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L’Antropologia della mente ridisegna le possibilità cognitive: il nostro cervello è davvero nostro?

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Il periodo storico che il mondo sta vivendo è decisamente interessante, conturbante e per molti versi stimolante. Non ci si riferisce alla problematica terroristica che, oltre a minacciare l’intero pianeta, costituisce l’espressione forse finale di una esistenza tragica.

Si fa invece riferimento alla perdita costante e continua (oltre che progressiva) di un antico e biologicamente importante sentimento umano: il senso di appartenenza. Quel senso che sembra ruotare attorno all’inchiostro, come quando si scrive una lettera d’amore e nulla ci può dividere da quel foglio, o da quel “messaggio” incubato nella mente, che non si distoglie dal suo colore, perché è la stessa mente che scrive. E diviene inchiostro la mente di ogni individuo, proprio perché la mente necessita non solo di se stessa, ma di essere inchiostro.

L’individuo non può permettersi di vivere isolato, sebbene molte siano le persone che hanno la netta sensazione di essere sole. La nostra umanità, nascosta ma presente in ognuno di noi, necessita di comunica-zione con ciò che è apparentemente diverso da noi, altro e persino a volte irraggiungibile. Prima dell’avvento di Internet, una sorta di noosfera tecnologica, i singoli individui potevano vantare la pretesa di sentirsi originali ed unici nei loro pensieri. Si poteva anche sostenere, fino ad arrivare a crederci con una certa convinzione, che il nostro microcosmo potesse coincidere con un macrocosmo più generale. Oggi, tutto questo non è più possibile perché Internet ci permette (oserei dire ci impone) una dimensione cognitiva necessariamente antropologica, ossia evolutiva e globocentrica.

Con il termine cervello ci riferiamo ad una parte precisa del corpo umano, come accade quando parliamo di un qualsiasi altro organo. Il cervello è collocato nella scatola cranica dalla quale parte l’intero sistema nervoso, sia centrale che periferico.

Tutte le funzioni, ossia le azioni, che gli organi umani svolgono permettono di vivere, anche se non le vediamo direttamente, mentre ci accorgiamo quasi sempre del risultato di queste funzioni.

Stabilire una distinzione fra azioni e risultati fisiologici è importante quando si vuole, come nel nostro caso, fon-dare il paradigma teorico di una nuova disciplina. In effetti, solo comprendendo a fondo quanto i risultati siano le conseguenze di una azione fisiologicamente determinata, saremo in grado di ragionare sulle conseguenze delle azioni cerebrali, ossia sulla mente.

In questa ottica, l’Antropologia della Mente, disciplina che si inserisce nel solco più generale delle neuroscienze, si occupa dell’evoluzione della mente umana, intesa come l’insieme delle conseguenze filogenetiche ed ontogenetiche delle azioni cerebrali. Eppure, se la disciplina si limitasse a considerare la mente come il mero risultato del funzionamento cerebrale sarebbe assimilabile ad una sorta di neurologia applicata.

Il cervello è in effetti un organo del tutto speciale, perché le sue azioni subiscono continue modifiche in rela-zione alle azioni degli altri cervelli umani con i quali viene ad incontrarsi e dell’ambiente esterno nel quale opera. Per fare un esempio, mentre il fegato agisce come fegato, indipendentemente dal suo trovarsi in una geografia diversa rispetto a quella nella quale è cresciuto, ogni volta che “portiamo” il cervello in altri luoghi, anche se la funzionalità rimane identica dal punto di vista neurologico, il risultato cognitivo di questo suo agire è decisamente diverso, proprio perché legato alle condizioni esterne nelle quali viene a trovarsi. Il cervello è dunque un organo altamente reattivo e la sua funzionalità dipende sia da fattori endogeno-fisici che da fattori esogeno-culturali.

Come possiamo definire l’incontro di queste due funzionalità? Con il termine mente e mentalità. La mentalità diventa così il risultato storico e congiunto delle azioni cerebrali interne all’individuo, durante l’incontro con l’ambiente esterno, abitato da storie personali altrui e geografie sotto forma di cultura. Tale incontro è talmente insito nella vita quotidiana del nostro cervello che non è possibile tracciare una linea di demarcazione netta e precisa che separi la funzionalità cerebrale individuale dalla modificazione di tale funzionalità, in seguito all’incontro con altri cervelli ed ambienti. In sostanza, non è possibile individuare con certezza dove inizia la mente altrui e termina quella propria. La nostra vita si esplica all’interno di un continuum mentale, nel quale perdiamo di vista l’inizio delle nostre azioni e le conseguenze che esse comportano negli altri.

In questa prospettiva si colloca l’Antropologia della Mente, grazie alla quale si studia la formazione, all’interno del sistema della cultura, della cosiddetta mentalità, che appunto possiamo definire come il risultato di azioni e conseguenze (ad esse?) compartecipate da parte di un gruppo di individui all’interno di un preciso ambiente.

