Il terminale terrestre del MUOS, il nuovo sistema di telecomunicazione satellitare delle forze armate USA in costruzione a Niscemi, è un’opera “in contrasto” col vincolo paesaggistico, “priva di valida autorizzazione” e, quindi, “abusiva ed illegittima”. Ad affermarlo il procuratore della Repubblica di Caltagirone Francesco Paolo Giordano, che ha pure rilevato come le autorizzazioni concesse della Regione siciliana “non appaiono esaurienti e presentano carenze di approfondimento, studio, analisi e valutazione”. Il 17 settembre scorso il dottor Giordano ha così richiesto ed ottenuto il sequestro preventivo dei cantieri, anche se poi il Tribunale di Catania ha annullato in tempi record il provvedimento emesso dal Gip di Caltagirone, Salvatore Acquilino. Adesso sarà la Cassazione a doversi pronunciare sulla veridicità e la legittimità delle conclusioni dei magistrati calatini. La decisione è attesa entro la fine del 2012. Continua la lettura di Ecco perché il MUOStro di Niscemi è illegale e abusivo
Archivi categoria: Ospiti
Come fondare una nuova classe politica
Una poesia di Marilena Monti, scritta nel 1992 ma sempre un augurio per la nostra Palermo
SOGNO DI PALERMO
HAI VISTO PALERMO CHE QUESTA MATTINA
SI SVEGLIA PULITA, FRAGRANTE, DIVINA
S’E’ MESSA IL PROFUMO DEI SUOI GELSOMINI
E FIOR DI LIMONI DI TANTI GIARDINI
GIARDINI TORNATI DOV’ERANO UN TEMPO,
PALAZZI SPAZZATI DA UN SOFFIO DI VENTO
E PASSA SCIROCCO E VEDE SPLENDENTE
LA SUA PREFERITA, LA TOCCA LA SENTE…
E VEDI LA GENTE CHE GUODA GENTILE,
NESSUNO STROMBAZZA O HA NIENTE DA DIRE
HAI VISTO CHE FILA ORDINATA ALLA POSTA
E “GRAZIE, MA PREGO, CHE NULLA MI COSTA”…
POSTEGGI SIGNORA, IO POSSO FAR SENZA
CON VERO PIACERE LE DO’ PRECEDENZA
E GUARDA GLI UFFICI , FUNAIONANO TUTTI,
LA MARCA ED IL BOLLO AI BELLI ED AI BRUTTI…
HAI VISTO PALERMO, CHE STRANE E MOZIONI,
DA OGGI ABOLITE RACCOMANDAZIONI
SE CERCHI LAVORO LO TROVI PER NIENTE,
NON DEVI NEPPURE VERSAR LA TANGENTE!
ASCOLTA CHE BELLO NON C’E’ PIU’ RUMORE,
DI MORTE VIOLENTA NESSUNO OGGI MUORE,
LE STRADE DI RASO, NEPPURE UN BUCHINO
E DOLCI PANCHINE IN OGNI GIARDINO…
E IL PUBBLICO MEZZO CHE VA PUNTUALE
ARRIVA IN ORARIO OGNUNO CHE SALE
E L’ARIA PULITA, I PALAZZI E LE CHIESE
SON STATI RIFATTI I PALAZZI DA UN MESE…
E POI GLI OSPEDALI FUNZIONANO ANCH’ESSIIN CALO NOTEVOLE SONO I DECESSI…
PASSEGGI TRA I PLATANI E VAI ALLA MARINA
E SCOPRI CHE IL MARE E’ LI’ STA MATTINA…
UN CORO INCESSANTE DI CENTO UCCELLINI
T’ACCORGI CHE QUI NON CI SONO PADRINI
LE PIAZZE I MERCATI, I NEGOZI , I CAFFE’
I TEATRI, LE SCUOLE, SON TUTTI PER TE…
NON C’E’ PIU’ LA RESSA, NE’ GENTE AGGRESSIVA
PALERMO RINASCE GARBATA, GIULIVA
E INFINE A PALAZZO NON MI SEMBRA VERO
GOVERNA UN GOVERNO ONESTO DAVVERO…
MA SENTI CHE UMANA LA BELLA CITTA’
PIU’ DOLCE E GENTILE CHE GIOIA MI DA’
OH BELLA RINASCI, SEI PIENA DI VITA:
PERSINO LA MAFIA A PALERMO E’ SPARITA….
