unico figlio Pietro. Davvero un piacere, avere il mostro sacro Lojodice a filo di pavimento, sulla stessa riga della prima fila di poltrone, tanto da credere che sia lei a parlare con te! Cose che accadono al Teatro India, dove va in scena, fino all’otto marzo, lo spettacolo semidrammatico Vapore, su testo di Marco Lodoli e la regia di Oliviero Corbetta. La solitudine rassegnata di Maria è interrotta, un giorno, rientrando a casa, da un giovane agente immobiliare, con il volto simile a una maschera atzeca e l’aria gioviale, restia ad arrendersi alla diffidenza dell’anziana donna. Il mestiere lo conduce all’ingaggio facile, a rompere la monotonia di una professoressa in pensione, con l’invito a un viaggio nel passato, dove non mancano le luci e le ombre. Continua la lettura di A TUTTO.. “VAPORE”! Di Maurizio Bonanni

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E se avessero ragione Romina e Albano? Di Alessandro Bertirotti

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Alessandro Bertirotti

È tutta questione di… distorsione della realtà.

Quando si impartisce una benedizione si consegna il nostro “bene dire” a colui che la riceve, il quale, appunto, diventa “bene detto”. La stessa cosa accade, anche se è al contrario, quando si lancia una maledizione, perché si consegna all’altro il “male dire”, creando il “male detto”.

Anche l’informazione è in grado di maledire, e mi sembra che in questi ultimi tempi lo faccia persino con una certa cognizione di causa, come emerge chiaramente da questo articolo dedicato alla felicità.

Confondere e vendere le felicità con i processi chimici grazie ai quali nel nostro cervello subiamo un’alterazione dello stato di coscienza che definiamo comunemente felicità, vuol dire mistificare il dato chimico e biologico attribuendogli il ruolo di effetto, quando si tratta solo di un processo causale.

Mi spiego meglio.

È ovvio che i comportamenti umani, le sensazioni e le emozioni sono il frutto di processi chimico-biologici che avvengono nel corpo e nel cervello, visto che siamo dotati di questa forma e questa sostanza materiale. Non potrebbe essere altrimenti, almeno su questo sistema solare e sulla base del nostro stato evolutivo attuale. E questo concetto mi sembra di facile comprensione.

Confondere, invece, questi processi con il significato, il ruolo e il comportamento che tali meccanismi hanno nella vita quotidiana delle persone, significa svilire con coscienza il ruolo che la mente (che non è il cervello, ma ciò che il cervello fa) svolge nella  costruzione dell’esistenza. Confondere un processo chimico con uno stato esistenziale, significa concepire l’Uomo come il risultato meccanico, incosciente di azioni senza volontà, desideri, sogni e bisogni. Nemmeno gli animali, che abbiamo l’ardire di considerare inferiori a noi, si trovano in questo stato esistenziale, poiché anche loro esercitano una propria volontà, per istinto oppure per affezione.

La felicità è ben altra cosa che il risultato di un processo chimico, e anche se la scienza evidenzia gli aspetti chimici del cervello l’essere umano attribuisce un significato a quello che fa grazie alla relazione che stabilisce con il mondo. Una visione prettamente chimica del nostro funzionamento mentale produce la convinzione che tutto avvenga senza la nostra coscienza, la nostra volontà, che sono spesso la sintesi di desideri e bisogni.

Si dovrebbe scrivere, per onestà intellettuale e deontologica (ma capisco che i titoli e i concetti sono marketing) che il linguaggio del nostro cervello è formato da processi elettrochimici, grazie ai quali i neuroni comunicano tra loro gli stati neurofisiologici che la mente trasforma – in modo a noi ancora sconosciuto – in tratto oppure stato esistenziale di felicità.

La felicità esiste, anche se ne scopro i processi chimici attraverso i quali si forma, e nessuna scienza o giornalismo potrà mai toglierla all’Umanità, a meno che non sia proprio quest’ultima a consentirlo.

Di Alessandro Bertirotti, l’Antropologo della Mente

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