Il Nucleo Tutela Patrimonio Artistico della Polizia Municipale ha sequestrato un manufatto edile abusivo all’interno del comprensorio dell’antico Casale Alliata.

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Il Nucleo Tutela Patrimonio Artistico della Polizia Municipale ha
sequestrato stamani in Via Marinai Alliata n. 17,  un manufatto
realizzato abusivamente sul terrazzo di pertinenza del comprensorio
dell’antico Casale Alliata, ubicato in zona sottoposta al  “Vincolo
Mondello”, vigente in difesa del patrimonio paesaggistico della
borgata marinara.
La proprietaria e committente dei lavori , è stata denunciata
all’autorità giudiziaria., perché sfornita di concessione edilizia e
dei nulla osta del Genio Civile e della Soprintendenza.
Il sequestro è stato convalidato dal gip Fernando Sestito su richiesta
del pubblico ministero Daniela Randolo.
Il sopralluogo degli agenti ha accertato la realizzazione di un
manufatto di circa settanta metri quadrati suddiviso in tre ambienti,
addossato alle mura medievali dell’arco di ingresso dell’antico
casale. Continua la lettura di Il Nucleo Tutela Patrimonio Artistico della Polizia Municipale ha sequestrato un manufatto edile abusivo all’interno del comprensorio dell’antico Casale Alliata.

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Riportiamo articolo di SiciliaInformazioni che ci lascia basiti, noi abbiamo trattato Venturino correttamente pubblicandolo, pertanto ci sentiamo in dovere di riferire quanto succede

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Polemica sotto l’albero

Giallo sullo stipendio
Venturino vs Lauria-VIDEO

antonio_venturino_5stelle_N
di M.S. -Una polemica sotto l’albero. Ruota tutto attorno alla famigerata indennità percepita dai parlamentari del Movimento 5 Stelle. Repubblica nei giorni scorsi aveva “fissato” il primo stipendio dei deputati grillini  a 11 mila e 700 euro. Una cifra decisamente diversa rispetto a quella annunciata di 2500 euro tutto compreso che i rappresentanti del movimento avevano promesso.La risposta del vicepresidente dell’Ars, Antonio Venturino, sta tutta in un video di un minuto. Venturino accusa la professionalità di Emanuele Lauria, il cronista di Repubblica, dal titolo “Emanuele Lauria, il giornalista che smentiva se stesso”. Continua la lettura di Riportiamo articolo di SiciliaInformazioni che ci lascia basiti, noi abbiamo trattato Venturino correttamente pubblicandolo, pertanto ci sentiamo in dovere di riferire quanto succede
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Crollo di via Bagolino, Venturino: Situazione abitativa insostenibile in Sicilia. Occorrono subito leggi ad hoc

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 Vicepresidente Ars Venturino

 

Palermo 18 Dicembre 2012

 

Il Vicepresidente dell’Assemblea Regionale Siciliana Antonio Venturino esprime il proprio cordoglio per il tragico incidente verificatosi nella notte a Palermo con il crollo di una palazzina e la morte di tre persone. “Siamo vicini alle famiglie delle vittime – dice Venturino – ed auspichiamo che eventi del genere non possano più verificarsi. L’episodio di questa notte rappresenta la cartina al tornasole di una pessima situazione abitativa che in Sicilia non può essere più tollerata.  La messa in sicurezza del territorio  non può più essere procrastinata e il Movimento 5 Stelle si spenderà in questo senso approntando opportuni strumenti legislativi”

 


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Una poesia di Marilena Monti, scritta nel 1992 ma sempre un augurio per la nostra Palermo

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SOGNO DI PALERMO

HAI VISTO PALERMO CHE QUESTA MATTINA
SI SVEGLIA PULITA, FRAGRANTE, DIVINA
S’E’ MESSA IL PROFUMO DEI SUOI GELSOMINI
E FIOR DI LIMONI DI TANTI GIARDINI

GIARDINI TORNATI DOV’ERANO UN TEMPO,
PALAZZI SPAZZATI DA UN SOFFIO DI VENTO
E PASSA SCIROCCO E VEDE SPLENDENTE
LA SUA PREFERITA, LA TOCCA LA SENTE…

E VEDI LA GENTE CHE GUODA GENTILE,
NESSUNO STROMBAZZA O HA NIENTE DA DIRE
HAI VISTO CHE FILA ORDINATA ALLA POSTA
E “GRAZIE, MA PREGO, CHE NULLA MI COSTA”…

POSTEGGI SIGNORA, IO POSSO FAR SENZA
CON VERO PIACERE LE DO’ PRECEDENZA
E GUARDA GLI UFFICI , FUNAIONANO TUTTI,
LA MARCA ED IL BOLLO AI BELLI ED AI BRUTTI…

HAI VISTO PALERMO, CHE STRANE E MOZIONI,
DA OGGI ABOLITE RACCOMANDAZIONI
SE CERCHI LAVORO LO TROVI PER NIENTE,
NON DEVI NEPPURE VERSAR LA TANGENTE!

