I numeri della spesa oncologica

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I numeri della spesa oncologicaLa patologia oncologica in Italia presenta un impatto economico di rilevanza crescente sul sistema sanitario del nostro Paese. Al contempo, e questo rappresenta una buona notizia per noi cittadini, è in aumento anche la speranza di vita legata alla diagnosi grazie anche alla disponibilità di trattamenti sempre più mirati, maggiormente efficaci e con effetti collaterali moderati. Certamente è complicato iniziare un articolo sul “pianeta cancro”, con tutti i risvolti emozionali intrinseci all’argomento, con parole come “impatto economico”. Tuttavia occorre ricordare che sin dal 1992 in Italia ha preso avvio il processo di aziendalizzazione del Servizio sanitario nazionale a seguito del Decreto legislativo numero 502 del 30 dicembre 1992.

La rivoluzione di allora non apparve come una semplice operazione di facciata con la modificazione della terminologia con le Usl trasformate in Asl, ma a questi nuovi soggetti giuridici, le aziende sanitarie, vennero attribuite autonomia decisionale e patrimoniale con l’obiettivo di rispondere a criteri di efficacia, efficienza, economicità e rispetto dei vincoli di bilancio. Pertanto, in riferimento alla sanità non si può prescindere dalla sostenibilità finanziaria del sistema e dall’equilibrio di bilancio pubblico. I progressi fatti dalla medicina, sia in ambito diagnostico che terapeutico, hanno certamente portato dei risultati straordinari in termini di salute per i malati di cancro, dall’altro però sono cambiati e aumentati i bisogni di salute ed i servizi di assistenza per loro e familiari, e ciò ha determinato una implementazione dei costi globalmente intesi.

Se dunque ognuno di noi è ben consapevole che la disponibilità e l’accessibilità alle migliori cure disponibili rappresentano un diritto per i malati di cancro, al tempo stesso è necessario avere una consapevolezza dei costi economici connessi alla cura essendo altresì aumentata la pressione sugli interventi di contenimento della spesa sanitaria, soprattutto su alcuni farmaci, tra cui gli oncologici. Come già scritto, la sopravvivenza media della popolazione italiana affetta da malattie neoplastiche è aumentata nel corso degli anni. Secondo un rapporto Aiom-Airtum sui tumori in Italia (i numeri del cancro in Italia 2015, il censimento ufficiale dell’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom) e dell’Associazione italiana registri tumori (Airtum), quinta edizione, presentato il 24 settembre 2015 a Roma nell’Auditorium di Lungotevere Ripa, nel 2015 le persone viventi dopo una diagnosi di tumore erano 3.037.127, ovvero circa il 5 per cento dell’intera popolazione italiana, con una sopravvivenza media a cinque anni dalla diagnosi di un tumore maligno del 57 per cento fra gli uomini e del 63 per cento fra le donne. I tumori costano circa 19 miliardi di euro ogni anno nel nostro Paese. Le uscite per i farmaci equivalgono a 4,5 miliardi (il 25 per cento del totale) con un incremento annuo di 400 milioni.

Il sistema sanitario italiano finora è riuscito a garantire a tutti i cittadini i farmaci anti-cancro innovativi. Dei costi associati alle patologie tumorali in Italia, pari a 18,9 miliardi di euro nel 2015, il 57 per cento è rappresentato dai costi diretti (per assistenza primaria, ambulatoriale, ospedaliera, pronto soccorso, controlli e farmaci) e il 43 per cento è costituito dalle perdite di produttività legate a mortalità, disabilità e pensionamento anticipato. Queste uscite sono destinate ad aumentare, perché il cancro è soprattutto una malattia della terza età. Nel 2017 sono state stimate nel nostro Paese circa 369mila nuove diagnosi di cancro: più del 50 per cento, cioè oltre 184mila casi, riguarda le persone anziane. Tra le nuove strategie terapeutiche in oncologia vi è l’impiego, per tempi prolungati, di chemioterapici e nuove molecole come le target therapies, ovvero dell’uso di molecole che hanno come bersaglio target molecolari variegati, con l’obiettivo di “cronicizzare” la malattia neoplastica attraverso una protratta inibizione della crescita tumorale. I nuovi farmaci antitumorali, associati ai tradizionali chemioterapici, consentono miglioramenti delle guarigioni e della sopravvivenza in percentuali ma hanno anche un peso importante all’interno della spesa farmaceutica nazionale. Infatti nel 2016 hanno rappresentato la prima categoria terapeutica a maggior spesa pubblica con circa 4,5 miliardi di euro.

Questo valore, anche se significativo, equivale solo al 25 per cento dei costi sanitari relativi ai tumori. Ogni anno in Italia il numero di malati oncologici – 3 milioni nel 2015 – cresce di oltre 90mila unità (+3 per cento), sia per la maggiore incidenza collegata all’invecchiamento della popolazione, ai fattori ambientali e agli stili di vita, sia, fortunatamente, per i progressi nella diagnosi precoce e nelle terapie che migliorano la sopravvivenza e cronicizzano la malattia. In Italia la sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi è più alta rispetto a quella dei Paesi dell’Europa centrale e settentrionale, anche se abbiamo a disposizione meno fondi. La gestione dei costi rappresenta dunque una priorità. Per garantire la sostenibilità del sistema sanitario, la parola d’ordine è appropriatezza. Anche nel settore oncologico si deve procedere all’eliminazione di spese improprie, per rendere più efficiente l’organizzazione dei servizi e migliorare l’assistenza garantita ai cittadini. Uno dei punti critici è rappresentato dal collegamento e dall’integrazione di tutte le fasi del percorso assistenziale.