Di Alessandro Bertirotti

del 9/10/2012

foto di Stefano Cracco

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Il femminicidio visto dall’antropologo della mente

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In Italia, secondo il rapporto Istat, le donne uccise nel 2011 sono state 127 (di queste, 114 sono state uccise da membri della famiglia, 68 dal partner e 29 dall’ex-partner), con l’aumento del 6,7% , rispetto all’anno precedente e nei primi mesi del 2012 sono più di 63 le donne uccise da maschi umani, che sono spesso mariti, oppure compagni o ex-partner…

Siamo di fronte ad una situazione che testimonia come nel nostro paese, che comunque possiede un sistema di valori democratici che ancora sanno far fronte alle tempeste dell’individualismo esasperato, si sia lontani da una vera educazione alla differenza di genere…


Nell’articolo 3 della nostra Costituzione si legge: “(…) rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana (…)”. La IV Conferenza Mondiale delle Nazioni Unite definisce nel 1995 la violenza di genere come  il mantenimento di una relazione di potere storicamente determinata tra l’uomo e la donna, favorendo, di fatto, la successiva formulazione di leggi che disciplinino il problema. Viviamo in un mondo nel quale i fondamentali diritti delle persone sono calpestati quasi quotidianamente. Tanto che le parole che si leggono nella Bibbia circa il comportamento degli empi non sembrano essere datate come possiamo credere. Si ha la sensazione, in sostanza, che certe manifestazioni dell’umana convivenza siano persistenti da sempre e che nulla di effettivamente importante sia cambiato, rispetto alla violenza del passato.

In Italia, secondo il rapporto Istat, le donne uccise nel 2011 sono state 127 (di queste, 114 sono state uccise da membri della famiglia, 68  dal partner e 29 dall’ex-partner), con l’aumento del 6,7% , rispetto all’anno precedente e nei primi mesi del 2012 sono più di 63 le donne uccise da maschi umani, che sono spesso mariti, oppure compagni o ex-partner. La maggior parte di queste vittime sono italiane (78%), come, del resto, sono italiani anche i maschi assassini (79%). E’ inutile ricordare inoltre che il 1999 è stato l’Anno Europeo della lotta contro la violenza nei confronti delle donne, perché, in genere, queste dichiarazioni pubblicitarie europee restano lettera morta, senza contribuire di fatto alla costruzione di atteggiamenti e comportamenti concretamente visibili nella vita quotidiana. Si tratta, di dichiarazioni di intenti che rimangono tali, tranne nei casi in cui l’Unione Europea debba decidere di questioni economiche per il benessere di pochi e il malessere di molti.

In questa situazione la nostra cara Italia non ha ancora firmato la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione ed il contrasto della violenza di genere, firmata invece ad Istanbul nel 2010 dai 10 stati europei. Per fortuna in Toscana accade qualche cosa di significativo, sia sul piano politico che su quello civile. Infatti, Marina Staccioli, Consigliere della Regione Toscana e Vice Presidente della Commissione Istituzionale per l’emergenza occupazionale, ha presentato l’11 Settembre 2012, una importante mozione nella quale impegna la Giunta Regionale Toscana a farsi portavoce, presso il Governo italiano, per la modifica della materia in questione, soprattutto per quanto riguarda la semplificazione dell’iter in sede di indagini e l’eventuale condanna dei violentatori. A parte questa fortuna toscana (decisamente rara nel panorama politico della Regione…), quello che ci interessa evidenziare è l’aspetto antropologico dell’iniziativa, e cioè la rilevanza della mozione in se stessa, grazie alla quale si chiede un impegno civile ben preciso.

Siamo di fronte ad una situazione che testimonia come nel nostro paese, che comunque possiede un sistema di valori democratici che ancora sanno far fronte alle tempeste dell’individualismo esasperato, si sia lontani da una vera educazione alla differenza di genere. È in questi ambiti che possiamo valutare la sensibilità di un popolo rispetto all’idea che con la forza si impone una superiorità che il cervello dimostra di non possedere. Eppure, femmine e bambini continuano ad essere le vittime naturalmente privilegiate per esercitare su di esse quel potere che il mondo nega ad alcuni maschi umani, i quali, consapevoli spesso della loro inferiorità culturale, esprimono tanto la loro rabbia quanto il loro dolore in questo turpe modo. Per giungere al rispetto delle differenze dobbiamo cominciare a produrre pensieri adatti allo scopo nei bambini che frequentano l’asilo e dunque la scuola primaria, con temi, e giochi che mettano in luce le funzioni e le azioni che raggiungono obiettivi utili a tutti, proprio in nome di questa differenza. E sono le donne che possono insegnare a tutti noi che l’amore non ha sesso, dal momento che sono loro nelle condizioni di far crescere tanto un maschio quanto una femmina, prima ancora che questi incontrino il mondo dei maschi. Ma per fortuna, e molte donne lo sanno, il mondo dei maschi possiede anche quel rispetto e dolcezza nei riguardi della donna che convive assai bene nel dialogo e nell’affetto che un vero uomo sa esprimere nella propria vita.