ASCOLTA CHE BELLO NON C’E’ PIU’ RUMORE,
DI MORTE VIOLENTA NESSUNO OGGI MUORE,
LE STRADE DI RASO, NEPPURE UN BUCHINO
E DOLCI PANCHINE IN OGNI GIARDINO…

E IL PUBBLICO MEZZO CHE VA PUNTUALE
ARRIVA IN ORARIO OGNUNO CHE SALE
E L’ARIA PULITA, I PALAZZI E LE CHIESE
SON STATI RIFATTI I PALAZZI DA UN MESE…

E POI GLI OSPEDALI FUNZIONANO ANCH’ESSIIN CALO NOTEVOLE SONO I DECESSI…
PASSEGGI TRA I PLATANI E VAI ALLA MARINA
E SCOPRI CHE IL MARE E’ LI’ STA MATTINA…

UN CORO INCESSANTE DI CENTO UCCELLINI
T’ACCORGI CHE QUI NON CI SONO PADRINI
LE PIAZZE I MERCATI, I NEGOZI , I CAFFE’
I TEATRI, LE SCUOLE, SON TUTTI PER TE…

NON C’E’ PIU’ LA RESSA, NE’ GENTE AGGRESSIVA
PALERMO RINASCE GARBATA, GIULIVA
E INFINE A PALAZZO NON MI SEMBRA VERO
GOVERNA UN GOVERNO ONESTO DAVVERO…

MA SENTI CHE UMANA LA BELLA CITTA’
PIU’ DOLCE E GENTILE CHE GIOIA MI DA’
OH BELLA RINASCI, SEI PIENA DI VITA:
PERSINO LA MAFIA A PALERMO E’ SPARITA….

Marilena Monti
21.10.92

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RITORNARE ALLO STATUTO di Pasquale Hamel