Marilena Monti
21.10.92
RITORNARE ALLO STATUTO di Pasquale Hamel
1. Le critiche e la ragione
Il 1 gennaio 1897, mentre imperversava una delle più gravi crisi del primo cinquantennio del Regno d’Italia, Sidney Sonnino – intellettuale e politico cui si deve, insieme a Leopoldo Franchetti, la prima grande inchiesta che mise a nudo i mali della Sicilia ed il ruolo devastante delle sue classi dirigenti – sulla prestigiosa rivista Nuova Antologia, scrisse un lungo articolo che sarebbe stato ricordato nella storia politica del nostro Paese, soprattutto, per il suo titolo provocatorio. “Torniamo allo Statuto”. Era quello, anche, un richiamo perentorio che l’autore rivolgeva ai politici del tempo, una proposta densa di rigore e di valori, con la quale si auspicava un ritorno alle regole in termini formali ma, anche, un ritorno alla prassi della buona politica contro una deriva schizofrenica, fatta di corruzione e abusi, che troppo spesso portava a confondere fini con strumenti.
Scriveva, infatti, fra l’altro, Sonnino: “ê ora il momento di raccogliersi e considerare con occhio sereno il cammino percorso in un mezzo secolo di storia parlamentare. […] Senza dubbio alcuno, il parlamentarismo, quale si esplica in Italia, è ammalato; e conviene studiarne le condizioni ed approntare i rimedi, se non vogliamo vedercelo intisichire nelle mani, minato dall’indifferenza o dal disprezzo della nazione. […]. Ogni giorno si fa più viva in tutti la coscienza della fondamentale verità, che la semplice riunione, il cumulo degli interessi particolari, sia pure rappresentati da tanti singoli aggruppamenti a base territoriale, non ci dà l’espressione sincera dell’interesse generale della nazione, né ci fornisce gli elementi sufficienti per tutelarlo e garantirlo. […]”
Pur tenendo conto dei contesti e delle proporzioni e, soprattutto, delle tematiche differenti, Sonnino si opponeva al proporzionalismo e temeva l’ingresso di socialisti e cattolici in Parlamento, stesso invito si potrebbe ripetere oggi, nel momento in cui il degrado generale e la crisi della rappresentanza, procura scoramento fra i cittadini e genera come conseguenza una profonda sfiducia nell’istituzione regionale siciliana. Un invito che lo si dovrebbe sostanziare, però, di contenuti concreti e razionali. Che, in ogni caso, dovrebbe rifuggire sia da certe tentazioni neosicilianiste, che vorrebbero scaricare la responsabilità della grave situazione attuale sulla mancata attuazione dello Statuto regionale siciliano, sia da quelle fondamentaliste che sono portate ad addebitare tutti i mali isolani alla stessa Autonomia speciale e che, in ragione di ciò, ne chiedono, a gran voce, e mi permetto di aggiungere, irresponsabilmente, l’abolizione. Diciamo subito che ci schieriamo su una linea mediana, proprio quella che definisco della “richiamata razionalità” che non accetta e che considera anzi sbagliato buttare l’acqua sporca con il bambino, cioè il volere cancellare, con un colpo di spugna, la stessa Autonomia. Ma che rifiuta, però, il mediocre sicilianismo di maniera agitato da chi non conosce o non vuole conoscere la storia, vera, di questa terra.
Dire, infatti, che sia stata la mancata attuazione dello Statuto ad avere impedito alla Sicilia di vincere la sua battaglia per lo sviluppo mi sembra un evidente falso storico, come falso storico sarebbe negare che la Sicilia abbia goduto di una condizione finanziaria privilegiata tale da metterla in una condizione di esclusivo favore rispetto alle altre aree del Paese. Essa ha infatti avuto, nel tempo, una disponibilità di risorse che, utilizzate bene, avrebbero potuto dar corpo a quelle positive potenzialità che lo Statuto stesso, con buona pace di tutti, garantisce.
Così, ci sembra anche giusto dire che é un altrettanto falso storico affermare che il problema siciliano, fatto soprattutto di ritardi e di occasioni mancate e perfino di imperdonabile spreco, sia, tout court, figlio di quello Statuto regionale del ’46 – che Giuseppe Giarrizzo definisce un modesto prodotto giuridico – che ha dato vita all’Autonomia regionale siciliana.
In quest’ultimo caso, mi pare che, con una certa superficialità, potrei dire con stile tutto italiano, si addebiti una patologia che appartiene al sistema politico ad uno strumento che, in se e per se, è perfino neutro, basta scorrere le norme per rendersene conto, e la cui qualificazione, in termini positivi o negativi, dipende da chi, in effetti, lo utilizza.
Voglio esemplificare per non cadere nel genericismo, come invece usano fare taluni detrattori dello stesso Statuto, fra i quali vi é anche qualcuno che – scusate la digressione polemica – al di là dei suoi meriti, ne é stato gratificato ed oggi sputa sul piatto nel quale ha mangiato. Voglio ricordare, a me stesso e a tutti noi, i cambiamenti epocali della struttura socio-economica della Sicilia che proprio l’Autonomia regionale, e quello Statuto, ha indotto. Mi riferisco, in primo luogo, alla riforma agraria degli anni cinquanta. Una riforma che ha avuto suoi limiti e che, anche se ha colpevolmente garantito alcune parti e alcuni interessi a scapito di altri ( in questo caso gli agrari, cioè i grandi proprietari ) e che, anche in ragione di ciò, purtroppo, non ha segnato un futuro per tale comparto è innegabile, tuttavia, che abbia determinato un radicale mutamento del volto della Sicilia.