Costruire un sistema in grado di offrire cura e assistenza sanitarie, coniugando obiettivi di qualità ed appropriatezza a politiche economiche, è un impegno perseguito da tempo dai diversi attori siano essi responsabili della programmazione sanitaria, clinici, associazioni scientifiche o associazioni di cittadini. Attori molteplici perché non basta partire da una corretta analisi della domanda sanitaria, ma si deve anche tener conto del livello di soddisfazione dei pazienti (customer satisfaction) in termini di qualità percepita delle prestazioni e di espressione delle loro volontà. La partita che si sta giocando a vari livelli è importante. Il medico è stretto tra i bisogni del paziente e le esigenze economiche del rispetto dei conti pubblici: pertanto nella attuale realtà economica del Paese è essenziale ed urgente trovare un equilibrio tra la disponibilità di investimenti pubblici nella sanità e la necessità di mantenere livelli assistenziali qualificati a mantenere e migliorare la condizione di salute della popolazione.

Non est vivere sed valere vita est: la vita non è essere vivi ma stare bene.

@vanessaseffer

 

 

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Il venerdì nero dei medici

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Il venerdì nero dei mediciTemevamo un momento come questo in cui medici, anestesisti e dirigenti sanitari di tutte le regioni e in ogni capoluogo d’Italia avrebbero incrociato le braccia. Accade oggi, giornata in cui è stata organizzata una manifestazione unitaria per 24 ore, così come accade per i trasporti urbani ed extraurbani (metropolitane, bus, treni, aerei) quando ci bloccano il Paese. Ma questa è ben altra cosa. Cosa succede se ci sentiamo male, se abbiamo un incidente e ci portano al Pronto soccorso? Se accade a nostro figlio che va in moto, se succede a nostra madre che ha 80 anni? Le urgenze saranno come sempre garantite.

Oltre 40mila interventi chirurgici oggi saranno rinviati per la vasta partecipazione degli anestesisti prevista e il probabile blocco delle sale operatorie e lo stesso per diverse centinaia di migliaia di visite specialistiche e prestazioni diagnostiche. Bloccata anche l’attività veterinaria. Sarà assicurata solo l’attività del Pronto soccorso in urgenza.

Alla protesta aderiscono tutte le principali sigle sindacali di categoria, incluse le maggiori Anaao, Aaroi, Cimo, Fp Cgil Medici e Cisl Medici. “Partecipiamo allo sciopero in maniera convinta – ha dichiarato Biagio Papotto, segretario generale della Cisl Medici – perché neanche questo Governo ha messo tra le priorità dell’agenda la sanità. Non c’è il giusto finanziamento del Servizio sanitario nazionale, il contratto collettivo nazionale è fermo da 10 anni e non si capisce di chi sono le responsabilità per la mancata conclusione. Il contratto 2019-2012 non è stato finanziato adeguatamente”.

Diverse dunque le motivazioni della protesta, a partire dall’insufficienza del finanziamento previsto per il Fondo Sanitario Nazionale 2019 in relazione alla garanzia dei Livelli Essenziali di Assistenza (Lea) e agli investimenti nel patrimonio edilizio sanitario e tecnologico. Ma non ci sono sufficienti risorse anche per l’assunzione del personale della dirigenza medica, veterinaria e sanitaria. Inoltre, sono scarse le risorse assegnate al finanziamento dei contratti di lavoro. I ritardi amministrativi nei processi di stabilizzazione del precariato nel settore sanitario sono motivo di rossore per il nostro Paese. I contratti sono fermi da 10 anni, gli stipendi idem, la libera professione che non tutti riescono o non vogliono o possono praticare, serve a sopperire questo gap, quindi va sistemata la situazione, altrimenti è solo un cane che si morde la coda.

La carenza di organico nel 91 per cento degli ospedali, da un sondaggio fatto su un numero significativo di ospedali pubblici italiani, specialmente nei turni di notte, significa che la sicurezza dei pazienti è a rischio. Rischi di chiusure per i continui tagli, i risparmi (di chi?) e l’impossibilità di introdurre nuovi contratti di formazione specialistiche post laurea, perché troppo poche le borse rispetto agli stessi laureati. Ciò comporterà nei prossimi anni una sparizione di diverse figure specialistiche, a meno che non dovremo importarle dall’estero, come accaduto anni fa con gli infermieri a discapito della eventuale formazione. Invece, noi formiamo i nostri giovani, che ci costano centinaia di migliaia di euro pro capite, e questi poi non trovando collocazione vanno all’estero. Un dono che facciamo ad altri Paesi che si ritrovano un patrimonio unico a costo zero.

La mobilitazione di oggi è un urlo di dolore dell’intera categoria medica, ma anche un alert per i cittadini italiani che corrono un rischio gravissimo, di vedere compromesso uno dei motivi d’orgoglio più grandi che abbiamo: il Paese Italia è fra i primi tre al mondo in cui si vive più a lungo, si viene curati meglio, gratuitamente, anche se sei straniero e non hai documenti, se non hai soldi e un lavoro, se hai perso la memoria e pure se hai commesso un reato. Hai diritto comunque alle cure e non ti inviano il conto a casa come in altri Paesi. Vieni curato al massimo delle possibilità con il meglio delle tecnologie disponibili. Questo succede, nonostante tutto, in Italia!