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1. Le critiche e la ragione

Il 1 gennaio 1897, mentre imperversava una delle più gravi crisi del primo cinquantennio del Regno d’Italia, Sidney Sonnino – intellettuale e politico cui si deve, insieme a Leopoldo Franchetti, la prima grande inchiesta che mise a nudo i mali della Sicilia ed il ruolo devastante delle sue classi dirigenti – sulla prestigiosa rivista Nuova Antologia, scrisse un lungo articolo che sarebbe stato ricordato nella storia politica del nostro Paese, soprattutto, per il suo titolo provocatorio. “Torniamo allo Statuto”. Era quello, anche, un richiamo perentorio che l’autore rivolgeva ai politici del tempo, una proposta densa di rigore e di valori, con la quale si auspicava un ritorno alle regole in termini formali ma, anche, un ritorno alla prassi della buona politica contro una deriva schizofrenica, fatta di corruzione e abusi, che troppo spesso portava a confondere fini con strumenti.
Scriveva, infatti, fra l’altro, Sonnino: “ê ora il momento di raccogliersi e considerare con occhio sereno il cammino percorso in un mezzo secolo di storia parlamentare. […] Senza dubbio alcuno, il parlamentarismo, quale si esplica in Italia, è ammalato; e conviene studiarne le condizioni ed approntare i rimedi, se non vogliamo vedercelo intisichire nelle mani, minato dall’indifferenza o dal disprezzo della nazione. […]. Ogni giorno si fa più viva in tutti la coscienza della fondamentale verità, che la semplice riunione, il cumulo degli interessi particolari, sia pure rappresentati da tanti singoli aggruppamenti a base territoriale, non ci dà l’espressione sincera dell’interesse generale della nazione, né ci fornisce gli elementi sufficienti per tutelarlo e garantirlo. […]”
Pur tenendo conto dei contesti e delle proporzioni e, soprattutto, delle tematiche differenti, Sonnino si opponeva al proporzionalismo e temeva l’ingresso di socialisti e cattolici in Parlamento, stesso invito si potrebbe ripetere oggi, nel momento in cui il degrado generale e la crisi della rappresentanza, procura scoramento fra i cittadini e genera come conseguenza una profonda sfiducia nell’istituzione regionale siciliana. Un invito che lo si dovrebbe sostanziare, però, di contenuti concreti e razionali. Che, in ogni caso, dovrebbe rifuggire sia da certe tentazioni neosicilianiste, che vorrebbero scaricare la responsabilità della grave situazione attuale sulla mancata attuazione dello Statuto regionale siciliano, sia da quelle fondamentaliste che sono portate ad addebitare tutti i mali isolani alla stessa Autonomia speciale e che, in ragione di ciò, ne chiedono, a gran voce, e mi permetto di aggiungere, irresponsabilmente, l’abolizione. Diciamo subito che ci schieriamo su una linea mediana, proprio quella che definisco della “richiamata razionalità” che non accetta e che considera anzi sbagliato buttare l’acqua sporca con il bambino, cioè il volere cancellare, con un colpo di spugna, la stessa Autonomia. Ma che rifiuta, però, il mediocre sicilianismo di maniera agitato da chi non conosce o non vuole conoscere la storia, vera, di questa terra.
Dire, infatti, che sia stata la mancata attuazione dello Statuto ad avere impedito alla Sicilia di vincere la sua battaglia per lo sviluppo mi sembra un evidente falso storico, come falso storico sarebbe negare che la Sicilia abbia goduto di una condizione finanziaria privilegiata tale da metterla in una condizione di esclusivo favore rispetto alle altre aree del Paese. Essa ha infatti avuto, nel tempo, una disponibilità di risorse che, utilizzate bene, avrebbero potuto dar corpo a quelle positive potenzialità che lo Statuto stesso, con buona pace di tutti, garantisce.
Così, ci sembra anche giusto dire che é un altrettanto falso storico affermare che il problema siciliano, fatto soprattutto di ritardi e di occasioni mancate e perfino di imperdonabile spreco, sia, tout court, figlio di quello Statuto regionale del ’46 – che Giuseppe Giarrizzo definisce un modesto prodotto giuridico – che ha dato vita all’Autonomia regionale siciliana.
In quest’ultimo caso, mi pare che, con una certa superficialità, potrei dire con stile tutto italiano, si addebiti una patologia che appartiene al sistema politico ad uno strumento che, in se e per se, è perfino neutro, basta scorrere le norme per rendersene conto, e la cui qualificazione, in termini positivi o negativi, dipende da chi, in effetti, lo utilizza.
Voglio esemplificare per non cadere nel genericismo, come invece usano fare taluni detrattori dello stesso Statuto, fra i quali vi é anche qualcuno che – scusate la digressione polemica – al di là dei suoi meriti, ne é stato gratificato ed oggi sputa sul piatto nel quale ha mangiato. Voglio ricordare, a me stesso e a tutti noi, i cambiamenti epocali della struttura socio-economica della Sicilia che proprio l’Autonomia regionale, e quello Statuto, ha indotto. Mi riferisco, in primo luogo, alla riforma agraria degli anni cinquanta. Una riforma che ha avuto suoi limiti e che, anche se ha colpevolmente garantito alcune parti e alcuni interessi a scapito di altri ( in questo caso gli agrari, cioè i grandi proprietari ) e che, anche in ragione di ciò, purtroppo, non ha segnato un futuro per tale comparto è innegabile, tuttavia, che abbia determinato un radicale mutamento del volto della Sicilia.