Quella riforma, obiettivo centrato delle forze moderate e progressiste, è stata, come ha sostenuto Francesco Renda, forse involontariamente, il maggior contributo alla modernizzazione dell’isola dal 1812 ai nostri giorni.
La sua attuazione infatti si è manifestata come un’eccezionale strumento di mobilità sociale.
Grazie a quella riforma, epilogo del “lungo attacco al latifondo”, mutuo il titolo dal bel volume di Tino Vittorio, si è definitivamente chiuso il capitolo non certo esaltante della Sicilia del latifondo e dei conseguenti rapporti arcaici che lo sostenevano.
Per curiosità riferisco che il retorico ed enfatico Benito Mussolini, definiva il latifondo come “tempo di vergogna e inciviltà, da chiudere definitivamente per trasformare la Sicilia in una terra libera e pura per sempre”.
E, con un salto di oltre un decennio, voglio ricordare, ad explificandum, un altro episodio significativo di questa storia lunga e controversa di oltre sessantacinque anni.
Quanti oggi parlano di lotta alla mafia e praticano, purtroppo, troppo spesso un’antimafia parolaia, imputando, acriticamente, alla Autonomia la responsabilità di essere stata anche strumento che ha favorito i perversi rapporti con questo fenomeno sociale devastante, proprio costoro dimenticano che mentre qualcuno insisteva, anche in buona fede e per un malinteso sicilianismo, a negare l’esistenza della Mafia, fu proprio la mozione, approvata nel marzo del 1962 dall’Assemblea regionale siciliana, che consentì una svolta decisiva nella lotta al fenomeno criminale che, purtroppo per noi, ancor oggi, come si leggeva nel testo della stessa mozione ” esercita una deleteria influenza sulla vita economica e sociale dell’isola”.
Essa, infatti, sbloccò l’impasse nel quale si trovava allora il Parlamento nazionale sul tema dell’approvazione di quei provvedimenti antimafia che avrebbero previsto, fra l’altro, l’istituzione della Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno mafioso.
Sappiamo bene, che proprio la Commissione antimafia ha posto in termini nuovi, il tema della lotta alla mafia determinandone l’auspicato salto di qualità.
Nessuno può infatti negare. che i provvedimenti più efficaci, e per tutti la legge Rognoni-La Torre, sono stati effetti delle iniziative e dei dibattiti della stessa Commissione.
E vado ancora avanti per ricordare, quella che vorrei definire la felice stagione della settima e ottava legislatura, per essere chiari, quella che vide protagonisti come Piersanti Mattarella, Angelo Bonfiglio o Pancrazio De Pasquale, e non solo.
Sfido, coloro che genericamente chiedono l’abolizione dello Statuto, a smentire che, in quegli anni, l’Autonomia sia stata realmente un’opportunità, che cioè abbia spiegato i suoi effetti positivi a favore della Sicilia. Ai superficiali detrattori, bisogna ricordare che quella lunga stagione produsse testi normativi innovativi, tali da farne, perfino,riferimento per la stessa legislazione nazionale. Una legislazione che metteva soprattutto ordine e che colpiva gli interessi poco limpidi che avevano consentito di far scempio del territorio. Non è casuale che il presidente Fasino, cui si intestò l’impegno della riforma urbanistica, fosse stato punito nella consultazione elettorale del 1981, e non fosse stato rieletto. Non bisogna dimenticare che proprio Piersanti Mattarella si propose, allora, come campione di un modo diverso del fare politica fondato proprio sul rigore etico. La sua “politica delle carte in regola”, la sfida alle inadempienze politico amministrative, la lotta al malaffare ed alla mafia, la presa di coscienza della necessità di una legittimazione morale per essere considerati credibili e potere battere i pugni sui tavoli decisionali fu un forte richiamo al cambiamento. E che quelle del giovane presidente della Regione non fossero solo belle parole senza esito pratico, lo sanzionò il tragico evento consumatosi quel mattino del 6 gennaio del 1980 nel quale, come scriveva San Paolo”, egli terminò la sua corsa” fermato, proprio, da chi giudicava pericolosa l’azione politica di rinnovamento della quale si era fatto esecutore.