@vanessaseffer

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Salute mentale: “La città che cura”, parla Ciani

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Salute mentale: “La città che cura”, parla Ciani“La salute mentale, come spesso la solitudine degli anziani, è una tematica molto trasversale”. È questa l’idea di Paolo Ciani, membro della Comunità di Sant’Egidio dal 1984, consigliere regionale del Lazio, esperto di politiche sociali. Nei giorni scorsi alla Regione Lazio si è tenuto un seminario dal titolo “La città che cura”, organizzato proprio dalla Comunità di Sant’Egidio, che in collaborazione con la Asl Roma 4 e il Comune di Civitavecchia, ha realizzato una rete di convivenze protette, residenze a costi sostenibili dove ci si può curare a domicilio, per persone con disturbi mentali e disagio sociale, guadagnandoci soprattutto in termini di qualità della vita e di rapporti umani. A questo incontro ha partecipato il personale sanitario del servizio pubblico, del privato convenzionato. Così come assistenti sociali, volontari, associazioni del privato sociale e della salute mentale. È stata una grande opportunità per riflettere sui diritti delle persone con disturbo mentale conquistati con la legge 180-1978 e su come “modulare i servizi della salute mentale affinché questi diritti (vivendo nel proprio ambiente, alle cure sanitarie territoriali, alla casa, al lavoro, alla famiglia), siano effettivamente garantiti”.

Il “malato di mente”, infatti, fino al 1978 non era un cittadino; la Costituzione era valida per tutti ma non per chi era internato e quindi privato di qualsiasi diritto. La legge 180, ricordata anche come legge Basaglia, ha consentito di chiudere in Italia i vecchi manicomi e di organizzare i servizi sanitari territoriali del Dipartimento di salute mentale. Secondo la Comunità di Sant’Egidio, “per la piena realizzazione dei servizi della salute mentale c’è ancora tanto da fare, anche nella Regione Lazio, ma si può affermare che la legge 180 costituisce un faro e indirizza il cammino”.

Dottor Ciani, il tema della salute mentale deve restare solo un problema privato o no?

Si parla di emarginazione, di periferia. Ma anche di periferia esistenziale. Spesso la salute mentale non è periferizzata in termini geografici, ma è la periferia delle nostre attenzioni, e seppure talvolta il tema della salute mentale può anche nascere per problematiche diverse, non dobbiamo pensarlo come un problema solo degli individui, dei malati in prima persona, ma allargato alle loro famiglie, persino agli operatori. La proposta che noi facciamo di una città che cura è proprio questa, cioè di non soggettivizzare il problema, ma di condividerlo per risolverlo insieme. Perché spesso anche il dramma delle famiglie è quello di doversi sobbarcare da soli tante difficoltà, non solo quelle economiche, ma vale anche per gli operatori che spesso non sono sufficienti. Quindi noi abbiamo visto che laddove una città con le sue reti, con un ponte tra i servizi, le istituzioni, il volontariato, riesce a creare sinergia, una comunità riesce a risolvere i problemi relativi anche alla salute mentale.

C’è la paura che appartiene alla persona malata, che ha la famiglia e che ha la comunità. La città che cura deve fare i conti con la paura, perché non conosce, non sa e quindi perché non attivare anche dei meccanismi di conforto e di conoscenza sin dalla scuola?

C’è la paura che è lo stigma sociale. Noi abbiamo voluto fare questo incontro a quarant’anni dalla Legge 180, perché quella legge diede inizio a un grande cambiamento, il malato psichico, il matto, era la persona pericolosa, deviata, violenta. Quindi c’era una forte paura nei confronti di questo tipo di persona. Chiaramente questo non è superabile per decreto. Peraltro, noi viviamo un tempo di grandi paure, quindi il discorso di conoscere da un lato, di mettere a disposizione servizi e di creare reti che accolgano e che aiutino, può aiutare il malato, ma anche la comunità. Perché solo conoscendo, infatti, si superano le paure.

Crescere ai margini fa la differenza, ma alle volte dai margini vengono fuori personalità meravigliose, ne abbiamo di esempi anche dal mondo dell’arte, della cultura, della politica, addirittura della grande industria.

Questo è verissimo. Ho detto per dire che ci sono luoghi dove non ci sono esempi di una società aperta e accogliente la vita è peggiore. Ci sono studi medici che lo affermano, chi vive le periferie vive meno di noi. Basta pensare alle periferie del mondo, al sudest asiatico, all’Africa, ma anche a certe periferie urbane delle nostre città. Però è vero che laddove la periferia o il margine è umanizzato, non credo ad un razzismo sociale, e quindi che non ne venga nulla di buono. Ma per quanto sia vero che anche dai margini sono venute figure splendide, è anche vero che hanno dovuto combattere il doppio o il triplo rispetto ad un cittadino che ha vissuto più agiatamente. In realtà la nostra sfida oggi è quella di dare pari opportunità a tutti i nostri cittadini.

Quindi dobbiamo costruire un’alleanza fra cittadini, allearci fra noi. Ma dobbiamo forse fare un po’ di esercizio per questo!

Assolutamente sì. Questo diritto alla città è un diritto al vivere comune! Chi vive ai margini della città, pensiamo ai senza fissa dimora, ad alcuni anziani degli istituti, ad alcune persone con disagio mentale, che non hanno il diritto a vivere la città. Perché dalle barriere architettoniche, alla mancanza di luoghi di socialità, alla mancanza di possibilità di utilizzo degli spazi comuni, vivono continue privazioni, costanti disagi.

@vanessaseffer

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Buon compleanno dottor Kahn

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Buon compleanno dottor KahnSono passati esattamente dieci anni da quando venne pubblicato sulla prestigiosa rivista “New England Journal of Medicine” un articolo dal titolo “Etiquette-based medicine“. L’articolo scientifico venne ripreso a livello internazionale anche dalla stampa non specializzata ed ebbe una grande diffusione non solo in ambito sanitario e tra gli addetti ai lavori.

Michael W. Kahn, psichiatra di Boston, autore dell’articolo partiva da un assunto disarmante nella sua semplicità: Patients ideally deserve to have a compassionate doctor, but might they be satisfied with one who is simply well-behaved?