Quella riforma, obiettivo centrato delle forze moderate e progressiste, è stata, come ha sostenuto Francesco Renda, forse involontariamente, il maggior contributo alla modernizzazione dell’isola dal 1812 ai nostri giorni.
La sua attuazione infatti si è manifestata come un’eccezionale strumento di mobilità sociale.
Grazie a quella riforma, epilogo del “lungo attacco al latifondo”, mutuo il titolo dal bel volume di Tino Vittorio, si è definitivamente chiuso il capitolo non certo esaltante della Sicilia del latifondo e dei conseguenti rapporti arcaici che lo sostenevano.
Per curiosità riferisco che il retorico ed enfatico Benito Mussolini, definiva il latifondo come “tempo di vergogna e inciviltà, da chiudere definitivamente per trasformare la Sicilia in una terra libera e pura per sempre”.
E, con un salto di oltre un decennio, voglio ricordare, ad explificandum, un altro episodio significativo di questa storia lunga e controversa di oltre sessantacinque anni.
Quanti oggi parlano di lotta alla mafia e praticano, purtroppo, troppo spesso un’antimafia parolaia, imputando, acriticamente, alla Autonomia la responsabilità di essere stata anche strumento che ha favorito i perversi rapporti con questo fenomeno sociale devastante, proprio costoro dimenticano che mentre qualcuno insisteva, anche in buona fede e per un malinteso sicilianismo, a negare l’esistenza della Mafia, fu proprio la mozione, approvata nel marzo del 1962 dall’Assemblea regionale siciliana, che consentì una svolta decisiva nella lotta al fenomeno criminale che, purtroppo per noi, ancor oggi, come si leggeva nel testo della stessa mozione ” esercita una deleteria influenza sulla vita economica e sociale dell’isola”.
Essa, infatti, sbloccò l’impasse nel quale si trovava allora il Parlamento nazionale sul tema dell’approvazione di quei provvedimenti antimafia che avrebbero previsto, fra l’altro, l’istituzione della Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno mafioso.
Sappiamo bene, che proprio la Commissione antimafia ha posto in termini nuovi, il tema della lotta alla mafia determinandone l’auspicato salto di qualità.
Nessuno può infatti negare. che i provvedimenti più efficaci, e per tutti la legge Rognoni-La Torre, sono stati effetti delle iniziative e dei dibattiti della stessa Commissione.
E vado ancora avanti per ricordare, quella che vorrei definire la felice stagione della settima e ottava legislatura, per essere chiari, quella che vide protagonisti come Piersanti Mattarella, Angelo Bonfiglio o Pancrazio De Pasquale, e non solo.
Sfido, coloro che genericamente chiedono l’abolizione dello Statuto, a smentire che, in quegli anni, l’Autonomia sia stata realmente un’opportunità, che cioè abbia spiegato i suoi effetti positivi a favore della Sicilia. Ai superficiali detrattori, bisogna ricordare che quella lunga stagione produsse testi normativi innovativi, tali da farne, perfino,riferimento per la stessa legislazione nazionale. Una legislazione che metteva soprattutto ordine e che colpiva gli interessi poco limpidi che avevano consentito di far scempio del territorio. Non è casuale che il presidente Fasino, cui si intestò l’impegno della riforma urbanistica, fosse stato punito nella consultazione elettorale del 1981, e non fosse stato rieletto. Non bisogna dimenticare che proprio Piersanti Mattarella si propose, allora, come campione di un modo diverso del fare politica fondato proprio sul rigore etico. La sua “politica delle carte in regola”, la sfida alle inadempienze politico amministrative, la lotta al malaffare ed alla mafia, la presa di coscienza della necessità di una legittimazione morale per essere considerati credibili e potere battere i pugni sui tavoli decisionali fu un forte richiamo al cambiamento. E che quelle del giovane presidente della Regione non fossero solo belle parole senza esito pratico, lo sanzionò il tragico evento consumatosi quel mattino del 6 gennaio del 1980 nel quale, come scriveva San Paolo”, egli terminò la sua corsa” fermato, proprio, da chi giudicava pericolosa l’azione politica di rinnovamento della quale si era fatto esecutore.
E’ chiaro, dunque, che iI problema del degrado etico e sociale – che peraltro, anche se non é una scusante, investe tutto il Paese e coinvolge anche quelle Regioni che, fino a qualche anno fa, erano considerati esempi di efficienza e trasparenza – non è causato dallo Statuto in se ma da coloro che hanno utilizzato lo Statuto in modo distorto e per fini che non erano quelli del corretto governo del territorio nella direzione, del bene comune.
L’atto d’accusa non va, dunque, rivolto allo strumento Statuto ma alle classi politiche, ai partiti alla, poca accorta, selezione della rappresentanza che genera, come scriveva Macchiavelli, “cattiva politica”.
E, senza offesa per nessuno, quest’atto d’accusa va esteso perfino ad una società civile poco accorta e vigilante e, perfino in alcuni settori, magari compiacente.

