Crescere sul dito

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Crescere sul dito

Crescere…

Nessuno di noi mette in dubbio che sia del tutto naturale, all’interno di una famiglia con figli, che questi ultimi debbano crescere. Ogni individuo che viene al mondo attraversa una serie continua e complessa di cambiamenti. Siamo in questo mondo per cambiare e diventare quello che crediamo di poter essere in futuro. La nostra vita, la nostra mente sono proiettate in quello che potremmo essere in un domani, basandoci inevitabilmente su quello che crediamo di essere ora.

In questo raffinato e semplice rapporto tra presente e futuro, ogni persona di questo mondo cresce, ossia si discosta lentamente da una serie di comportamenti precedenti per assumerne di nuovi, anche dal punto di vista della conoscenza. Se quando vado alle elementari, come primo approccio alla geografia, comincio a studiare la mia città, quando sarò alle superiori sarò in grado di studiare il mondo, pur facendo la stessa cosa, ossia continuando a studiare geografia.

In questo senso, cambiano i contenuti della conoscenza, ma l’atto del conoscere resta uguale per tutta la vita, ed imparo, durante la mia crescita, quali sono le condotte migliori per poter avere atti del conoscere utili ai miei cambiamenti. Ci comportiamo allo stesso modo anche quando ci innamoriamo, perché le tecniche che utilizziamo per capire se siamo innamorati, oppure se l’altra persona ci ama, sono identiche a quelle della conoscenza in generale.

Giunge a noi così spontanea, la domanda del titolo di questo articolo e anche la sua risposta: Come cresciamo? Attraverso una serie di trasgressioni delle regole imposte dalla famiglia e dalla società, ossia attraverso una serie di atti del conoscere quanto possiamo essere forti nel rifiutare le imposizioni. In altri termini, ogni persona cresce, e dunque sarà in grado di pensare a se stessa e al futuro in modo diverso rispetto al presente, misurando il proprio grado di cambiamento.

E si tratta di modificare tanto l’interno quanto l’esterno di se stessi, perché non esiste nella mente umana un cambiamento che non coinvolga tanto la parte interiore della propria identità quanto il comportamento con cui ci rapportiamo col mondo, all’esterno di noi stessi.

Non a caso i figli, crescendo, si sentono spesso in colpa per le loro scelte, ed i genitori, almeno inizialmente, faranno pesare ai propri figli quelle scelte. In realtà, un genitore educativamente serio, si augura che il figlio sia in grado di trasgredire le regole, altrimenti sarebbe di fronte ad una persona per la quale si presenta un futuro privo di autonomia ed intenzionalità. Ogni genitore, se riesce a fare un sincero esame di coscienza, ammetterà di aver dovuto superare alcuni importanti divieti della propria famiglia di origine, per conquistare l’autonomia di quella presente.

Ecco perché è deleterio avere dei genitori che permettono tutto ai propri figli: perché non permettono loro di trasgredire e di rinforzare, in questo atto della conoscenza, il proprio io, la propria identità di giovani adulti in crescita, legandosi ai genitori non per dipendenza, ma per scelta cognitiva.

Quando si è giovani, direi infanti, si dipende molto dai propri genitori, o da coloro che svolgono con noi questa funzione, ma si diventa adulti quando, nella nostra autonomia, decidiamo di continuare a mantenere la dipendenza iniziale dai genitori sotto forma di dipendenza razionale, voluta e scelta.

Quando diventiamo capaci di riconoscere l’importanza delle regole e dei divieti genitoriali, così come il nostro tentativo di trasgredire ad essi, e finiamo poi da adulti col scegliere di nuovo le stesse regole, magari anche migliorate in qualche loro elemento, in quel momento siamo cresciuti e siamo in grado di affrontare costruttivamente il concetto di trasgressione.