 

Alessandro Bertirotti

Da Affari “E l’antropologo della mente?” del 5/10/2012

 


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Elezioni. La crisi regionale alla luce del vuoto programmatico

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di Enzo Coniglio

 

Fra un mese andremo alle elezioni e dovremo selezionare 90 rappresentanti tra i candidati di 47 liste oltre naturalmente il nuovo Presidente tra pochi Kapò ben noti ai più, almeno di nome (in ordine alfabetico): Giancarlo Cancelleri del Movimento 5 stelle; Rosario Crocetta sostenuto dal PD e dall’UDC; Cateno De Luca di Rivoluzione siciliana; Giacomo Di Leo del PC dei lavoratori; Claudio Fava sostenuto da IDV, SEL, Federazione della Sinistra e Verdi; Mariano Ferro leader storico del Movimento dei Forconi; Davide Giacalone per Ali alla Sicilia; Giancarlo Miccichè in rappresentanza di Grande Sud e del Partito dei Siciliani; Nello Musumeci sostenuto da PDL, PID e La Destra; Roberto Saureborn vincolato alla Unione democratica per i consumatori e Noi Sicilia – Movimento anti Equitalia e infine Gaspare Sturzo con il nuovo movimento Italiani Liberi e forti.

 

Si tratta sostanzialmente delle forze politiche presenti sul territorio prima della crisi costretti a coalizzarsi per poter più facilmente superare la sfida elettorale; coalizioni che hanno un senso in termini di vecchie ideologie ma che non hanno molto senso alla luce della complessa e tragica realtà siciliana attuale.

 

A noi Siciliani quello che dovrebbe interessare realmente è analizzare a fondo il programma effettivo che questa destra intende realizzare per la Sicilia nei singoli settori. Certamente abbiamo una grande fiducia in Nello Musumeci, nella sua etica e nella sua lunga esperienza politica ma nonbasta. Avremmo voluto esaminare un programma che purtroppo non esiste ad eccezione di alcune indicazioni generiche.

 

Le cose vanno un poco meglio nella cosiddetta Sinistra dove Rosario Crocetta ha presentato delle linee guida  interessanti anche se ancora troppo generiche per potersi chiamare “programmi effettivi,strutturati in obiettivi, risorse e impieghi”. In quest’area, la criticità maggiore risiede nell’alleanza tra il PD che occupa certamente l’area di centro-sinistra e un UDC che giura e spergiura che non andrà mai a sinistra e che la sua vocazione è l’area del centro. Ma allora perchè si allea con con il PD in Sicilia mentre rigetta la stessa alleanza a livello nazionale? Si ha l’impressione che si tratti di un “matrimonio di convenienza” che potrebbe non reggere alla luce delle alleanze decise fuori dai confini siciliani e da noi molto spesso subiti.

 

Ma le cose non vanno meglio nell’area del centro rappresentato dal Grande Sud e dall’ex MPA, oggi denominato Partito dei siciliani. Si tratta di un’area di centro dimezzata e azzoppata che non ha certo brillato fino ad ora per le proposte programmatiche. Ha tutta l’area di essere un centro – destra e allora in questo caso non si capisce perchè non si è alleata con Nello Musumeci. O meglio, si capisce fin troppo bene!

 

La sinistra coagulata attorno alla personalità di Claudio Fava non è più omogenea delle altre aree se si considerano le notevoli tensioni esistenti e non risolte tra SEL e IDV.  E potremmo continuare ma ci fermiamo qui perchè appare ormai evidente che in questi mesi non si è proceduto a realizzare un confronto duro se volete ma a tutto campo che interessasse i diversi settori con il preciso impegno di superare le numerose criticità incontrate.

 

Troppa area trita e ritrita!  Cosa c’è da aspettarsi da questa situazione? il persistere e il rafforzarsi dell’errore fatto nel passato e che consiste non nel confrontarsi sui programmi e sull’ elaborare dei progetti.

 

Al contrario. Si continua a unirsi o a scontrarsi sulle personalità, sui polli presenti nel grande pollaio siciliano e non sulle cose da fare.

 

E questo i Siciliani di destra, di sinistra o di centro, non lo possono più tollerare perchè significherebbe condannare definitvamente alla miseria i propri figli e rimanere subalterni di un Nord che non ha cambiato affatto il proprio atteggiamento verso il Sud.  Facciamo uno sforzo quindi per mantenere la coerenza politica delle nostre idee ma nello stesso tempo smussiamo il più possibile gli angoli; ampliamo le nostre alleanze e soprattutto confrontiamoci non all’interno dei partiti morti e sepolti, ma nelle istituzioni vive e vibranti della nostra società civile sulle proposte concrete da adottare tutti insieme nell’interesse dei nostri figli che non sono nè di destra, nè di centro, nè di sinistra; che non sono i figli di Musumeci, di Miccichè, di Bersani, di Casini o di Crocetta. Sono i nostri figli luminosi come tutti i colori dell’arcobaleno.  Questo ci impone la durissima realtà di oggi, il nostro senso etico e morale e il buon senso del padre di famiglia.

 

Purtroppo si tratta soltanto di un sogno che non potrà diventare realtà nel breve e medio periodo a causa di una supponenza ed ignoranza che non si fermano neppure di fronte alla tragedia che stiamo riservando ai nostri figli.

 

E questa è la vera tragedia che caratterizza la nostra Isola da troppo tempo: vivere nel nulla e per il nulla. E così sia!