E’ chiaro, dunque, che iI problema del degrado etico e sociale – che peraltro, anche se non é una scusante, investe tutto il Paese e coinvolge anche quelle Regioni che, fino a qualche anno fa, erano considerati esempi di efficienza e trasparenza – non è causato dallo Statuto in se ma da coloro che hanno utilizzato lo Statuto in modo distorto e per fini che non erano quelli del corretto governo del territorio nella direzione, del bene comune.
L’atto d’accusa non va, dunque, rivolto allo strumento Statuto ma alle classi politiche, ai partiti alla, poca accorta, selezione della rappresentanza che genera, come scriveva Macchiavelli, “cattiva politica”.
E, senza offesa per nessuno, quest’atto d’accusa va esteso perfino ad una società civile poco accorta e vigilante e, perfino in alcuni settori, magari compiacente.
2. Non una difesa acritica
E riprendiamo il nostro iniziale invito, al tornare allo Statuto.
Un invito che non significa altro se non un ritorno allo spirito che animò quella felice stagione che ha permesso di costruire l’architettura costituzionale dello Stato repubblicano – della quale lo Statuto regionale é anche parte – e che ha permesso la costruzione della democrazia nel nostro Paese, ma anche quelle strutture economico e sociali che, nonostante l’attuale crisi, ci danno ancora la possibilità di sperare per il futuro.
Il discorso investe dunque, come abbiamo detto, principalmente il modo in cui sono selezionati i ceti politici, la rappresentanza politica, un tema che ci fa comprendere come sia imprescindibile l’autoriforma della politica, quella autoriforma che tutti auspichiamo per superare la deriva qualunquista e demagogica che, come uno tsumami, rischia, oggi più di ieri, di travolgere tutto.
Ma tornare allo Statuto significa anche porre, a monte, il problema di quale idea di Regione desideriamo avere e in base ad essa lavorare per la riforma dello stesso Statuto. Sicuramente, a nostro avviso, appare prevalente la necessità del superamento di quei caratteri che hanno fatto dello Statuto uno strumento autoreferenziale piuttosto che strumento funzionale allo sviluppo. E’ chiaro, infatti, che l’impostazione riparazionista, idea forte di un padre dell’Autonomia quale fu Enrico La Loggia che ne ha ispirato la filosofia, non appare più sostenibile. Come non è più sostenibile l’idea di una Sicilia che si chiude in isolamento, orgogliosa della sua storia identitaria, alimentando quella pretesa che, “al di qua del Faro”, nell’isola, possa e debba esserci un’Italia diversa.
Un’ipotesi di questo genere non ce la consente il mondo globale nel quale siamo tutti immersi, non ce lo consente l’essere parte di una comunità, parlo dell’Unione europea, dove vengono assunte decisioni che non trovano neppure limiti nella sovranità statuale, immaginiamoci in quelli del sistema autonomistico.
Il superamento, dunque, di quella concezione, oggi più formale che effettuale, dichiarata dallo Statuto e sintetizzata nelle formule “Sicilia senza Italia” o “Sicilia senza mezzogiorno”, mi pare, che non possa né debba essere eluso.
Con lucidità anticipatrice, ad esempio, Mario Mineo, uno dei più intelligente fra i consultori, scriveva già nel ’45 :”Ho sempre tenuto presente che il problema siciliano non é che un aspetto particolare del problema meridionale…” e aggiungeremmo noi, “di quello italiano”. Purtroppo per un pezzo della storia autonomista questo limite non fu avvertito, almeno fino a quando un gruppo di lucidi politici siciliani, soprattutto, nei primi anni settanta ne fece momento della propria proposta politica.
Proprio allora era stata, infatti, completata l’architettura costituzionale dello Stato delle autonomie con il varo delle Regioni.
Quei politici, rompendo con il passato isolazionista, avevano appunto approfittato della felice occasione della realizzazione delle regioni a statuto ordinario per dare vita a delle assise di approfondimento, le cosiddette Conferenze delle regioni meridionali, uno strumento di confronto per avviare un tavolo di collaborazione che consentisse, alla fine, di presentare una proposta unitaria del Mezzogiorno e per il Mezzogiorno, di cui la Sicilia è parte, e parte importante.
E, proprio rinnegando la concezione isolazionista che aveva segnato la storia regionale, Piersanti Mattarella, alla IV Conferenza di Catanzaro, ribadiva che “il problema principe del Sud fosse quello di assumere una parte e pressante iniziativa unitaria “.
Consentitemi un ricordo personale. Proprio in quella esaltante assise del 1977 ebbi una piccola parte perché mi fu dato l’incarico di scrivere il documento della Regione siciliana. Ebbi allora l’occasione di conoscere e frequentare personaggi del calibro di Piersanti Mattarella, Pancrazio De Pasquale, Mario D’acquisto..e vi assicuro che ne ho tratto arricchimento.
Purtroppo quelle iniziative e quel fervore riformatore si arrestò ben presto e forse per la mancanza di alcuni di quegli uomini che l’avevano promosso.