2. Non una difesa acritica

E riprendiamo il nostro iniziale invito, al tornare allo Statuto.
Un invito che non significa altro se non un ritorno allo spirito che animò quella felice stagione che ha permesso di costruire l’architettura costituzionale dello Stato repubblicano – della quale lo Statuto regionale é anche parte – e che ha permesso la costruzione della democrazia nel nostro Paese, ma anche quelle strutture economico e sociali che, nonostante l’attuale crisi, ci danno ancora la possibilità di sperare per il futuro.
Il discorso investe dunque, come abbiamo detto, principalmente il modo in cui sono selezionati i ceti politici, la rappresentanza politica, un tema che ci fa comprendere come sia imprescindibile l’autoriforma della politica, quella autoriforma che tutti auspichiamo per superare la deriva qualunquista e demagogica che, come uno tsumami, rischia, oggi più di ieri, di travolgere tutto.
Ma tornare allo Statuto significa anche porre, a monte, il problema di quale idea di Regione desideriamo avere e in base ad essa lavorare per la riforma dello stesso Statuto. Sicuramente, a nostro avviso, appare prevalente la necessità del superamento di quei caratteri che hanno fatto dello Statuto uno strumento autoreferenziale piuttosto che strumento funzionale allo sviluppo. E’ chiaro, infatti, che l’impostazione riparazionista, idea forte di un padre dell’Autonomia quale fu Enrico La Loggia che ne ha ispirato la filosofia, non appare più sostenibile. Come non è più sostenibile l’idea di una Sicilia che si chiude in isolamento, orgogliosa della sua storia identitaria, alimentando quella pretesa che, “al di qua del Faro”, nell’isola, possa e debba esserci un’Italia diversa.
Un’ipotesi di questo genere non ce la consente il mondo globale nel quale siamo tutti immersi, non ce lo consente l’essere parte di una comunità, parlo dell’Unione europea, dove vengono assunte decisioni che non trovano neppure limiti nella sovranità statuale, immaginiamoci in quelli del sistema autonomistico.
Il superamento, dunque, di quella concezione, oggi più formale che effettuale, dichiarata dallo Statuto e sintetizzata nelle formule “Sicilia senza Italia” o “Sicilia senza mezzogiorno”, mi pare, che non possa né debba essere eluso.
Con lucidità anticipatrice, ad esempio, Mario Mineo, uno dei più intelligente fra i consultori, scriveva già nel ’45 :”Ho sempre tenuto presente che il problema siciliano non é che un aspetto particolare del problema meridionale…” e aggiungeremmo noi, “di quello italiano”. Purtroppo per un pezzo della storia autonomista questo limite non fu avvertito, almeno fino a quando un gruppo di lucidi politici siciliani, soprattutto, nei primi anni settanta ne fece momento della propria proposta politica.
Proprio allora era stata, infatti, completata l’architettura costituzionale dello Stato delle autonomie con il varo delle Regioni.
Quei politici, rompendo con il passato isolazionista, avevano appunto approfittato della felice occasione della realizzazione delle regioni a statuto ordinario per dare vita a delle assise di approfondimento, le cosiddette Conferenze delle regioni meridionali, uno strumento di confronto per avviare un tavolo di collaborazione che consentisse, alla fine, di presentare una proposta unitaria del Mezzogiorno e per il Mezzogiorno, di cui la Sicilia è parte, e parte importante.
E, proprio rinnegando la concezione isolazionista che aveva segnato la storia regionale, Piersanti Mattarella, alla IV Conferenza di Catanzaro, ribadiva che “il problema principe del Sud fosse quello di assumere una parte e pressante iniziativa unitaria “.
Consentitemi un ricordo personale. Proprio in quella esaltante assise del 1977 ebbi una piccola parte perché mi fu dato l’incarico di scrivere il documento della Regione siciliana. Ebbi allora l’occasione di conoscere e frequentare personaggi del calibro di Piersanti Mattarella, Pancrazio De Pasquale, Mario D’acquisto..e vi assicuro che ne ho tratto arricchimento.
Purtroppo quelle iniziative e quel fervore riformatore si arrestò ben presto e forse per la mancanza di alcuni di quegli uomini che l’avevano promosso.
Ma non ci si può fermare al passato, bisogna guardare al futuro, e cioè chiedersi quale idea per la Regione, che cosa deve essere, a nostro avviso l’Autonomia oggi.
La risposta che offriamo non é certo quella che, nei fatti, si è affermata soprattutto negli ultimi anni. Non si può più coltivare l’idea di una autonomia recipiente di provvidenze dove attingere disordinatamente. Quanto, piuttosto, di una Regione centro propulsore di politica economica coerente con le aspettative e le vocazioni dell’isola che ponga in chiaro la sua missione, cioè la crescita civile e sociale dell’isola.
Una Regione leggera, che traccia le linee generali sulle quali intervenire, riservandosi in quanto detentrice di una visione generale dei problemi dell’isola, la funzione di ente di programmazione, che rinuncia , cioè, alle incombenze attuative dei programmi sulle quali dovrebbe limitarsi ad esercitare un controllo di coerenza e di legittimità.
Una Regione la quale, piuttosto, che contrapporsi allo Stato – ricordo la stigmatizzazione di Pancrazio De Pasquale, sulla pretesa della Regione di essere essa stessa Stato – si trovi proprio a collaborare con lo Stato, e con la stessa Unione Europea cui lo Stato ha ceduto e continua a cedere parte della propria sovranità, una collaborazione necessaria a stabilire le compatibilità e la coerenza delle scelte di programma relativamente agli stessi interessi nazionali e a quelli regionali. Una Regione che faccia proprio il principio di sussidiarità, verticale, peraltro implicitamente richiamato dallo Statuto del ‘ 48, tale da creare un nuovo rapporto tra i diversi enti del territorio. Ma che adotti anche il principio della sussidarietà orizzontale, relativa ai rapporti fra la sfera pubblica e quella privata, il che significa che il potere pubblico non debba avere il monopolio degli interessi collettivi dovendo limitarsi ad intervenire solo quando i singoli e le formazioni sociali non riescano a soddisfare, da soli, efficacemente quegli interessi. Ed in questo senso una Regione che, dunque, rivisiti le prerogative derivanti dalla competenza “esclusiva”, peraltro in gran parte superata dalla prassi visto che in molti casi le normative statali vengono ad applicarsi in Sicilia in ragione di quel limite indicato alle competenze dell’art. 14 costituito dalle “riforme economico sociali”. Un trend che i provvedimenti di natura finanziaria, vedi ad esempio quelli della spending review, necessitati dalla crisi economica del Paese, hanno consolidato.
Una rinuncia alla Istituzione apparato, struttura autoreferenziale che, come affermava criticamente Sturzo, si rappresentava come “pantomima dell’amministrazione centrale”, a favore di una regione centro di elaborazione e dibattito politico che soddisfa la domanda di partecipazione e democrazia delle popolazioni isolane.
E’ questa, a mio modo di vedere, la sfida sulla quale le forze politiche, ma anche le classi dirigenti dell’isola, nel loro complesso, si debbono misurare per riconquistare, ed é questo il vero e urgente problema , quella fiducia dei cittadini amministrati destinatari delle scelte di governo. Una fiducia che, purtroppo, in questi anni, come ben sappiamo, si è praticamente azzerata.