Si rimase stupiti all’epoca perché al di là di ogni valutazione sulla efficacia o meno delle varie tecniche di comunicazione, al di là anche di ogni accademica dissertazione sulla qualità del rapporto medico-paziente, veniva posto l’accento sulla buona educazione e sul timore che dal declino della stessa all’interno della società potessero derivare comportamenti che dapprima avrebbero minato il rapporto fiduciario e di empatia con la categoria medica ed in seguito addirittura avrebbero potuto innescare fenomeni di conflittualità che, l’esperienza insegna, hanno realmente prodotto negli anni successivi un esplodere di atti di violenza a carico degli operatori sanitari.

Eppure l’autore dell’articolo partiva dalla semplice constatazione, almeno nella percezione dei pazienti, di una mancanza di educazione da parte dei medici nell’approccio comunicativo. Infatti l’autore sosteneva, per la sua soggettiva e contestuale esperienza di medico e di paziente, che i pazienti fossero, almeno apparentemente, più attenti all’approccio rispettoso del medico, rispetto alla sua capacità di porsi in maniera empatica col malato. E che il problema fosse già presente almeno nella fase embrionale lo dimostra la discussione, avviata sin dai primi anni novanta all’interno del mondo accademico statunitense, dalla quale emergeva la consapevolezza che tra i fattori capaci di influenzare la formazione del medico rientrava a pieno titolo il costante declino del senso di responsabilità civica e delle buone maniere negli Usa.

Un problema quindi caratteristico della società occidentale affetta ormai da un carico di pressapochismo, di superficialità, di giudizio sommario che sembra avere permeato molti aspetti del vivere collettivo, dalla politica all’ambito lavorativo, per interessare anche i piccoli gesti della daily routine come, si dissertava qui su “L’Opinione” il rituale della colazione al bar con il non ricevibile “che prendi cara?”.

Maleducazione, impazienza, insensibilità e scorrettezza ormai si rincorrono e traggono potenziamento dall’alterato squilibrio del binomio doveri-diritti sempre più proteso in favore di quest’ultimo. In ambito sanitario il diritto da parte della persona malata di esercitare un pur legittimo ambito di autonomia decisionale nei rapporti col medico, la presenza di aspettative sempre maggiori in termini di salute personale, lo stress degli operatori ed il loro numero sempre più ridotto unitamente agli aumentati carichi di lavoro, rendono ragione del prevalere di atteggiamenti di intolleranza, di franca ostilità e di violenza come dimostrano le cronache quotidiane in merito soprattutto alle dinamiche dei Pronto soccorso dei nostri ospedali.

Non è semplice trovare una soluzione a tutto questo. Occorre agire su aspetti strutturali ed organizzativi ma anche, e non in maniera secondaria, sulla capacità di apprendere e comprendere emozioni e fragilità implementando percorsi di umanizzazione e coinvolgendo le associazioni di volontariato. E se intanto iniziassimo rimettendo l’insegnamento della educazione civica nei corsi scolastici delle scuole dell’obbligo?

@vanessaseffer

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Il mistero dei francobolli che non dovrebbero esistere

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Il mistero dei francobolli che non dovrebbero esistere Più che un mistero un paradosso storico-bellico. L’asta filatelica della “Ferrario Casa d’Aste” è iniziata ieri e si conclude oggi a Milano. Tra i tanti lotti interessanti spicca il lotto numero1645 che propone, alla sottoquotata base di euro duemilacinquecento, tre francobolli. Per le vicende storico-belliche, esistono allo stato di nuovo ma non potrebbero esistere allo stato di usato. Per anni nelle mani di Roberto Nardacci, studioso filatelico e collezionista d’arte, i tre “non emessi della Fratellanza d’armi” (quando un francobollo non è circolato è definito un “non emesso”) annullati dai timbri postali del 1941.

Le loro tirature furono occultate, ancora fresche di stampa e per volere di Mussolini, nei caveau del ministero delle Poste e lì giacquero dimenticate per l’intero corso bellico. I tre francobolli, allo stato di nuovi, quindi mai circolati e mai postalmente timbrati, furono “scoperti” e strappati all’oblio dalla neonata Repubblica che ne diede notizia nell’estate del 1946 destando nel mondo filatelico, e non solo, immediato stupore, interesse e curiosità: nessuno prima di quel momento aveva mai inteso alcunché su quei tre “non emessi”. Semplicemente, “non esistevano”. Quindi era impossibile poterli reperire annullati con i timbri coevi del periodo d’uso postale (la validità della serie ufficiale fu fino al 28 febbraio 1942).

Questa è la storia e la genesi dei tre non emessi: in seguito al “Patto d’acciaio”, firmato a Berlino il 22 maggio 1939 tra i ministri von Ribbentropp e Ciano, il 10 giugno 1940 Mussolini dichiarò l’entrata in guerra e subito, per propaganda a favore dell’Asse Roma-Berlino e della guerra comune, decise insieme all’alleato un’emissione filatelica congiunta di enorme importanza politica denominata “fratellanza d’armi italo-tedesca”. Il bozzetto della serie italiana, con i profili dei due dittatori, fu commissionato a Corrado Mezzana, noto artista dell’epoca. È significativo osservare che la serie non avrebbe presentato alcuna traccia del simbolo statale, ossia lo scudo crociato dei Savoia che, affiancato dai fasci, fu presente anche dopo questa emissione su tutti i francobolli del ventennio.

Appena stampati i sei valori italiani, e poco prima che gli stessi fossero immessi nel circuito postale, Mussolini fu informato che sul francobollo tedesco sarebbe apparsa la scritta “Zwei Völker und ein Kampf”. Decise quindi di sostituire i tre valori più bassi con altri tre di pari valore e colore ma con diverso bozzetto e la didascalia “Due popoli una guerra”. I tre valori più alti, stessa vignetta dei tre “occultati” furono emessi il 30 gennaio del 1941 sincronicamente con l’emissione tedesca e gli altri tre, con diversa raffigurazione (anch’essa realizzata da Mezzana), furono fatti circolare il 2 aprile dello stesso anno.