Da SiciliaInformazioni del21/9/2012

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E l’antropologo della mente? La storia del frigorifero senza elettricità. Torna la rubrica di Affari

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“E l’antropologo della mente?”,  di Alessandro Bertirotti

Si parla di Caterina Falleni, 24 anni, livornese, vincitrice di un concorso indetto dalla NASA, dove ha presentato lo stesso progetto che aveva già sottoposto alla Provincia di Livorno e successivamente alla Regione Toscana. Inutile dire che entrambi questi Enti non le avevano creduto. Ecco la storia del un frigorifero che funzionava senza elettricità…

Caterina Falleni

L’università italiana forma spesso anche giovani di grande talento, e tutti coloro che hanno l’onore di lavorare in università come il sottoscritto lo sanno. Non è questo il problema. Il vero problema è che, una volta formati, i nostri giovani migliori scappano, e non dall’università, ma dalla Nazione Italia, e sempre più col sano desiderio di non tornare. Caterina Falleni, 24 anni, livornese, è la vincitrice di un concorso indetto dalla NASA, dove ha presentato lo stesso progetto che aveva già sottoposto alla Provincia di Livorno e successivamente alla Regione Toscana. Inutile dire che entrambi questi Enti, o meglio i funzionari ed i politici che la dottoranda Falleni ha avuto la sfortuna di incontrare, non le avevano creduto. Sarebbe stato per loro veramente assurdo che una semplice cittadina italiana, per di più livornese, proveniente dalla provincia, inoltre donna, avesse inventato un frigorifero che funzionava senza elettricità.
Eppure Caterina era già conosciuta all’estero, perché aveva partecipato al programma Erasmus dell’Unione Europea che permette ai giovani studenti dell’Unione di frequentare corsi universitari esteri riconosciuti come equipollenti dai corsi di laurea italiani. Era stata in Finlandia e poi a Rotterdam presso uno studio di design.
Ora si trova invece in California, presso il Centro di Ricerca dell’Università. Dovrà ritornare in Italia per terminare l’Università (eh, sì… perché Caterina non si è ancora laureata!), anche se conta di ritornare subito dopo negli Stati Uniti, dove occupa un posto decisamente prestigioso. Lei stessa sa che rimanere in questo nostro paese significherebbe trascorrere anni nella più completa frustrazione intellettuale e morale, con tutti i problemi che i funzionari ed i politici sono in grado di creare ai giovani, specialmente quanto essi si presentano forniti di capacità decisamente superiori alla massa, ma non imparentati con qualche noto personaggio. La sua invenzione è il risultato di 4 anni di studio, presso l’Istituto Superiore per le Industrie Artistiche di Firenze e che ora le ha permesso di lavorare alla Silicon Valley. La sua idea nasce in Africa, quando Caterina si sofferma a riflettere sul processo evaporativo definito cooling, lo stesso per cui la temperatura del nostro corpo si abbassa quando sudiamo. Ha associato questo processo all’utilizzo di materiali PCM ed è nato Freijis: il frigorifero senza elettricità.
A Livorno, prima di recarsi in California, Caterina ha cercato, senza successo, di coinvolgere nella sua avventura americana la Provincia e la Regione, senza ottenere nulla, e recandosi così da sola in California si è trovata all’interno di una equipe di ricerca con studiosi provenienti da tutto il modo.
Ecco come vanno le cose in questa pur splendida nazione: formiamo individui che ci contraccambiano con la loro genialità e, poiché non abbiamo l’umiltà di riconoscere che il mondo migliora senza di noi (alcune volte persino, il mondo riesce meravigliosamente a fare a meno di noi…), sminuiamo tutto ciò che effettivamente capiamo esserci superiore. Di questo passo, e ne abbiamo le prove soffermandoci a riflettere su quello che sta accadendo nella nostra nazione, altro che un’Italia commissionariata dall’Unione Europea! Avremo sempre più un’Italia di depressi ignoranti ed imprenditori frustrati.

 

L’AUTORE – Alessandro Bertirotti è nato nel 1964. Si è diplomato in pianoforte presso il Conservatorio Statale di Musica di Pescara e laureato in Pedagogia presso l’Università degli Studi di Firenze. È docente di Psicologia Generale presso la Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Genova e Visiting Professor di Antropologia della mente presso la Scuola di specializzazione in Anestesia, Rianimazione e Terapia Intensiva, dell’Università Campus Bio-Medico di Roma. Il suo sito è www.bertirotti.com

 

da affaritaliani.it del 21/9/2012
 

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I PROCESSI DI CAMBIAMENTO LUNGHI E ACCIDENTATI Le provocazioni occidentali, le violenze islamiche e le strumentalizzazioni

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Di Enzo Coniglio

 

L’uccisione di Christopher Stevens, ambasciatore americano a Bengasi, costituisce un duro colpo al processo di riappacificazione tra Stati Uniti e mondo arabo – islamico, iniziato dal Presidente Barack Obama con il suo famoso discorso del Cairo del giugno del 2009, durante il quale aveva promesso un dialogo aperto e costruttivo con tutto il mondo arabo e islamico.

Una uccisione che, a prima vista,  lascia sbalorditi per la scelta della vittima: un diplomatico di grande levatura morale e professionale che si era fatto paladino convinto delle nuove istanze rappresentate dalle “Primavere mediterranee”, che conosceva la lingua e la cultura araba come pochi diplomatici presenti nell’area, leggeva e meditava costantemente sul Corano , aperto al dialogo e al confronto a tal punto da non avere voluto dotare l’ambasciata americana con le imponenti misure di sicurezza di cui sono normalmente dotati.