Ma non ci si può fermare al passato, bisogna guardare al futuro, e cioè chiedersi quale idea per la Regione, che cosa deve essere, a nostro avviso l’Autonomia oggi.
La risposta che offriamo non é certo quella che, nei fatti, si è affermata soprattutto negli ultimi anni. Non si può più coltivare l’idea di una autonomia recipiente di provvidenze dove attingere disordinatamente. Quanto, piuttosto, di una Regione centro propulsore di politica economica coerente con le aspettative e le vocazioni dell’isola che ponga in chiaro la sua missione, cioè la crescita civile e sociale dell’isola.
Una Regione leggera, che traccia le linee generali sulle quali intervenire, riservandosi in quanto detentrice di una visione generale dei problemi dell’isola, la funzione di ente di programmazione, che rinuncia , cioè, alle incombenze attuative dei programmi sulle quali dovrebbe limitarsi ad esercitare un controllo di coerenza e di legittimità.
Una Regione la quale, piuttosto, che contrapporsi allo Stato – ricordo la stigmatizzazione di Pancrazio De Pasquale, sulla pretesa della Regione di essere essa stessa Stato – si trovi proprio a collaborare con lo Stato, e con la stessa Unione Europea cui lo Stato ha ceduto e continua a cedere parte della propria sovranità, una collaborazione necessaria a stabilire le compatibilità e la coerenza delle scelte di programma relativamente agli stessi interessi nazionali e a quelli regionali. Una Regione che faccia proprio il principio di sussidiarità, verticale, peraltro implicitamente richiamato dallo Statuto del ‘ 48, tale da creare un nuovo rapporto tra i diversi enti del territorio. Ma che adotti anche il principio della sussidarietà orizzontale, relativa ai rapporti fra la sfera pubblica e quella privata, il che significa che il potere pubblico non debba avere il monopolio degli interessi collettivi dovendo limitarsi ad intervenire solo quando i singoli e le formazioni sociali non riescano a soddisfare, da soli, efficacemente quegli interessi. Ed in questo senso una Regione che, dunque, rivisiti le prerogative derivanti dalla competenza “esclusiva”, peraltro in gran parte superata dalla prassi visto che in molti casi le normative statali vengono ad applicarsi in Sicilia in ragione di quel limite indicato alle competenze dell’art. 14 costituito dalle “riforme economico sociali”. Un trend che i provvedimenti di natura finanziaria, vedi ad esempio quelli della spending review, necessitati dalla crisi economica del Paese, hanno consolidato.
Una rinuncia alla Istituzione apparato, struttura autoreferenziale che, come affermava criticamente Sturzo, si rappresentava come “pantomima dell’amministrazione centrale”, a favore di una regione centro di elaborazione e dibattito politico che soddisfa la domanda di partecipazione e democrazia delle popolazioni isolane.
E’ questa, a mio modo di vedere, la sfida sulla quale le forze politiche, ma anche le classi dirigenti dell’isola, nel loro complesso, si debbono misurare per riconquistare, ed é questo il vero e urgente problema , quella fiducia dei cittadini amministrati destinatari delle scelte di governo. Una fiducia che, purtroppo, in questi anni, come ben sappiamo, si è praticamente azzerata.
Pasquale Hamel
Corso di formazione per Onorevoli 2.0
Anche i neodeputati dell’Assemblea Regionale Siciliana, costituitasi con la recente tornata elettorale, torneranno sui banchi di scuola per studiare tutto ciò che un eletto all’amministrazione regionale deve sapere per poter svolgere al meglio il proprio lavoro.
Anche i neodeputati dell’Assemblea Regionale Siciliana, costituitasi con la recente seguitissima tornata elettorale, torneranno sui banchi di scuola per studiare tutto ciò che un eletto all’amministrazione regionale deve sapere per poter svolgere al meglio il proprio lavoro.
La votazione regionale che tanto interesse ha suscitato per via dell’“esame” al Movimento di Grillo, per il peso dell’astensionismo e per la vittoria del determinato e intrigante Presidente fautore di un governo di tecnici e artisti, fa ancora parlare di sé per via dell’offerta della Lup, Libera Università della Politica con sede a Palermo.
Ciò che verrà appreso in aula studio, con una full-immersion di sei giorni, dal 19 al 24 Novembre, fornirà un quadro di approfondimento tematico che accompagnerà lo studente-deputato nell’aula consiliare.
Le 6 lezioni, tenute da docenti universitari ed esperti, tratteranno lo Statuto regionale, l’economia, le politiche per la salute, il regolamento regionale tra regole di diritto amministrativo e prassi, vincoli di economia politica e prospettive di riforma costituzionale.