Ecco perché invito spesso, durante i miei incontri con i genitori, gli adulti a fornire ai figli modelli di comportamento specifici per il raggiungimento di uno scopo. Sono sempre più convinto che la condotta sia un fenomeno educativo primario, senza del quale non siamo in grado di fornire la visione di un possibile percorso per il raggiungimento dello scopo per il quale è nata quella precisa condotta. Molto semplicemente, si tratta, da parte dei genitori, di dare buoni esempi più che fare lunghi discorsi impositivi.

Che poi il figlio debba batterci di naso, questo fa parte della trasgressione e deve farlo da solo, provando quella dose necessaria di sofferenza che gli permette di capire fino a quanto è in grado di sopportare la conseguenza dell’errore e la fatica perduta dietro un’azione che si è rivelata fallace.

Noi saremo lì, accanto, a tendergli la mano perché il figlio si rialzi con il naso rotto… che guarirà certamente.

Da Controcampus.it
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Comitato “Gli Ultimi”

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Vanessa Seffer, presidente del Comitato "Gli Ultimi"
Vanessa Seffer, presidente del Comitato “Gli Ultimi”

La storia recente del nostro paese ci ha consegnato un periodo lungo quasi diciotto anni che ci ha fatto precipitare dentro una spirale economica, che ha peggiorato in maniera repentina le già precarie condizioni di molti, lacerando le aspettative e le speranze di una generazione che aveva ed ha bisogno di realizzarsi soprattutto nel mondo del lavoro, ma che vede allontanarsi sempre più tale prospettiva, con l’incubo di una precarizzazione ad oltranza.

Questa condizione già manifestatasi con lo spirare della c.d. “Prima Repubblica”,ha subito una brusca accelerazione dal momento in cui l’Italia, con l’ingresso nell’eurozona, ha dovuto fare i conti con il carico del debito pubblico aumentato dalle scelte di rinvio dei Governi degli ultimi 20 anni, e con un sistema bancario alle prese con la crisi finanziaria conseguente ai crack delle grandi banche statunitensi e internazionali del 2008.Ciò ha comportato l’attuale “credit crunch” a danno della piccola e media impresa e delle famiglie, impedendo di fatto l’accesso al credito a tutti coloro che non debbono staccare cedole o incassare dividendi speculativi.

In tale contesto, non si può tacere che l’eurozona ha privilegiato le rendite finanziarie ed i capitali “anonimi”, mortificando le persone ed eliminando la sovranità monetaria dei singoli Stati, sovranità che avrebbe consentito di utilizzare la leva monetaria nazionale quale importante ammortizzatore anticrisi.

Ancora, va detto che il debito pubblico, successivamente all’adozione dell’euro, ha subito un ulteriore peggioramento e la nostra una classe politica, insieme agli altri beneficiari di rendite parassitarie di posizione, ha sperperato denaro pubblico a esclusivo beneficio proprio e delle rispettive clientele. Sicché, lo scotto dell’arroganza e dell’irresponsabilità di queste elite è ricaduto sulla testa (e sulle tasche) dei cittadini, insomma sugli ultimi di questa società malata e senza più speranze.

A nulla finora si sono dimostrate le denunce nei confronti del sistema bancario, le cui iniziative non rispondono più alle esigenze delle persone, risultando “etero-dirette” dalla banca centrale europea (le varie “Basilea 1, 2 e 3”), sensibile più ai c.d. “poteri forti”, agli intrighi di palazzo, alla criminalità organizzata e/o a logge più o meno occulte con regie internazionali che ai bisogni reali delle persone.

Ci hanno così imposto loro uomini e le loro scelte a capo di governi e delle relative politiche di “sacrifici”, intimandoci di non “scegliere” con le regole democratiche, ma di subìre che loro scelte (come se a governare finora fossero state le persone).