Ma se in Italia l’ufficio propaganda era efficiente, lo era anche il Pwe (Political Warfare Executive) inglese che eseguì nell’ottobre del 1943 una versione ironica di entrambe le vignette realizzando due falsi di guerra altrimenti detti imitazioni di guerra, francobolli di spionaggio, o anche di propaganda. In una di queste versioni Mussolini fu sminuito poiché raffigurato atterrito con Hitler che lo guarda torvo e minaccioso sulla nuova campeggiante, falsificata e irridente, versione didascalica: due popoli un Führer. Nell’altra versione vi è invece un Mussolini raffigurato interdetto sopra la falsa scritta, che sostituisce la dicitura “poste italiane”: “Zwei Völker, Ein Krieg” (due persone-nazioni, una guerra). L’espressione del Duce e l’uso della lingua tedesca erano un messaggio subliminale: l’Italia titubante era stata coinvolta bellicamente da una prevaricante Germania e da un Mussolini timoroso di rompere il Patto siglato.

Parallelamente alla visibile guerra degli eserciti si stavano svolgendo altre belligeranze, silenziose e invisibili, con protagonisti spie, agenti segreti e francobolli: spy stamps! Avversari e oppositori politici stamparono diversi francobolli falsi per delegittimare i capi tedeschi e italiani. E i servizi segreti presero di mira proprio la serie sulla “fratellanza d’armi” per la sua rilevanza storico politica e perché, per la prima volta su un francobollo, Mussolini appariva personalmente in effige. Tra le diverse operazioni legate a francobolli di propaganda, fu particolarmente ingegnosa e originale la beffa dal nome in codice “O.C.”: “Operation Cornflakes” dell’Office of Strategic Services degli Stati Uniti: il 5 gennaio 1945 venne bombardato un treno delle poste tedesche a Leinz. E, insieme alle bombe, furono gettati pacchi contenenti corrispondenza falsa con indirizzi veri, affinché fosse poi recuperata insieme alla posta originale tra i rottami. Corrispondenza falsa affrancata con falsi di guerra: un Hitler trasfigurato in un teschio con la scritta “Futsches Reich”. E, all’interno di pacchi e missive, materiale propagandistico tra cui false copie del giornale nazionalsocialista “DasNeueDeutschland”. Una beffa usare postini “nazisti” della DeutescheReichpost per recapitare ai tedeschi propaganda anti-nazista! Il vero meta-messaggio dell’operazione Cornflakes ed altre simili, consisteva proprio nel dimostrare anche agli stessi tedeschi la penetrabilità delle loro difese naziste.

Dopo queste curiose ed aneddotiche divagazioni storiche torniamo, rimanendo in tema, ai nostri tre “impossibili” non emessi obliterati. Com’è possibile che avessero un timbro postale del ‘41 se l’esistenza delle tre serie “occultate” avvenne solo nel 1946? Ecco quanto è stato riportato, ecco svelarsi il mistero con il racconto del pronipote collaterale di un gerarca: “Ho rinvenuto queste tre cartoline tra vari oggetti ereditati e la versione tramandata in famiglia era che Mussolini, nel momento stesso in cui ordinò di occultare i tre valori fatti sostituire, si fece consegnare alcune serie comprendenti anche i “non emessi” per farne dono a gerarchi italiani e tedeschi. Almeno uno di questi gerarchi però, in occasione della XV Giornata filatelica nazionale di Torino dell’ottobre 1941 svoltasi al Grand’Hotel Principe di Piemonte, si fece obliterare su cartoline ufficiali della manifestazione tutti i valori emessi e quelli “non emessi”.

Queste cartoline giunsero poi nelle mani del collezionista attraverso un percorso tortuoso ma ricostruibile. Già corredati dalla perizia storico/filatelica di Caffaz di Padova. E Caffaz dichiarò che prima di allora non gli era mai capitato di vedere i tre non emessi della “fratellanza” obliterati… Interpellato anche lo Studio Raybaudi, a memoria non ricordava se da lì fossero passati francobolli analoghi. Si dichiararono comunque disponibili ad effettuare una perizia di controllo il cui esito sarebbe stato il rilascio di un certificato “oro” Raybaudi. E’ comunque sintomatico considerare, per mero raffronto, che in tutti gli studi peritali sono invece passati parecchi esemplari annullati del “non emesso” francobollo italiano più conosciuto al mondo, ossia il “Gronchi rosa”.

E quindi, al contrario di questo assai raro “non emesso” del 1961, sui tre “non emessi” della “Fratellanza” è avvalorabile la probante, ed emozionante, ipotesi che siano addirittura quasi unici nello stato di “obliterati”.

@vanessaseffer

 

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Aggressioni ai medici, l’intervista a Ugo Donati

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Aggressioni ai medici, l’intervista a Ugo Donati Il dottor Ugo Donati è il direttore del Pronto soccorso dell’ospedale San Giovanni Evangelista di Tivoli, cittadina laziale dove pochi giorni fa è avvenuta l’ultima aggressione in ordine di tempo ad operatori sanitari.

Dottor Donati, può spiegarci cosa è successo?

Mi sembra giusto specificare che la Direzione strategica dell’Azienda Roma 5 si è immediatamente mossa per farsi parte integrante dell’attività di denuncia nei confronti del soggetto. La denuncia è stata effettuata nella giornata di sabato dal sottoscritto come rappresentante delegato dalla Direzione strategica. Quindi è da rimarcare che immediatamente, anche alla luce delle recenti disposizioni regionali, le Direzioni strategiche diventano praticamente suppletive e implementanti di quella che è l’attività di denuncia che una volta veniva svolta dal singolo operatore che era interessato alla vicenda.

È mai successo che prima la denuncia si evitava per qualche ragione?