Eppure è stato scelto lui come vittima sacrificale in questo 11 settembre 2012 e non a caso. Certamente la causa, o sarebbe meglio dire, il pretesto che sta incendiando il mondo arabo è il film scriteriato di un signore che diceva di essere ebreo e di chiamarsi Sam Bacile e che invece risulta essere un cristiano di tradizione copta, Nakoula Basseley che vive con la moglie e tre figli nella località di Cerritos in California, prelevato dalla polizia durante la notte dalla sua residenza per essere interrogato con tutte le precauzioni del caso. Sembra abbia commesso in passato numerose truffe finanziarie e contraffatto dei farmaci; sarebbe stato condannato in passato a 21 mesi di prigione e al rimborso di 790 mila dollari.

Si tratta di un film che il Presidente Obama e il Segretario di Stato Hillary Clinton hanno ritenuto “ripugnante e riprovevole” nei contenuti, senza mezzi termini, lontano anni luce dalle loro convinzioni e dalla loro politica estera e per il quale non hanno esitato a chiedere scusa al mondo arabo e islamico trattandosi di un film comunque girato in due set di Hollywood, in California, ingannando sia la troupe che gli attori ai quali era stato fatto credere che il titolo del film fosse: “Il guerriero del deserto”  invece di “The Innocence of Muslims”, distruttore dell’imagine del profeta Maometto e del suo popolo. Il manager responsabile del finanziamento del film per 5 milioni di Euro, viene indicato in Steve Klein, un veterano della guerra del Viet-Nam, molto vicino a gruppi estremisti cristiani come “Christian Guardians” che aveva suggerito di arruolare il reverendo Terry Jones, noto tristemente in tutto il mondo per aver preteso di organizzare un grande rogo con le copie del Corano.

La domanda che viene spontanea porsi in questo caso è come sia possibile che l’azione sconsiderata e scriteriata di un gruppo sparuto di persone dalla morale e dalla professionalità di bassissimo livello, possa dar vita ad una rivolta brutale e sanguinaria che ha già fatto 8 morti e centinaia di feriti in Paesi importanti come la Libia, la Tunisia, il Libano, l’Arabia Saudita, lo Yemen,il Sudan, l’Iraq, l’Iran, l’Afghanistan, il Bangladesh e nello stesso Egitto a tal punto da mettere in forse il radicale processo di cambiamento avviato dalle Primavere arabe durante il 2011.

L’effetto appare a prima vista del tutto sproporzionato alla causa scatenante e lo è. Vale quindi la pena cercare di andare a fondo nell’analisi dell’intricata vicenda che rassomiglia molto alla mitica apertura del millenario “vaso di Pandora”nato appunto in quelle coste mediterranee e medio orientali.

La prima considerazione riguarda il diritto di un privato cittadino americano o assimilato di poter esprimere in ogni caso il proprio pensiero, indipendentemente dalla qualità dello stesso e dagli effetti che possa produrre anche se di dimensioni devastanti, nel rispetto del famoso “first emendment” della costituzione americana radicata nella cultura americana che assicura la libertà illimitata di opinione, di espressione e di pubblicazione (free speech).

Ed è grazie a questa profonda convinzione e a questa norma costituzionale che non è stato ancora possibile eliminare dal mercato mediatico tale film, prodotto-mostruoso,  e non sarà facile. Le implicazioni macroscopiche di questo “principio assoluto” lo si sono comprese nel botta e risposta tra il Presidente Barack Obama che ha chiesto al Presidente dell’Egitto, Mohamed Morsi di difendere le sedi diplomatiche, il personale e gli interessi americani. Si è sentito rispondere che era sua intenzione di farlo come lo farebbe per qualunque Paese accreditato ma che nello stesso tempo chiedeva a Barack Obama di impedire gli oltraggi gratuiti e le falsità chiaramente mistificanti e strumentali contro il Profeta Maometto e la grande cultura di un popolo: quello arabo e islamico.

Il Presidente Mohamed Morsi ha assolutamente ragione a ricordare agli Stati Uniti e all’Occidente che accanto alla libertà di espressione esiste il dovere alla responsabilità per quanto si dice e si fa: tra pensiero, azione e gli effetti devastanti verso terzi; esiste un rapporto essenziale tra libertà e responsabilità: responsabilità che non è altrettanto protetta e statuita nei suoi confini naturali dalla legislazione americana e occidentale.

In nome della libertà di espressione non posso in alcun caso calunniare, falsare l’immagine di una persona o peggio ancora infangare gratuitamente un popolo, la sua cultura e la sua religione. Un assurdo ancora più evidente in un Paese come gli Stati Uniti che protegge con leggi rigorose e con multe salatissime la violazione di un prodotto commerciale materiale quando ha dei risvolti finanziari. Ma non si può certo ridurre tutto alla difesa della finanza e lasciar fuori, del tutto indifeso, il grande patrimonio millenario di interi popoli dalla ignoranza brutale e strumentale di inqualificabili personaggi e gruppi politici o religiosi.

La libertà di espressione e il dovere della responsabilità verso le singole persone e i popoli sono due principi che devono essere affermate, salvaguardate, protette e armonizzate.