Per tali ragioni le donne e gli uomini promotori della presente petizione, ancora fiduciosi che “la sovranità appartiene al Popolo”, come solennemente affermato dalla Costituzione del 1946, chiedono al Parlamento che, in questo scorcio finale di legislatura, piuttosto che sfiancarsi nella ricerca di un sistema elettorale che premi l’una o l’altra formazione partitica, adotti misure legislative volte a concretizzare in tempi brevi le indicazioni della
presente iniziativa, così sintetizzate:

  • rinegoziare le condizioni per restare nell’eurozona, luogo attualmente di instabilità ed incertezza non solo economica, e che ha permeato ogni aspetto del vivere quotidiano. L’Europa, quindi, deve diventare un orizzonte di speranza per i bisogni delle persone e non solo un luogo di mercanti e/o di speculazioni finanziarie;
  • cancellare il debito pubblico non causato dal popolo e che ha determinato l’impoverimento dei cittadini, operando anche contro gli organismi internazionali quali il F.M.I. (Fondo Monetario Internazionale), dato che l’Italia è “to big to fail” e che ancora la “sovranità” appartiene al popolo italiano, che conserva intatto il suo diritto a non rispettare le decisioni ingiuste dei “pubblici poteri”;
  • nazionalizzare le banche e le grandi centrali finanziarie nazionali, affinché venga penalizzata la speculazione finanziaria con misure realmente interdittive e con una fiscalità di sfavore;
  • ridare fiducia al credito, con misure di garanzia pubblica (Fondi di garanzia basati sugli asset pubblici) a favore delle piccole e medie imprese, nonché dei settori economici oggi penalizzati (il comparto edilizio, specie di quello a favore delle giovani famiglie; quello dei grandi lavori; l’agricoltura; quello della “green economy”; l’internazionalizzazione delle imprese), investendo da subito nella scuola, nella ricerca pubblica e privata (le “conoscenze” di cui l’Italia è ancora piena), e nei giovani in cerca di occupazione (il “salario sociale” fino al raggiungimento della prima occupazione) le risorse ottenute da una politica di finanza straordinaria (un prestito pubblico obbligatorio, come in tempo di guerra, remunerato con “crediti d’imposta” spendibili) e da una vera lotta alla criminalità economica di mafie e potentati vari, con il ricorso a misure di prevenzione anche nei confronti delle grandi centrali finanziarie);
  • vietare qualsiasi candidatura politica a persone raggiunte da procedimenti giudiziari che possano pregiudicare la loro “moralità” e il loro “onore”, secondo la previsione dell’art. 54, 2°comma, Cost., senza attendere gli esiti di una giustizia lenta e spesso di parte;
  • disporre che gli stipendi pubblici (e/o derivanti da società anche in parte partecipate da enti pubblici) non possano superare quello del Presidente della Repubblica, con taglio di ogni benefit, senza possibilità di cumulare retribuzioni e/o rimborsi spese per cumulo di incarichi;
  • prevedere che coloro che abbiano rivestito incarichi politici per 2 legislature non possano essere ricandidati;
  • riequilibrare la tassazione delle rendite finanziarie e patrimoniali in misura non inferiore al 33%.

Solo così, infatti, la nostra Patria potrà “cambiare” in meglio, ripetendo un “miracolo economico” cui non solo noi italiani crediamo la possibilità: basta soltanto richiamare le parole di speranza al popolo americano dette dal Presidente Barack Obama all’indomani della sua rielezione, malgrado la contrarietà delle mafie e dei potentati internazionali.

Insomma, ci dite perché agli americani la “speranza del cambiamento” sì e a noi no?

In caso contrario, la nostra iniziativa diventerà quella di promuovere uno “sciopero dal voto”, perché “noi ci siamo seduti dalla parte degli ultimi, dato che gli altri posti erano già tutti occupati” (dai banchieri, dai malavitosi e dai cialtroni che finora ci hanno governato).

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Dove andiamo?

