Ti racconto la politica” di Giannantonio Spotorno

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Vedi tu! (cap. 19)

Il precedente n.18 “I pacchettari”, non è esaurito; lo riprenderemo alla prossima puntata. Nel preparare questo primo capitolo del 2016, vengono spontanee alcune riflessioni. Esprimo riconoscenza per il grande numero di visualizzazioni, “Mi piace”, “Share” e divulgazioni in genere, che ricevono le puntate di questo corso. Giacché si alternano capitoli d’analisi a capitoli prettamente tecnici, può accadere che l’analisi predisponga a una lettura più spontanea, però anche la descrizione tecnica dei particolari di meccanismi sconosciuti, aiuta a capire il funzionamento dell’insieme. La conoscenza vuole sacrificio ma, vivere senza, espone al calvario della superficialità. Non è detto, caro lettore, che le parole che seguono ti riguardino direttamente; deciderai da solo se avranno a che fare con te oppure no.

Sono parole che, in tema di politica, riguardano una grossa parte del popolo che vive fuori del palazzo del potere e può statisticamente accadere che nella citata “grossa parte” ci sia anche tu; in tal caso, potresti avere qualche colpa. La gente italiana è trattata male. È umiliata, sfruttata, vessata e offesa da truffatori talvolta protetti dalle stesse strutture dello Stato, quando non ne fanno addirittura parte. So che su questo punto siamo d’accordo, ma ora cerchiamo di capire se anche tu, quale normale cittadino, non abbia un po’ di colpa. Potremmo percorrere un’analisi storica, ma qualora fossi tra coloro che non amano leggere né ascoltare, scelgo di rimanere nel contemporaneo per non stizzire la tua noia. Dicevamo che sono le stesse strutture pubbliche a maltrattare la gente italiana; talvolta direttamente e talvolta avallando comportamenti truffaldini di forti organizzazioni di vario tipo, come per esempio quelle di gestione di servizi, assistenziali, commerciali, finanziarie e molte altre.

Sono insomma tanti i frequentatori del famigerato palazzo che portano la macchia di maltrattatori del popolo, però allo stesso popolo si può porre una domanda. Cosa sai fare, caro popolo, per opporti alla criminale vessazione che ti opprime? E giacché, caro lettore, il quesito riguarda ogni normale cittadino che non frequenti quel palazzo, chiedo la stessa cosa anche a te. No, per cortesia, non cominciamo con le solite idee sconclusionate dei visionari e con l’inutile chiasso con cui le circondano! La superficialità politica popolare ci sta ammazzando e se nel futuro non c’è scritto che potremo vivere anche senza la competenza, allora ci stiamo uccidendo senza capire che ci stiamo uccidendo.

“Can che abbaia non morde”, dice l’adagio e non capendo neppure questo, molti credono di combattere le vessazioni politiche, abbaiando alla luna. Come ipnotizzato dalle sceneggiate, il popolo ha permesso all’emotività di battere la ragione e soddisfatto dalla coreografia politica del nulla, si comporta come un medico che affronta Ebola con la Tachipirina. Confondendo lo sfogo con la strategia, il nostro dissenso popolare ha saputo rendersi ridicolo. Non sarebbe il caso di capirlo e invertire marcia? Naturalmente, buon anno!

di Giannantonio Spotorno

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Religiosamente ipocriti, di Alessandro Bertirotti

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Alessandro Bertirotti

È tutta questione di… sacralità.

In tempi che di sacro hanno, ahimè, ben poco, credo sia estremamente importante ricordare cosa sono i concetti di sacro e di religione.

È religione, etimologicamente parlando, tutto ciò che lega ogni essere umano a qualche cosa, sia in senso verticale – ossia nel tempo (come il passato è religiosamente legato al futuro, attraverso il presente) – che in senso orizzontale, ossia quando ci sentiamo legati ad oggetti, situazioni o persone che vivono con noi, nel nostro tempo.

Il termine da cui deriva religione è il latino re-legere, ossia scegliere, cercare oppure guardare con attenzione, e di nuovo, ancora. E cosa si sceglie? Si sceglie, con l’esercizio del proprio libero arbitrio, di legarsi a qualche cosa che si ritiene importante per la propria esistenza. E proprio da questa forma di attenzione verso l’altro si giunge, con un atteggiamento religioso, a prendersi cura di qualcuno, oppure qualche cosa. Secondo un’altra possibile interpretazione, il termine deriva da re-ligare, ossia unire di nuovo e più persone sotto l’osservanza di leggi e culto comuni.

Stabilito questo, vediamo ora il significato del termine sacro. Deriva dal latino, con una primigenia radice indoeuropea, sacrum e significa attaccato, nel senso di aderente ed avvinto, per cui il sacro è ciò che si trova attaccato alla divinità che, in quanto tale, è oltre il mondo sensibile, oltre la nostra quotidianità.