L’ARS è composta per due terzi da esordienti, tra questi i 15 eletti del Movimento 5 Stelle i primi a sollecitare un corso di formazione politica e già tutti i scritti al programma. A loro si uniranno di certo coloro che usufruiranno delle lezioni in streaming messe a disposizione dalla Lup o dell’App con la quale poter accedere, da smartphone o tablet, a video, documenti e piattaforma social network.
Una strada di Palermo dedicata ad un assassino
Una “tipicità” tutta siciliana è quella di dedicare la propria toponomastica a chi ci ha fatto del male. Evidentemente per chi ha dominato la Sicilia “eroe” non è chi ha amato la Sicilia ed ha lottato per la sua libertà, bensì chi ha ucciso, chi ha rubato, etc.
Questa volta non vogliamo parlarvi né di quel palermitano Corso Alberto Amedeo, dedicato ad un fratello di Carlo Alberto di Savoia che ebbe il “merito” di rifiutare la corona che gli veniva offerta nel 1848 dal Parlamento di Sicilia, né di quelle vie del “Plebiscito” (che sono una pagina nera nella storia della democrazia e delle libere consultazioni)….. né di quel Ferdinando II di Borbone, il re “bomba“, al quale a Messina è dedicata una statua per ringraziarlo dei bombardamenti ricevuti, e nemmeno di quel “macellaio” di siciliani che fu Francesco Crispi, al quale sono dedicate le migliori vie e statue qua e là nell’Isola.
Gli esempi non mancano, ma questa volta ci vogliamo concentrare su una centralissima via di Palermo, traversa del “Cassaro” (oggi via Vittorio Emanuele) all’altezza della Cattedrale: la via “Matteo Bonello“.

Chi era Matteo Bonello?
Era un assassino!
Ai tempi di Guglielmo I (chiamato “il Malo” né più né meno che per il fatto di voler far rispettare la legge) che regnò in Sicilia dal 1154 al 1166 organizzò una cospirazione di baroni che non volevano pagare i giusti tributi per fare fuori niente meno che il capo dell’esecutivo, il “Gran Cancelliere” Maione di Bari, integerrimo uomo di stato.
La rivolta riuscì nell’efferato delitto, compiuto dallo stesso Matteo, signore di Caccamo, e nell’obiettivo di prendere d’assalto il Palazzo Reale per bruciare i registri catastali. Re Guglielmo venne infine a capo della rivolta, punendone i colpevoli, e riportò l’ordine ma l’omicidio ormai era compiuto.
La mafia, come intreccio tra malaffare e politica, nasce non prima del 1860 ed è in “gestazione” nel cinquantennio precedente sotto la sferza della polizia borbonica.
Non siamo così miopi, però, da ignorare che “prima” della mafia esisteva da lungo tempo in Sicilia un ingrediente locale che poi sarebbe stato determinante alla sua nascita: l’arroganza e l’anarchia baronale.
Ingrediente questo comune a tutta Europa e che in Sicilia ha avuto possibilità di diventare quel che è diventato solo per dinamiche tutte interne al mondo contemporaneo che qui non possiamo che evocare e richiamare, in sostanza, alla dominazione italiana ed ai suoi complici “locali“.
Ecco! Se andiamo a cercare un atto di nascita di questo ingrediente tutto siciliano “pre-“mafioso lo troviamo proprio nella torbida cospirazione di Matteo Bonello. Mai prima d’allora, sotto i due Ruggero o sotto lo stesso Guglielmo, l’ordine del Re (o del Gran Conte) era stato turbato in maniera così vistosa e anche se, per lungo tempo, questa “anarchia” sarebbe stata tenuta a freno da monarchi capaci (almeno fino alla metà del Trecento), in seguito sarebbe esplosa ed infine degenerata in assenza di re propri.
Ecco chi era Matteo Bonello! Il fondatore della criminalità organizzata siciliana!
Che dire?! Un vero eroe. Tanto eroe che persino la Chiesa Cattolica si piegò al compromesso ed appese l’elsa del pugnale che uccise il cancelliere alla porta dell’arcivescovado… ed è ancora lì, in quella che oggi si chiama via Matteo Bonello e che dovrebbe chiamarsi “Via del Gran Cancelliere Maione“!!

Sarebbe un bel gesto di recupero della legalità se la Chiesa di Palermo schiodasse quel monumento alla violenza – proprio nella casa del Signore – e lo riponesse in qualche museo.
E’ come se oggi conservassimo e proponessimo alla folla come cimeli da venerare i resti degli ordigni che fecero saltare in aria Falcone e Borsellino!
Qualcuno dirà: “Roba vecchia! A che serve rivangare?…“. Per noi serve eccome! Serve almeno sintantoché i nomi delle vie ed i simboli della violenza regnano ancora incontrastati in Sicilia.