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“Il periodo storico nel quale sta vivendo l’intera umanità è decisamente importante e sconvolgerà gli schemi mentali di gran parte di noi, sia in Occidente che Oriente, perché dovremo escogitare un nuovo modo di intendere l’Uomo in questo mondo. Il passato dovrà essere considerato come qualche cosa che ha avuto un senso compiuto, mentre il futuro si presenta talmente incerto da dover rifondare la nostra vita secondo scopi precisi”.

Ho scritto questo post qualche giorno fa sulla mia bacheca di fb, e mi sono accorto che la riflessione ha suscitato un certo scompiglio, tra approvazione e mistificazione, suggerendomi esplicitamente di ampliarla in un’altra sede, ossia questa. Cercherò dunque di spiegare meglio ciò che ho voluto intendere con essa.

Non dico certo nulla di nuovo se ancora una volta sostengo la presenza in questo mondo mentale umano della fine di due ideologie: prima di quella social-comunista ed ora di quella sfrenata-liberista. L’idea che nel corso della storia evolutiva umana alcune regole di scambio dei prodotti potessero garantire un equilibrio “quasi naturale” fra gli attori di quello scambio (idea liberista) è decisamente naufragata con la crisi economica mondiale che stiamo vivendo.

Ma ancora prima, una struttura sovrasingolare come lo Stato Sovietico (burlescamente definito Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, URSS), sia pure in presenza di regole ferree, grazie al crollo del muro di Berlino del 1989, si era rivelata fasulla, perché l’essere umano sembra comunque essere sempre molto sensibile all’incremento del proprio benessere esistenziale ed economico a scapito di altri esseri umani e della Natura in generale.

Bene. Questa è la situazione mentale in cui ci troviamo tutti noi, in qualsiasi parte del mondo, perché i due modelli, americano e sovietico, erano quelli esportati ovunque, in qualsiasi altra geografia mondiale e gli atteggiamenti mentali che essi permettevano o favorivano erano, nella loro sostanza, identici ovunque, sia pure con qualche differenza culturale.

Inoltre, tali modelli nascondevano rispettivamente due sovrastrutture ideologico-religiose importanti. In Occidente, il modello liberista, come ci insegna , era praticamente anglicano-protestante, mentre nell’Oriente comunista era ortodosso-cristiano, con conseguenze decisamente diverse, rispetto ai comportamenti umani considerati, nei due ambiti, più o meno legittimi.

Mentre l’idea protestante offriva leggittimità ai comportamenti legati al self made man, dunque alla presenza di una evoluzione “dal niente” e possibile per ogni uomo dotato di buona volontà, ingegno e “buoni costumi”, nella lontana Unione Sovietica la dimensione solidale del vivere umano era considerata uno stiledi vita generale e quotidiano che ogni cittadino doveva assumere, proprio perché lui stesso diventava espressione concreta del concetto di Stato stesso.

Nella pratica quotidiana della vita, tali concezioni si traducevano nell’idea di Max Weberna maggiore libertà ad Occidente contro una maggiore sicurezza sociale in Unione Sovietica e in quella partedi Oriente in cui tale ideologia aveva particolarmente attecchito, come era accaduto per la Cina.

Archiviati, perché rivelatesi fallimentari, questi due modelli, inevitabilmente va in crisi sia il concetto ci libertà che quello di sicurezza, e conseguentemente l’idea di Dio che garantisce lo sviluppo del singolo essere umano, oppure quella di un altro Dio che garantisce lo sviluppo dell’intera società (anche quando essa si dichiarava ufficialmente atea, come nel caso dell’URSS).

Occorreva allora colmare il vuoto lasciato con qualcosa per cui valesse la pena scambiarci reciprocamente degli oggetti e delle azioni. Non abbiamo trovato di meglio che gli oggetti e le azioni del commercio, ossia il concetto di merce.

Ecco oggi cosa è la nostra vita: una merce con un più o meno valore di merce, ossia qualcosa che possiamo, anzi dobbiamo, quantificare precisamente in un numero.