Ecco che appare ora chiaro come il sacro sia per l’Occidente, ma non solo, fonte di ambiguità: indica qualche cosa che ci tiene legati al nostro sentimento di perfezione, che esprimiamo con l’idea di Dio, e, nello stesso tempo, qualche cosa che è lontano dalla nostra vita quotidiana perché sovrasensibile. E come Dio è sacro, possono diventare sacri alcuni nostri legami che manifestano l’esigenza di essere percepiti vicini come volessero non essere abbandonati pur restando, al tempo stesso, qualche cosa di lontano da noi: come i nostri figli.

Ma siamo sicuri, specialmente in questo nostro mondo, di aver davvero compreso il senso profondo di questa forma straordinaria di legame? Abbiamo davvero raggiunto un discreto livello di consapevolezza circa questa sacralità riferita alle nostre scelte di vita, tanto da sospendere i giudizi di valore sulla vita delle persone, specialmente di coloro di cui non sappiamo nulla?

Mi riferisco a molte situazioni che stiamo tutti vivendo, prima ancora di decidere cosa fare degli Accordi di Schengen. E chi ha orecchie per intendere…

Di Alessandro Bertirotti, l’Antropologo della Mente

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L’orgoglio di essere italiani? Di Riccardo Cappello

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Il messaggio del Presidente della Repubblica non era rivolto a tutti ma solo a coloro che sono discrezionalmente chiamati a contribuire allo sviluppo di un Paese che degli altri si ricorda solo quando si tratta di pagare le tasse. Orgoglioso dell’italianità può essere Lapo Pistilli “gettato” da Renzi alla vicepresidenza dell’Eni dalla quale, può prevedersi anche senza la palla di vetro, magari per l’intervento di qualche solerte magistrato e senza colpo ferire, andrà alla presidenza di un Ente che vale almeno tre ministeri. Perché dovrebbero essere orgogliosi della propria italianità i tanti che emigrano in cerca di opportunità e di quelle gratificazioni che l’Italia riserva ai suoi figli peggiori ?

Può sentirsi orgogliosa l’economista Maristella Botticini, chiamata ad insegnare alla Boston University ma esclusa dal concorso bandito dall’Università di Modena da una commissione, i cui membri, possedevano meno titoli di lei ? Come può rivendicare l’italianità Massimo Zevia il ricercatore che, arrivato a 56 anni senza riuscire ad approdare ad una cattedra universitaria, ha inviato il curriculum e dopo un colloquio ha ottenuto la cattedra all’Università di Cambridge ? Perché dovrebbero sentirsi orgogliosi di essere italiani Mark Dincecco, Alessandro Nuvolari e Giovanni Vecchi che, nel recente 2014, erano esclusi dall’insegnamento accademico pur vantando un curriculum largamente superiore a quello dei membri della commissione esaminatrice. Una bocciatura che suscitava l’appello, rivolto al ministro dell’istruzione ed al premier Renzi, da dodici autorevoli esponenti del mondo accademico (da North, Premio Nobel per l’Economia a Broadberry, professore alla London School of Economics a Williamson, già capo del Dipartimento di Economia ad Harvard). I quali manifestavano il loro sdegno per “la bocciatura di tre candidati con un eccellente curriculum ben noti fuori dall’Italia per le loro pubblicazioni, gli interventi a conferenze e seminari, gli articoli per importanti riviste e la collaborazione a progetti di ricerca internazionale …. mentre a superare l’esame erano candidati con un curriculum assai limitato”. Ma gli appelli non servono in un Paese in cui pubblico e privato si confondono ed in cui non esiste alcun limite alla discrezionalità politica. C’è molto da vergognarsi e poco da essere orgogliosi di un Paese in cui ognuno è costretto ad appartenere a qualcun altro. Questo  non è un paese ma, come scriveva Montanelli, il rimpianto di un paese.

Di Riccardo Cappello, Il Cappio

 

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ABBASSO DUBLINO? Di Maurizio Bonanni

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modificata

Conoscete Dublino? No, non mi riferisco alle vostre sospirate vacanze. Ma al Trattato omonimo europeo sull’Asilo. Sapete come abbiamo recepito noi le direttive europee in materia? Con la peggiore legislazione di tutti i Paesi membri aderenti al Trattato stesso. Ad esempio, la nostra organizzazione sul territorio è polverizzata in una miriade di Commissioni Territoriali (pensate alla difformità delle decisioni su casi del tutto simili!) che sono il diagramma inverso di tutte le altre strutture europee, che procedono in modo centralizzato e per giurisdizioni specializzate. Continua la lettura di ABBASSO DUBLINO? Di Maurizio Bonanni

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