Quando l’elsa sparirà e il nome cambierà, lasceremo agli storici queste amenità… ma oggi sono ancora vive e vegete.
Finché dedicheremo vie ai delinquenti anziché agli eroi che hanno resistito loro non saremo mai un paese normale !
pubblicata da Io Cittadino Incazzato il 17 /11/2012 ·su FB
Requiem per l’Italia politica. Di Alessandro Bertirotti

Da AffariItaliani.it
LA SICILIA AUTONOMA HA I VIZI DELLO STATO
L ‘ Autonomia regionale siciliana è da cancellare? Le vicende degradanti degli ultimi tempi, che per la verità sembrano essere male diffuso e non solo siciliano, e il bilancio non certo esaltante degli oltre sessantacinque anni di autonomia indurrebbero a dare una risposta positiva alla domanda che in tanti ci poniamo. Tuttavia sono convinto che non è tanto il regime di autonomia che crea quel malcostume, ancor più insopportabile in un momento di crisi come il presente, ma che il malcostume è da addebitare al modesto ceto politico che esprime la rappresentanza politica. Ragioni culturali ed economiche inducono una risposta che va al di là del dilemma Autonomia sì, Autonomia no. Preso atto che l’ autonomia regionale, come disegnata dallo Statuto del 1946, salvo in particolari stagioni, che sarebbe ingiusto dimenticare – la stagione della riforma agraria e quella che ha visto protagonista Piersanti Mattarella – non ha prodotto gli effetti positivi auspicati, la soluzione, a mio avviso, dovrebbe passare da un ripensamento della stessa Autonomia e, quindi, dalla conseguente necessaria rivisitazione dello Statuto siciliano. L’ Autonomia regionale del ‘ 46, come nei fatti si è costruita, ha infatti realizzato una istituzione Regione che in sedicesimo ha ripetuto, esaltandone i vizi piuttosto che le virtù, la struttura dello Stato centrale nel territorio dell’ Isola. «La pantomima dell’ amministrazione centrale» l’ ha acutamente definita don Luigi Sturzo. L’ Autonomia si è infatti contraddistinta per la forte attenzione all’ apparato, a scapito degli interventi destinati allo sviluppo, e per l’ altrettanto forte valore antagonistico, il cosiddetto rivendicazionismo riparazionista, rispetto allo Stato centrale. Questi vizi di fondo, che in presenza di classi politiche responsabili quali quelle che hanno contraddistinto i primi anni dell’ Autonomia, sarebbero potuti essere depotenziati della loro carica eversiva, hanno purtroppo prodotto nel tempo, e soprattutto in questi anni, un’ istituzione che si manifesta come un mero contenitore di provvidenze e un elefantiaco apparato pubblico regionale, in gran parte autoreferenziale, lontano dalle finalità per le quali è stato creato e quasi sempre indifferente rispetto alle esigenze di governo e di sviluppo del territorio. Occorre allora – e questo dovrebbe essere il compito della nuova Assemblea, visto che il saccheggio delle risorse pubbliche non permetterà, almeno nel breve periodo, di mettere in campo provvedimenti che comportino ulteriori impegni finanziari – superare i vincoli istituzionali e mettere mano con urgenza alla riforma dello Statuto. Una riforma che dovrebbe puntare a realizzare un impianto collaborativo fra Stato e Regione, modificandone l’ impostazione attuale, passando da una visione statica protesa alla costruzione di uno Stato in sedicesimo a una visione dinamica di Regione come ente di programmazione e strumento propulsore di sviluppo, sensibile alle vocazioni del territorio, che si muova in coerenza con le politiche nazionali. È evidente che per raggiungere questo obiettivo è necessario convincersi della sostanziale impraticabilità della permanenza dell’ attuale regime di specialità che contraddistingue le competenze statutarie e della conseguente opportunità di riportare l’ Autonomia, con le necessarie garanzie, nel contesto di un quadro di ordinarietà.
Pasquale Hamel
USA: ragazzina beve 1,5 litri di energy drink e muore
L’abuso della bevanda energetica Monster potrebbe aver causato la morte di una ragazza di 14 anni negli Usa
Può metterti le ali, ma può anche ucciderti: una quattordicenne del Maryland ha bevuto due grosse lattine di Monster Energy e ventiquattro ore dopo è crollata. Due lattine della nota bevanda energetica da 0,7 litri corrispondono alla caffeina contenuta in sette lattine di Coca-Cola. L’autopsia ha confermato che Anaïs F. è deceduta a causa di un «grave scompenso cardiaco dovuto all’avvelenamento da caffeina». La famiglia della giovane ha deciso di fare causa al gruppo, questo è precipitato in borsa, mentre la Food and Drug Administration sta indagando altre morti sospette.