Non che io ricordi o che ne abbia conoscenza diretta. Il dipendente, a seconda di quanto era colpito o arrabbiato, presentava denuncia in maniera autonoma ma non sempre aveva il supporto della sua azienda. Questa è la terza situazione in cui come direttore di Unità Operativa mi trovo a dovere sporgere denuncia nei confronti di chi causa i danni.

La persona in questione si era proposta di ripagare i danni?

A mio giudizio, ad atteggiamento duro deve seguire una linea dura: queste forme di pentimento dopo aver commesso un fatto, se pur a volte non nella piena coscienza individuale, lasciano il tempo che trovano. Se uccido una persona perché vado a 200 km orari in città, è chiaro che me ne devo assumere tutte le responsabilità, non basta che chieda scusa alla famiglia dopo che ho ammazzato tre persone. In questo caso non parliamo di omicidio, ma di danni procurati, anche dal punto di vista psicologico; singolarmente non sono pochi, non solo agli operatori, anche a tutti gli astanti. Erano presenti anche dei bambini che abbiamo cercato subito di mettere in sicurezza allontanandoli, e non credo sia stata una scena costruttiva.

Cosa è accaduto nella specifica situazione di venerdì?

La persona in questione ha cominciato ad aggredire verbalmente il nostro operatore del Triage e poi ha continuato con parole e fatti: non entro nello specifico perché, pur essendo stato autorizzato dalla direzione sanitaria aziendale a rilasciare questa intervista, ci saranno delle indagini. Voglio fare personalmente i miei complimenti a questo nostro operatore per non aver reagito minimamente contro questa persona, per essere rimasto impassibile dinanzi alle offese sulla sfera personale, per non aver risposto neppure con uno sguardo, anzi cercando di continuare il suo lavoro per come ha potuto, attivando tutti i processi di salvaguardia per sé e per i pazienti.

Sono situazioni che da voi accadono frequentemente?

Ringraziando il cielo non posso dirlo considerati gli alti numeri di accesso al Pronto soccorso, ma a volte accadono. Purtroppo se ci troviamo davanti degli esagitati, può succedere per ineducazione, per impunità, o perché incapaci di intendere e di volere, perché hanno abusato di droghe o alcol, io sono convinto che questi fenomeni accadrebbero comunque anche se noi avessimo una squadra di Marines all’interno del Pronto soccorso. È anche già successo che le stesse pattuglie della polizia venissero anch’esse malmenate da soggetti che purtroppo sono in situazioni incontrollabili. Quindi il cosiddetto percorso per l’umanizzazione, per quanto assolutamente auspicabile e per quanto debba andare di pari passo con la difesa dell’operatore, purtroppo non è facilmente realizzabile. Perché queste cose sono capitate nel passato, capitano oggi, ma capiteranno sicuramente anche domani.

Donati, dalle sue parole trapela un grande scoraggiamento.

Guardi, probabilmente dico una bestialità, chi lavora in Pronto soccorso sa che questi sono inconvenienti che fanno parte della sua attività lavorativa dal momento in cui mette una firma su un contratto.

Ci sono stati i casi di alcuni medici e soprattutto di alcune dottoresse, e sottolineo il genere femminile, poiché queste ultime sono state violentate, che hanno preso sprangate. Forse questi casi andavano affrontati diversamente, si potevano evitare?

Certo, noi dovremmo avere guardie armate all’interno dei Pronto soccorso che abbiano poteri pieni nei confronti di chiunque si rivolga in un certo modo nei confronti del personale e dei pazienti.

Ma il rischio non è il Far West?

Siamo già nel Far West. Se lei fosse presente in quei momenti vedrebbe che è peggio del Far West. Una sola persona mette a soqquadro un sistema organizzativo, mette a soqquadro tutte quelle difese che possiamo aver messo in campo per cercare di arginare questi processi. Presente io, che ho preso calci in faccia anche personalmente. Questo la dice lunga sulla possibilità di potersi relazionare o interagire con persone che purtroppo in quei momenti non sono loro stessi. Poi tutti quanti chiedono scusa dopo. Ma in quel momento sono persone irragionevoli. Ben venga dunque la pronta iniziativa della direzione strategica a tutela degli operatori. Tolleranza zero.

@vanessaseffer

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Medico e pazienti, l’intervista a Zampetti

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Medico e pazienti, l’intervista a ZampettiSi avvicina venerdì 23 novembre e se le previsioni non meteorologiche si avvereranno sarà un venerdì nero, ma di un nero piceo per la sanità pubblica del nostro Paese. È annunciato lo sciopero generale indetto dai medici. Le motivazioni sono note, a distanza di ormai quasi un decennio dall’ultimo contratto. E altrettanto noti sono gli slogan usati per pubblicizzare e far comprendere ai cittadini le motivazioni stesse e per averli finalmente dalla loro parte della “barricata”. E sulla nuova ed efficace modalità comunicativa adottata dai medici il nostro giornale ha già ampiamente dissertato cogliendone non solo il carattere innovativo ma anche la caratteristica easy and smart. Ne parliamo con il dottor Maurizio Zampetti, responsabile della Uoc di Dermatologia della Asl Roma 6 e segretario nazionale aggiunto della Cisl Medici.

Dottor Zampetti, quanto ci piacerebbe che sin dal giorno successivo allo sciopero ogni medico riuscisse a svolgere efficacemente nelle corsie ospedaliere anche una buona attività di comunicatore oltre a quella di terapeuta.

Per fare questo è indubbio che il medico deve prepararsi al ruolo ed è vero che la formazione universitaria in merito è lacunosa. Nella realtà quotidiana ciascun medico mette in campo gli strumenti che la propria sensibilità e la propria specifica e soggettiva esperienza gli consentono, con il conseguente risultato di sensibili difformità nell’approccio al malato e, dunque, con infinite variazioni di situazioni.