 

Pasquale Hamel

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Germana, l’avvocato che salva gli italiani a New York

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Germana Giordano con i poliziotti in uno dei momenti del suo lavoro

”L’errore più grande è quello di non chiamare subito l’avvocato”

Germana Giordano: “Troppi turisti ignorano le leggi Usa”

 

È nata a Bari e vive ad Harlem, pronuncia arringhe nei tribunali di New York ed è un’appassionata di yoga; il marito è un afroamericano e lo ha incontrato in un club: neanche 40 anni, laurea a Bari, identità a cavallo fra Italia e Stati Uniti, Germana Giordano si dedica alla missione quotidiana di togliere dai guai i nostri connazionali responsabili di reati penali a New York e dintorni.

 

Nel suo ufficio legale al 250 di Park Avenue passa la maggioranza dei turisti italiani che infrangono la legge nella Grande Mela. Per lei, che di solito si occupa di omicidi e gravi reati, seguire gli italiani rimasti imbrigliati nella giustizia americana è quasi una missione. La scelta di parlare con «La Stampa» nasce dalla convinzione che «alla radice dei problemi in cui inciampano i turisti c’è la scarsa conoscenza di come funziona la legge Usa». Dunque è opportuno preavvertire in anticipo cosa si rischia in caso di reati penali. La Giordano infatti è una penalista o meglio, forse l’unica penalista fra gli avvocati italiani che affiancano il Consolato nel soccorrere i connazionali in difficoltà. «I reati più comuni sono di quattro tipi – esordisce – urinare in pubblico, rubare nei negozi, bere in pubblico e fumare in luoghi dove è proibito». Da un punto di vista strettamente numerico coloro che «urinando in pubblico vengono arrestati sul fatto» sono i più numerosi: fra i 20 e 30 casi l’anno. Si tratta di uomini, giovani e adulti, che si comportano a New York come in una qualsiasi città italiana. Si appartano in un luogo e fanno i loro bisogni. «Ma un agente li vede, li avvicina, li ferma e li arresta» nella loro «più totale incredulità e spesso fra vivaci proteste».

 

Poiché a volte si tratta di un reato penale che a New York comporta fino a un massimo di 12 mesi di reclusione i responsabili vengono portati in tribunale e quando l’avvocato Giordano entra in azione si trova a gestire cause che portano nella maggior parte ad «assoluzioni e patteggiamenti» attraverso battaglie legali che restano negli archivi dell’immigrazione. «Anche se in caso di assoluzione la fedina penale è pulita, negli archivi dell’immigrazione resta traccia dell’arresto – spiega l’avvocato – e ciò significa che quando la persona interessata tornerà a fare richiesta di visto per gli Stati Uniti dovrà indicare nel modulo l’arresto, altrimenti affermerebbe una bugia andando incontro a ulteriori complicazioni» destinate a rendere difficile il ritorno negli Stati Uniti.