La seconda considerazione riguarda il rapporto tra la furia scatenata in questi giorni e le Primavere mediterranee e medio orientali ricordando che nei fenomeni che hanno caratterizzato la nascita di quei movimenti non c’era alcuna traccia di antiamericanismo, neppure in piazza Tahrir; nè quelle espressioni sono state caratterizzate come “fenomeni religiosi” o ispirate al Corano o ad altri movimenti religiosi o ideologici. Si sono caratterizzate come movimenti popolari a maggioranza giovanile che chiedevano l’allontanamento dei “dittatori” e una maggiore partecipazione alla gestione della cosa pubblica prescindendo dal credo religioso o ideologico. In una parola mai banale, si trattava di una richiesta di partecipazione democratica in Paesi che non hanno quasi mai goduto di tale status, espressa in maniera quasi sempre pacifica che ha imboccato l’arma di internet invece di un potente bazooka.

A distanza di un anno,la musica sembra cambiata con l’affiorare di movimenti rivoluzionari ad ispirazione religiosa che pretendono di diventare egemoni e che potrebbero mettere in forse alcuni obiettivi qualificanti di quelle Primavere. E in un certo senso era da aspettarsi qualcosa del genere come è successo in fondo nel nostro occidente: dopo la rivoluzione francese, è seguito l’impero napoleonico e la restaurazione. Solo dopo 30 anni è stato possibile riprendere con forza ma con tanto spargimento di sangue,  gli ideali della rivoluzione francese e cambiare l’organizzazione politica statuale in oltre due secoli di battaglie e di guerre nazionali e mondiali.

I processi di cambiamento sono lunghi e accidentati e non possono certo ignorare il substrato culturale e religioso dominante.Non c’è quindi da meravigliarsi se in questo ultimo anno i movimenti e i partiti islamici si siano riorganizzati, pronti a scendere in campo e a conquistare il potere: dai Fratelli Musulmani ormai al potere nel nuovo Egitto; ai movimenti Salafiti sempre più presenti in tutta la regione; alle diverse frazioni del gruppo storico di Al Qaeda che ormai opera nei singoli Paesi con piccoli gruppi, ben addestrati e determinati ad imporsi.

Ma c’è una terza considerazione da fare altrettanto inquietante. Ma perchè una esplosione così vasta e generalizzata contro gli Stati Uniti risparmiati dalle Primavere mediterranee?

Possiamo immaginare due ordini di risposte. La prima è connessa al fatto che dopo il discorso di Barack Obama del giugno del 2009 che prometteva un dialogo costruttivo con il mondo arabo, si è fatto ben poco e soprattutto il problema degli insediamenti ebraici in territorio palestinese  e la creazione di uno stato palestinese accanto ad uno stato ebraico che mettesse fine ad una delle pagine più tristi della nostra storia, non hanno trovato alcun seguito positivo malgrado le precise promesse di Obama in tal senso.

La seconda riguarda un ulteriore peggioramento della situazione finanziaria ed economica dei Paesi dell’area del Mediterraneo e Medio oriente a causa della persistenza della crisi che ha tratto origine proprio negli Stati Uniti ed è poi dilagata in un mondo globalizzante e asservito agli interessi economici e di sviluppo sociale sotenibile che non sono certo quelli dei popoli arabi, se si escludono le loro élites che invece continuano a trarne enormi profitti. E’ quindi comprensibile che nell’immaginario collettivo, più o meno cosapevolmente, si sviluppi un certo risentimento verso gli Stati Uniti anche se non necessariamente contro l’attuale amministrazione, particolarmente apprezzata in ambienti qualificati, almeno per gli sforzi che ha saputo fare per invertire la rotta e di cui Chris Stevens era un protagonista di primo piano e quindi doveva essere “punito” per ritornare alla vecchia logica della contrapposizione voluta dai gruppi radicali islamici.

Ma, ultima considerazione, andava punito in casa lo stesso Barack Obama che aveva fatto della politica estera il proprio “fiore all’occhiello” e che appoggiava le primavere arabe e il difficile processo verso una democrazia condivisa? Non ci sarebbe quindi da meravigliarsi se si venisse a scoprire, andando a fondo, che dietro a questa produzione cinematografica e a questo incendio si nascondano interessi di casa americana relazionati alle prossime elezioni americane.

Ci auguriamo di no. Sarebbe una delusione troppo forte e insopportabile per chi ha vissuto con l’deale di una America che, malgrado tutto, costituisce ancora un faro di libertà e di speranza, attraverso i suoi figli migliori come Barack Obama e Chris Stevens”.

 

Enzo Coniglio

 

Da SiciliaInformazioni del 16/9/2012

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IL PREMIER TRA POPULISMO E INTELLETTUALISMO DIRIGISTA – Monti come la luna: ha una faccia che tiene sempre nascosta; di Enzo Coniglio

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Il momento che stiamo vivendo merita di essere vissuto intensamente e con un profondo senso di responsabilità perchè dalle decisioni che verranno prese in questi mesi, dipenderà il futuro nostro e dei nostri figli.

Viverlo da spettatori e non da protagonisti, significa rinunciare definitivamente al nostro potere politico conquistato  dai nostri padri con il sangue e condannare in ultima analisi al suicidio politico noi stessi, i nostri figli e la nostra comunità. Seguire quindi le discussioni sullo scacchiere e capire la tessitura della tela, diventa l’impegno primario di un serio analista. Ma non basta, bisogna poi passare alle proposte e all’impegno diretto per realizzarle.