Dunque ancora oggi molto resta affidato all’individuo come spesso accade anche in altri ambiti lavorativi.

Di questo noi medici, che siamo però anche cittadini e fruitori di servizi sanitari, abbiamo una sempre maggiore consapevolezza. È evidente che dobbiamo migliorare la nostra capacità di entrare in relazione con l’assistito e questo dobbiamo farlo per raggiungere un obiettivo sicuramente non semplice: imparare a comunicare oltre che curare. E comunicare non solo le doverose informazioni in merito a diagnosi, terapia e prognosi.

Oggi che si parla di integrazione sociosanitaria è importante che la struttura pubblica, attraverso i propri operatori, sia in grado di fornire univoche e dettagliate informazioni per ottenere aiuti di tipo sociale, mettendo a conoscenza dell’ammalato e dei familiari le diversificate opportunità presenti nel quadro normativo.

Sì, entrare nel sociale vuol dire anche offrire un autorevole supporto conoscitivo su aspetti non secondari quali gli effetti della malattia sulle relazioni interpersonali ed anche sulla vita sessuale che viene spesso ad essere alterata o stravolta nel corso ad esempio di patologie oncologiche. Le persone malate, anche se affette da patologie altamente invalidanti ed a prognosi infausta, sono soggetti che mantengono inalterata la pienezza della disponibilità a poter usufruire dei diritti di cui sono titolari (rispetto della volontà del malato, diritto alla libertà di pensiero, diritto di compiere atti conformi ad opinioni scientificamente validate).

E allora Zampetti, dopo un venerdì nero, dopo la solidarietà ad una categoria professionale che ha un ruolo insostituibile, ci piacerebbe svegliarci il giorno dopo sapendo che la categoria medica ha finalmente fatto proprio il concetto di “umanizzazione”.

Io ritengo che la categoria medica abbia compreso che nei momenti di comunicazione della diagnosi e della prognosi la persona malata è spesso in una fase di autentica confusione e che occorre dimostrare una profonda e sincera comprensione.

Zampetti, credo che lei sia consapevole come medico e sindacalista che noi cittadini non abbiamo gli strumenti individuali per giudicare la bontà del singolo atto medico.

Personalmente sono convinto che l’implementazione dell’uso delle buone maniere e l’utilizzo di espressioni e linguaggio semplice, tenendo conto dei diversi livelli di comprensione e di preparazione culturale dei singoli, quasi certamente potrebbe ridurre alcune diffidenze dei cittadini nei nostri confronti. Perché i cittadini, anche se distratti dallo storico vizio di lamentarsi del nostro Servizio sanitario nazionale, sanno molto bene che tra noi medici ci sono autentici grandissimi professionisti ed autentici eroi nascosti.

(*) In memoria del dottor Giuseppe Liotta, medico e pediatra, che in Sicilia ha sacrificato la propria vita pensando unicamente al dovere di salvaguardare quella altrui.

@vanessaseffer

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Medici aggrediti, ultimo caso a Tivoli

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Medici aggrediti, ultimo caso a TivoliVenerdì scorso nel Pronto soccorso dell’ospedale “San Giovanni Evangelista” di Tivoli un uomo ha aggredito gli operatori, danneggiato i locali e creato momenti di panico. Il responsabile, classe 1989, raggiunto dalle forze dell’ordine in un bar poco lontano, seppur pentito delle sue azioni e intenzionato a ripagare i danni materiali provocati, è stato comunque denunciato per i danni causati a persone e cose e per interruzione di pubblico servizio. Solo pochi mesi fa il segretario della Cisl medici Biagio Papotto, aveva evidenziato la drammaticità della situazione dei medici e degli operatori sanitari, troppo spesso aggrediti durante le ore di lavoro, suggerendo di non lasciare impuniti simili attacchi a tutte le professionalità ospedaliere. Le aziende non dovrebbero voltare le spalle ai propri operatori. Piuttosto, dovrebbero schierarsi come parte civile al fianco dei medici e degli operatori sanitari. Con un obiettivo: dare una dimostrazione forte del disagio provocato alla categoria dei medici, degli infermieri e degli operatori sanitari che agiscono per il bene della comunità e spesso si ritrovano bersaglio di offese, minacce, addirittura di violenze fisiche. Chi ha denunciato non deve restare da solo.

Giuseppe Quintavalle, commissario dell’azienda di Tivoli, la Asl Roma 5, oltre alla denuncia, ha garantito il sostegno psicologico per i suoi collaboratori. Per questi interventi un apprezzamento è giunto alla direzione strategica, attraverso una nota della Cisl Fp, che ha evidenziato la necessità di avere sul posto figure che si interfaccino con l’utenza nelle sale d’attesa, “dedite alla gestione dei conflitti che spesso si trasformano in aggressioni al personale”. Nonostante le azioni di violenza non si possano prevedere, questo aspetto, nella riorganizzazione della zona dei triage, ossia un sistema di informazione ad uso esclusivo degli utenti, sarà previsto all’interno dei prossimi lavori di ristrutturazione del Dea insieme ad una decisa azione di umanizzazione, con la collaborazione e la presenza di personale proveniente da associazioni accreditate all’interno delle sale d’attesa di ogni Pronto soccorso di competenza della Asl Roma 5, al fine di dare sostegno, consigli, indicazioni sui percorsi, nei limiti della normativa sulla privacy.

@vanessaseffer

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Palingenesi del “che prendi cara?”