Che si tratti di spread, di Bot, CCT, azioni oppure industrie, non ha nessuna importanza, rispetto alla necessità che si debba comunque stabilire un prezzo per qualsiasi oggetto ed azione umana.

Ecco perché nella dichiarazione fatta ho sostenuto l’idea che il passato è qualcosa di chiuso, terminato e finito. Perché non è più possibile tornare a recuperare nessun punto di riferimento se non rifondiamo antropologicamente lo scopo finale per il quale vale la pena soffrire.

Ed ho scritto soffrire, non vivere felicemente… perché con la felicità si costruisce la morte, con la sofferenza ci si chiede perché sia utile combattere la tendenza inevitabile all’usura delle cose di questo mondo, compreso i nostri affetti. E quando, secondo me, avremo capito che in questo periodo la Natura ci chiede proprio questo, saremo forse in grado di fornire un futuro, anche lontano, ai nostri figli.

Se non ci chiediamo perché le cose finiscono, non avremo mai il coraggio di iniziare il nuovo.

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Francesi, mezze calzette!

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FRANCESI, MEZZE CALZETTE!

Ma no, no, no! Com’è possibile che in Francia, terra che ha dato i natali a Volterre, Molière e Brigitte Bardot, possa concepire le mezze calzette! Proprio dei calzini corti stiamo parlando, quelli che terminano alla caviglia o poco più sopra, per cui solo una cosa è ancora più terribile, i calzini bianchi, il peggio del peggio, se non portati per ragioni sportive. In Francia è difficilissimo trovare calze da uomo lunghe, in compenso dei corti se ne trovano di tutti i colori, materiali e fantasie. L’ultima moda: il calzino bicolore, quello con la punta e il tallone di colore diverso, in contrasto.
Mon Dieux! I calzini corti da uomo sono una cosa terribile, la Waterloo dell’eleganza. Si capisce molto degli uomini che si agghindano con i “pedalini”. Ma i francesi continuano a portarli come se nulla fosse. Basta fare un giro sui mezzi pubblici, la metropolitana o il centro di Parigi, perché si intraveda un pezzo di pelle nuda fra la colpevole calza e il pantalone tirato su dalle pieghe che, ad una certa ora, causa la stanchezza di una lunga giornata di lavoro, non ne vuol sapere di rimanere al suo posto.
Un povero immigrato italiano, in Francia, non ha molte speranze di trovare le calze giuste da indossare, sebbene un italiano vero non cederà mai alla perversione del tragico calzino corto o peggio del calzino con i sandali, prerogativa dei tedeschi.
Per fortuna si vede una luce in fondo al tunnel: il noto giornale Le Monde si sta occupando della gravosa faccenda, proponendo un editoriale molto chiaro e portando i lettori a comprendere che non è chic mettere in bella vista un pezzo di tibia, visione sgradevole imposta da chi porta il calzino a mezz’asta, che sembra più che altro rimasto vittima di un errore di programmazione della lavatrice . Pertanto si spera in una veloce redenzione del popolo francese che se vuol dettare regole di buon gusto dovrà ispirarsi al gusto tutto italiano della calza lunga e scura, blù o nera, adottati dai politici come Sarkosy e il suo antagonista aristocratico De Villepin;
E. Balladur osava anche con le calze rosse, ma veniva ripreso da F. Fillon, l’ex primo ministro di Sarkò, che compra le sue calze da Gammarelli, il celebre negozio romano specializzato nel vestire da secoli Papi e Cardinali, quindi chic per forza.
Di Hollande non sappiamo, ma non avendo ancora esposto pezzi di tibia, possiamo supporre che usi la calza lunga.
Così Le Monde cita gli italiani come esempio da imitare, poiché riguardo ai calzini striminziti abbiamo molto da insegnare(pochi italiani osano oltraggiare la propria mise con la mezza calzetta). Almeno coi calzini il nostro spread è alto.

Vanessa Seffer

da Palermomania.it

7/6/2012

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