 

Quanto ai furti, «a commetterli sono quasi sempre professionisti affermati o studenti universitari con curriculum esemplari che durante lo shopping in un negozio o in un grande magazzino vengono sorpresi dalla sicurezza con capi di abbigliamento dentro borse e sacche. Si difendono affermando che questi capi sono finiti nelle borse per caso o per errore». Si tratta «di una ventina di casi l’anno» che comportano deposizioni, interrogatori, processi e forte imbarazzo da parte degli arrestati che temono conseguenze sulla propria immagine se la vicenda dovesse diventare di pubblico dominio. Anche in questo caso la pena massima è di 12 mesi di carcere, con il relativo obbligo di sostenere spese legali non indifferenti per essere assolti o patteggiare il versamento di una multa. Se urinare in pubblico è «una cattiva abitudine di cui si ignorano i risvolti penali a New York», rubare dentro i negozi nasce piuttosto dalla tentazione di farla franca, nell’inconsapevolezza che oramai la sorveglianza video ed elettronica consente controlli capillari pressoché ovunque nella metropoli più protetta degli Usa.

 

«Un altro reato tipico degli italiani in vacanza è bere in pubblico – spiega Giordano – vengono fermati per strada con bottiglie o lattine di birra che non nascondono nella tipica “brown bag” e ricevono i fogli rosa di comparizione». Sono almeno dieci ogni anno i connazionali in tali condizioni. «Infine ci sono gli arresti per fumo», più ridotti di numero, e qui Giordano si sofferma sul racconto di un «professionista italiano che viene spesso a New York e fumava seduto in un parco». Ignaro delle nuove ordinanze del sindaco Michael Bloomberg, è stato fermato e «ha tentato di risolvere subito l’incidente andando a versare di persona la multa». Ma il risultato è stato «un boomerang» perché «la sua confessione ha complicato di molto la gestione di un caso che rimane aperto».

 

La vicenda è esemplare di un altro aspetto degli arresti di italiani, ossia che gli interessati «tardano a chiamare un avvocato» e di conseguenza commettono l’errore di «andare da soli all’interrogatorio con la polizia» con il risultato spesso di contraddirsi e peggiorare la situazione. «Un altro degli errori più comuni è sottovalutare i foglietti gialli, bianchi o rosa che la polizia recapita, pensano che si tratti della notifica di una banale multa». In realtà sono avvisi di comparizione in tribunale e indicano l’inizio di un procedimento penale.

 

Ignorandoli si rischia di essere colpiti da un mandato d’arresto e chi è già partito per l’Italia scopre spesso cosa è avvenuto solo quando sceglie di tornare in America, compilando online il modulo «Esta». «Ciò che più mi preme è che i turisti italiani prima di partire per gli Stati Uniti sappiano cosa non devono fare per evitare di finire nella maglie della giustizia» andando incontro a grattacapi, paure e spese. Ironia della sorte vuole che, per chi finisce in questa rete della giustizia a stelle e strisce, la via d’uscita può essere la Croce Rossa: chi infatti viene condannato da un tribunale di New York a un periodo di “«servizio a favore della comunità» può avere l’opzione, previo patteggiamento, di scontarla in Italia impegnandosi a svolgere del volontariato a favore della Cri. «avviene non di rado».

 

Di maurizio molinari

CORRISPONDENTE DA NEW YORK De La Stampa.it

 

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Giornata contro l’Aids, nel 2011 2,5 mln di contagiati

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Giornata mondiale dell'Aids Giornata mondiale dell’Aids
Giornata contro l'Aids, nel 2011 2,5 mln contagiatiOggi si celebra la Giornata mondiale contro l’Aids. Una malattia contro cui si stanno ottenendo dei risultati, anche se molto rimane ancora da fare. Secondo le cifre comunicate dall’Oms, nel 2011 si sono infettate 2,5 milioni di persone, 700mila in meno rispetto a dieci anni fa, e i morti sono stati 1,7 milioni, 600mila in meno rispetto al 2005.Anche sul fronte dei bambini, le cifre parlano di risultati migliori. I dati Unicef rilevano infatti che il numero di nuovi contagi da hiv nei bambini è diminuito del 24%, passando da 430mila nel 2009 a 330mila nel 2011. Ma quasi il 90% dei bambini sieropositivi vive in appena 22 paesi, la maggior parte in Africa sub-sahariana. Nel 2011 circa 900 bambini ogni giorno sono stati contagiati dall’hiv, pari a un contagio su sette nuovi a livello globale. E anche se tra il 2010 e dicembre 2011 oltre 100mila bambini in più hanno ricevuto farmaci antiretrovirali, meno di un terzo delle donne in gravidanza e dei bambini ricevono le cure di cui hanno bisogno, rispetto al 54% degli adulti.