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Palingenesi del “che prendi cara?” Roma è la Città Eterna. Ti perdi nei suoi vicoli, ne ammiri la bellezza millenaria, rifletto su quanto si è fortunati a vivere in questo pezzo di storia, ne apprezzi il dolce clima, il ponentino, le ottobrate, la cucina povera, quella della tradizione, quella contaminata dalle altre culture, un po’ meno quella soltanto contaminata, ma per quest’ultima ci sono i Nas. Insomma, anche se mi muovo facendo lo slalom tra i tombini intasati, ma questa è un’altra storia ed un altro articolo, bisogna riconoscerlo: Roma è godibilissima. Poi decido di ristorarmi ed entro in un bar, non importa dove, non importa in quale quartiere ed eccolo lì pronto ad azzannarmi come un cane inferocito: il rinnovamento profondo, la trasformazione integrale e radicale del costume, la palingenesi del “che prendi cara/o?”.

Magari a qualcuno potrà anche sembrare simpatico, senz’altro qualcuno potrà anche sentirsi “fico” se a pronunciare le fatidiche parole è una bella barista, gli si raddrizza la giornata, la giacca o il pullover cadono meglio. Magari qualche signora potrebbe perfino sentirsi lusingata se a pronunciare il “che prendi cara?” è un giovane avvenente a preparare il caffè, specie se il marito o il fidanzato cominciano a non notare di aver cambiato il colore delle unghie. Magari però se ne potrebbe fare a meno. Mi occorre solo un latte bianco con molta schiuma e cannella, un cappuccino d’orzo chiaro, al più una tea con latte freddo a parte o un cornetto vegano. Il massimo sarebbe ricevere quanto ordinato accompagnato da un sorriso spontaneo, vabbè anche solo un sorriso prodromico della mancetta. E invece mi “becco” la stucchevole mancanza di educazione, mimetizzata da disponibilità a prepararmi quel caffè e quel cappuccino con i migliori sentimenti, quelli puri, quelli autentici, quelli che solo il “che prendi cara?” non mi consente di apprezzare in pieno.

A quando una app che sul telefonino ci indica quei locali dove sedersi e prendere in pace il nostro caffè preferibilmente non bruciato? E se poi quel break non dovesse essere il massimo, poter cambiare locale al prossimo giro e magari raggiungere quella sensazione di piacevolezza, quella cenestesi che un buon caffè può dare, se non fosse accompagnato da quel segnale che attesta una caduta in picchiata della buona educazione e dello stile: “che prendi cara?”.

@vanessaseffer

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Il Numero Unico 112, questo sconosciuto (seconda parte)

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Il Numero Unico 112, questo sconosciuto (seconda parte)Di seguito la seconda e ultima parte dell’intervista a Livio De Angelis, direttore generale del Numero Unico d’Emergenza (Nue) 112.

Dagli 8 ai 21 secondi il tempo di risposta. La resa degli operatori del Nue 112 di Roma e provincia oggi è ottimizzata, hanno preso la mano e il servizio è eccellente. I problemi che creano più caos sono gli eventi atmosferici e gli incendi, perché arrivano migliaia di telefonate in un arco di tempo ridotto, quando il senso civico supera l’“evento noto”, allora per salvaguardare chi realmente durante quell’evento è in pericolo si procede con il filtro laico.

“Le soluzioni tecniche per fare una centrale operativa del 112 sono poche, tre al massimo: noi abbiamo scelto quella del ‘filtro laico’ – ci spiega il direttore generale del Nue 112, Livio De Angelis – chi risponde qui non è un poliziotto, un infermiere, un carabiniere, ma un operatore laico. Che poi però è diventato una figura professionale ben chiara come operatore del 112. Ma quando si è inventato il termine si è voluto qualcuno che non fosse un professionista dell’emergenza. Lui risponde e filtra le informazioni anagrafiche e geografiche, poi la rimanente intervista viene portata avanti nel secondo step che avviene dalla centrale operativa del 118”.

Se arriva una chiamata di cui si identifica il numero e poi cade la linea, l’operatore del 112 richiama. Per procedura fa cinque squilli, deve accertarsi che la chiamata non fosse per un soccorso che non si è stati in grado di richiedere. Esiste un’app, facilmente scaricabile dagli smartphone, che permette di effettuare una chiamata anche muta e di inviare la posizione esatta di chi chiama alla centrale del Nue. Facilmente utilizzabile da utenti non udenti e non vedenti e in 5 lingue: inglese, spagnolo, arabo, cinese e russo.

In occasione dei mondiali di calcio di Italia ’90 fu istituito il numero 118 per chiamare il soccorso di un’ambulanza. Prima si chiamava un numero urbano a pagamento. Nel 2010 è stato inaugurato il primo centro italiano del 112 a Varese. Di seguito nel 2012 hanno aperto il Nue 112 di Milano e Brescia. Nel 2015, in occasione del Giubileo della Misericordia si è inaugurato il Nue 112 di Roma. Solo nella sede di Roma, dalla sua apertura ad oggi sono state ricevute 8 milioni di chiamate di soccorso. Una media giornaliera di 8mila chiamate, perlopiù richieste per emergenza sanitaria, a seguire chiamate per la polizia di Stato e poi per i carabinieri. Tempo medio di attesa 16 secondi.

Oltre al concorso per i nuovi 115 operatori, altri due progetti sono in corso d’opera: la realizzazione di una seconda base operativa per coprire tutto il territorio laziale e la realizzazione della Cur Nue 112 di Roma CeR (eCall Ready), per recepire le chiamate di soccorso in automatico direttamente dalle autovetture di nuova generazione in caso di incidente. E infine un’altra grande scommessa del dottor De Angelis: “Abbiamo in atto l’implementazione di alcune nuove procedure per la creazione di un registro di utenti con necessità di home-care multidisciplinare e relative procedure di intervento se necessario – conclude De Angelis – l’integrazione del sistema Nue 112 nel Protocollo nazionale di ricerca persone scomparse e infine procedure per la gestione di utenti protetti, violenze di genere, gestori di servizi pubblici, ecc.”.

@vanessaseffer

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