In altre parole, l’impegno politico sul campo, unitamente all’impegno di tradurre nei fatti le proprie idee, diventa il mestiere più importante dei prossimi mesi. Siamo grati a Siciliainformazioni.com e a Italiainformazioni.com per gli stimoli offerti in questa direzione e per lo spazio qualificato di dibattito democratico offerto.

Chiarito quindi l’approccio, passiamo ora ad analizzare alcuni fatti del giorno. Quello più importante e che troviamo su tutti i media del mondo, è la decisione della Banca Centrale Europea (BCE) di intervenire contro la speculazione che condiziona il differenziale dello spread tra i bond italiani e i bund tedeschi. Non si tratta certo di una partita di calcio: Germania contro Italia ma di qualche cosa di molto grave: stiamo pagando in Italia come governo e come imprese, dal 2 al 3% di interessi in più rispetto a quello che avremmo dovuto pagare se avessimo potuto considerare esclusivamente i fondamentali della nostra economia, come ben ricordato questa settimana dalla Banca d’Italia. Circostanza questa che impedisce al sistema Italia di destinare dai 40 ai 60 miliardi di Euro alle attività produttive invece di destinarle alla speculazione internazionale.

E questo, caro Mario Monti, dobbiamo dirlo in maniera chiara, così come dobbiamo dire con altrettanta chiarezza, che tale differenziale rende non competitiva una grande azienda italiana che ha lo stesso valore economico di una azienda tedesca, in quanto quella tedesca può ottenere un credito ad un interesse del 2-3% in meno sul libero mercato dei capitali. Per non citare il fatto che, in queste condizioni, molti capitali del Sud Europa si trasferiscono al nord permettendo così a quei Paesi di ottenere molta liquidità a costo zero o addirittura a valore negativo mentre nel sud Europa manca la liquidità e, quando la si ottiene, si è costretti a pagare interessi proibitivi.

Tutto questo distrugge oggettivamente l’idea di Europa!

Il Sud povero finanzia il Nord ricco!

Quel buon senso che Iddio ha dato in gran quantità a ciascuno dei suoi figli, denominati persone umane – secondo quanto ci ricorda Cartesio – vorrebbe che noi fossimo in grado di condannare e impedire tout court la speculazione e riportassimo i valori alla normalità. Purtroppo questa elementare operazione non viene effettuata ed è per questo che Mario Draghi è stato costretto ad utilizzare il suo potere di Presidente della Banca Centrale Europea e mettere in azione delle misure anti speculative che non risolvono il problema ma lo limitano.

Naturalmente i colleghi tedeschi della Bundesbank – il cui obiettivo istituzionale primario è quello di non perdere il vantaggio accumulato e che non hanno certo come “missione” la solidarietà europea – si sono coerentemente opposti alle misure anti spread proposti, ma non poteva essere diversamente all’interno di quella logica. Non condividiamo ma comprendiamo.

Mario Draghi, da parte sua, ha fatto benissimo a far adottare le misure anti spread all’interno delle finalità istituzionali della Banca Centrale Europea (BCE) che sono quelle di promuovere l’Euro e la stabilità monetaria europea. Si tratta di un potere non sufficientemente esteso se paragonato a quello della Federal Reserve o della Bank of England e che certamente va esteso nei prossimi mesi. E’ stata comunque una decisione coraggiosa e non scontata che ha ricevuto  giustamente il plauso dei maggiori capi di stato e di governo del mondo. Ha confermato di essere quell’autentico “superMario” di cui l’Unione europea ha bisogno.

Grazie e complimenti a Mario il Dragoncello.

In questo contesto, la preoccupazione espressa da Mario Monti di un sentimento anti tedesco che serpeggia in Italia, appare del tutto illogica e fuor di luogo: riportiamo lo spread al 2%; evitiamo gli effetti negativi sulle imprese italiane e sull’economia reale; chiediamo alla stampa tedesca di evitare di fomentare i sentimenti anti italiani con degli elementi del tutto pretestuosi e tutto ritornerà normale.

Monti sembra preoccuparsi dell’effetto invece di ricordare e di proporre soluzioni alle cause, ben note e circostanziate. Non si tratta affatto di populismo ma di pura e semplice constatazione di fatti!

Ma c’è di più e di più preoccupante che cerchiamo di esporre con altrettanza semplicità e chiarezza. Gli interventi anti spread proposti da Mario Draghi – che consistono sostanzialmente nell’acquisto potenzialmente illimitato di titoli a breve (massimo tre anni), non vengono effettuati in maniera automatica ma devono essere richiesti dai singoli Stati che ne hanno bisogno e che sono disposti a sottoscrivere un accordo con il qualesi impegnano ad adottare “rigorose misure” di politica finanziaria.

Questa condizione ci appare “normale” se vuole essere un deterrente per quegli Stati che non intendessero mettersi sulla strada del risanamento e continuare a dilapidare le risorse. Ci appare invece anormale, perniciosa e inaccettabile, qualora tale ricetta riproponesse quella fallimentare e criminale del Fondo Monetario Internazionale (FMI) denominata “ricetta del rigore” che assicura a chi la adotta un totale fallimento e un suicidio collettivo, come dimostra il caso Grecia il cui PIL si è ridotto di oltre il 6% e adesso la popolazione di quel Paese non ha neppure i fondi per pagare le spese sanitarie e i farmaci di prima necessità. Ma chi sono questi sapientoni del disastro? Tale politica va contrastata perchè favorisce ulteriormente la speculazione che dice di combattere, come sa benissimo la Signora Presidente Lagarde, responsabile in prima fila. Si tratta della ricetta “lacrime e sangue” adottata nella prima fase del governo Monti.