Come ricorda Amref, l’Africa Sub-Sahariana continua a essere la regione più colpita dall’hiv: ospita il 12% della popolazione mondiale e il 68% di quella sieropositiva, di cui il 60% sono donne. L’Africa ospita anche oltre il 90% di bambini con infezione da hiv in tutto il mondo. Secondo Gottfried Hirnschall, direttore del dipartimento Hiv dell’Oms, anche se “molti paesi stanno affrontando difficoltà economiche, riescono ad aumentare l’accesso alle terapie antiretrovirali. L’obiettivo di avere 15 milioni di pazienti trattati nei paesi in via di sviluppo entro il 2015 sembra più raggiungibile che mai, visto che ora sono 8 milioni le persone trattate e nel 2003 erano solo 400mila”.

E proprio dal punto di vista delle risorse l’Italia viene bacchettata dall’Osservatorio italiano sull’azione globale contro l’aids, rete di 16 ong impegnate contro la pandemia nei Paesi del Sud del mondo. Le dichiarazioni fatte dal presidente del Consiglio, Mario Monti, e dal ministro per la Cooperazione, Andrea Riccardi, sull’intenzione dell’Italia di contribuire al Fondo Globale contro l’aids, “rimangono infatti al momento mere enunciazioni, in quanto nessuna delle amministrazioni competenti si è assunta ad oggi la responsabilità di dare loro sostanza. Il ddl Stabilità 2013 non contiene alcun riferimento al Fondo Globale, sebbene preveda il rifinanziamento di vari Fondi Multilaterali di Sviluppo”.

L’Italia, come precisa l’Osservatorio, deve ancora versare al Fondo i contributi promessi per il 2009 e il 2010, pari a 260 milioni di euro e siede ora nel seggio della Commissione europea, che accoglie donatori minori. Considerando che i due terzi del contributo italiano alla lotta contro l’hiv erano erogati attraverso il Fondo Globale, “l’impegno dell’Italia – conclude – per contrastare la pandemia nei Paesi in via di sviluppo si è ora praticamente azzerato”.

Intanto alla vigilia c’e’ stato un piccolo giallo sullo spot sulla prevenzione del ministero della Salute. Nel breve video appaiono diverse coppie, fra cui alcune gay, che invitano alla prevenzione. Il testimonial della campagna, Raoul Bova, chiude lo spot con le parole “uniti contro l’Aids si vince”. Ma la parola ‘profilattico’ o ‘preservativo‘ non viene pronunciata: la Lega Italiana lotta all’Aids (Lila) disconosce subito l’iniziativa.

E parte la caccia al ‘vero spot’ dato che il video ‘incriminato’ non appare su YouTube e dal sito del ministero, mentre c’è una versione audio che si conclude con la voce dell’attore romano che raccomanda il test Hiv e invita chiaramente ad “utilizzare il preservativo”. “C’é stato un errore di caricamento del video su You tube”, spiegano al ministero. Tutto si risolve in un paio d’ore con il caricamento della versione integrale del clip concordata con le associazioni.

Quella di oggi non è la prima polemica sull’informazione pubblica in occasione della Giornata del primo dicembre. La pietra della discordia, da oltre un decennio, è quasi sempre la stessa: il termine ‘preservativo’. La parola tabù è stata pronunciata una sola volta prima di oggi: nel 2008, quando il messaggio del ministero della Salute è affidato ad Ambra Angiolini che pronuncia ‘preservativo’ prima in Italia, oltre 20 anni dopo la scoperta del virus dell’immunodeficienza. Negli anni 2000 almeno tre o quattro gli episodi che hanno fatto discutere a lungo. Nel 2000 Umberto Veronesi, in occasione dell’1 dicembre, scatena le proteste del Vaticano, dicendo che i prezzi dei profilattici vanno abbassati: “Se oggi la mortalità per Aids è ridotta di un quinto in Europa e nel mondo occidentale, il merito va in gran parte alla diffusione di massa dei profilattici“.

 

Da Ansa.it

 

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