Monster Energy (Ap)ACCUSA – L’abuso dell’energy drink, Monster Energy, potrebbe aver causato la morte di una ragazza di 14 anni. La denuncia è scattata nei giorni scorsi da Wendy Crossland, madre della giovane deceduta a fine dicembre 2011 per un’aritmia cardiaca. La donna ha avviato un’azione legale contro l’azienda produttrice collegando il decesso della figlia Anaïs all’abuso della bevanda, riferisce il New York Times. Se nel frattempo l’azienda americana ha respinto ogni accusa – evidenziando come la morte della ragazza non sia in alcun modo riconducibile all’assunzione della bevanda – a Wall Street Monster Beverage ha terminato la seduta di lunedì in ribasso del 14,2% (da metà giugno il titolo ha perso oltre il 40% del suo valore). Monster Beverage ha inoltre sottolineato che – dopo aver venduto oltre 8 miliardi di lattine – è la prima volta in 16 anni che viene riscontrato un legame tra la bevanda e un decesso.
MORTI SOSPETTE – Ciò nonostante non è l’unica accusa di questo tipo contro la società. Shelly Burgess, portavoce della Food and Drug Administration, ha detto al New York Times di aver ricevuto negli ultimi tre anni cinque segnalazioni di decessi che potrebbero esser stati causati da un consumo eccessivo dell’energy drink. Le bevande analcoliche negli Stati Uniti possono contenere non oltre 71,5 milligrammi di caffeina per 0,35 litri. Tale limite non viene tuttavia applicato agli energy drink visto che sono considerati degli integratori alimentari. Nelle lattine di Monster Energy da 700 millilitri sono contenuti 240 milligrammi di caffeina, 50 mg più che nella lattina della concorrente Red Bull. Per le giovani ragazze e i ragazzi le bevande energetiche sono una «trappola mortale», accusa la madre della 14enne. Il produttore deve prendere atto che il suo prodotto «può uccidere».
Elmar Burchia
Da CorrieredelleSera.it
Bimbo di 10 anni si impicca dai nonni I suoi genitori si stavano separando
Si è chiuso in bagno a casa dei nonni. E si è impiccato con una sciarpa. È morto così ieri pomeriggio un bambino di dieci anni, prima media. In silenzio, senza che i nonni si accorgessero per tempo. La tragedia è avvenuta in via Verbania, zona San Giovanni, a Roma. Il bimbo, che abitava con la madre nello stesso palazzo dei nonni, passava con loro la maggior parte del tempo. I genitori infatti sono separati e forse potrebbe essere proprio il divorzio il motivo del suicidio, anche se gli investigatori non escludono altre possibilità. La giornata sembrava identica a tante altre dall’inizio della scuola a questa parte. Il pranzo, un po’ di televisione, il pomeriggio trascorso a fare i compiti. E, a detta dei nonni, il ragazzino era tranquillo, non sembrava né agitato né particolarmente angosciato. I voti a scuola erano al di sopra della sufficienza e con i compagni tutto sembrava normale.
Dalla ricostruzione dell’accaduto, il bambino sarebbe andato in bagno. Dopo un po’, non vendendolo tornare, il nonno si è preoccupato ed è andato a controllare. Ha bussato alla porta: «Hai bisogno?», nessuna risposta. E poi la scena tragica, che mai avrebbe pensato di vedere: lo ha trovato impiccato con la sciarpa, legata attorno al sifone dello scarico. Troppo tardi per poterlo salvare. Sul posto, assieme alla polizia, è intervenuta l’ambulanza del 118 ma per il piccolo non c’è stato nulla da fare.
Si presume che il bambino abbia voluto compiere un gesto estremo a causa del malessere per la separazione dei genitori. Tuttavia i nonni dicono di averlo sempre visto sereno. Inizialmente non è stata esclusa l’ipotesi del gioco finito male, ma dalle ricostruzioni il gesto sembra essere stato compiuto volontariamente. L’altro giorno a Roma è anche stato trovato il corpo di una giovane, impiccata ad un albero in un campo vicino a Fiumicino e si sta cercando di capire chi sia la donna, fra i 30 e i 40 anni.
Tragedia sfiorata a Crema, in provincia di Cremona. Una donna incinta al nono mese ha tentato il suicidio impiccandosi in casa, ma è stata salvata insieme al bambino. Protagonista della vicenda una casalinga 31enne. Il convivente, un negoziante di 47 anni, si è precipitato in casa dopo alcuni messaggi preoccupanti ricevuti dalla compagna. Ha rotto la finestra, ha tagliato la corda a cui si era appesa la donna e ha chiamato i soccorsi. In ospedale, la donna è stata sottoposta a parto cesareo: il bimbo è in buone condizioni, la madre è in prognosi riservata, ma non in pericolo di vita.
Di Maria Sorbi
Da IlGiornale.it del 30/10/2012