Ed è per questi timori che il governo spagnolo non vorrebbe chiedere l’intervento della BCE ed ha assolutamente ragione. Adesso bisogna continuare ad adottare tutta una lunga serie di interventi contro la speculazione finanziaria internazionale responsabile del disastro prodotto alla nostra società. Soprattutto dobbiamo ridimensionare drasticamente il ruolo della finanza in rapporto alla economia reale e soprattutto in rapporto alla persona umana che deve assolutamente riassumere il ruolo di fine e non certo di strumento.

Basti pensare alle criminali azioni compiute per anni dalle società di rating, dalle banche internazionali che riciclavano denaro delle centrali terroristiche e della droga mondiale, dalle grandi banche che regolavano il Libor e l’Euribor; ai titoli tossici; a l’uso improprio dei derivati, agli effetti negativi e devastanti degli Otc, ai puri giochi speculativi delle borse, allo scandalo inverosimile dei paradisi fiscali… e potremmo continuare.

Si tratta di distorsioni oggettive, gravissime, fuori di ogni controllo che hanno preso il posto di una sovranità nazionale perduta e di una sovranità europea non ancora realizzata.

Mario Monti è assolutamente bravo a far fare i compiti a casa da buon professore ma è come la luna: ha una faccia che tiene sempre nascosta. E questa faccia è la finanza internazionale capace di annullare e di fagocitare i sacrifici di milioni di persone.

Avremmo gradito che fosse Mario Monti e non soltanto la Merkel ad accusare i mercati di agire contro le nostre popolazioni. Che si organizzassero degli incontri durante i quali si affrontassero con grande coraggio e determinazione tali distorsioni oggettive e se ne indicassero le soluzioni.

E invece, senti, senti, l’ultima proposta di Mario Monti: organizzare un seminario sul pericolo rappresentato dai populismi e dai sentimenti anti tedeschi.

E no! Qui non ci siamo affatto. I populismi sono certamente un pericolo: lo sono sempre stati nella storia. al pari del pericolo anche maggiore rappresentato da un intellettualismo dirigista di chi si pone come “salvatore della patria” mentre nasconde le cause vere e profonde del disastro: una mezza luna, per intenderci.

Purtroppo le persone amano i dirigisti che possono controllare le masse e temono il populismo che scatena le masse. La soluzione, come sempre è nel mezzo che è rappresentato appunto dalla partecipazione attiva e responsabile di tutte le componenti culturali, sociali, economiche, finanziarie e religiose nel processo di gestione della ”res publica”. Il popolismo nasce dalle distorsioni degli opinion leaders e dei decision makers. Il popolo intuisce che qualcosa non va perchè vive tale disagio sulla sua pelle; ne ignora talvolta le cause profonde e i meccanismi che producono il disagio ma la loro reazione è comprensibile. Spetta al coro delle voci qualificate nei vari settori, analizzare, chiarire, proporre e attuare.  E’ questa una possibilità democratica e partecipata e competente.

Una seconda è affidarsi ad un “uomo della Provvidenza”. Ma questa soluzione storicamente è stata un fallimento al pari dei populismi. Se lo ricordino coloro che propongono i seminari contro il populismo e un Monti bis o un “superMarioMonti”.

 

Da SiciliaInformazioni del 9/9/2012

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“Stare al mondo” di Alessandro Bertirotti

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Stare al mondo

Noi al mondo…

Nell’articolo precedente ci siamo brevemente dedicati ad evidenziare l’importanza del passaggio, durante l’adolescenza, dalla famiglia al gruppo.

Vediamo ora più da vicino il ruolo che il gruppo svolge nel favorire oppure inibire le potenzialità individuali e perché questa potenza di più persone su di una sola è, in effetti, tanto nel bene quanto nel male un elemento importante per la crescita individuale.

Sulla base delle interessanti analisi di Kurt Lewin, il gruppo è un insieme di individui che dinamicamente stanno assieme per la condivisioni di obiettivi comuni, decidendo di autoregolarsi secondo comportamenti approvati dalla maggioranza dei suoi membri. Proprio per questi motivi, emerge subito la considerazione mentale di cui gode il gruppo per l’adolescente: un modello globale di ruoli e funzioni, dotato di una maggiore autorità globale, decisamente maggiore rispetto a quella dei singoli membri.

Questa ultima considerazione è decisamente importante oggi, nel periodo che il mondo intero sta vivendo, ma, oseremo dire, specialmente in riferimento alla crisi esistenziale (e non certo solo economica…) che sta vivendo l’intero Occidente industrializzato. In altre parole, visto che per gli adolescenti il gruppo è considerato nel suo insieme, come fosse un tutto unico individuale, anche se allargato, possiamo comprendere il dramma che i nostri giovani vivono nella valutazione delle istituzioni, recepite dai giovani come gruppi, e specialmente della loro rappresentanza sociale.

Le istituzioni di uno stato, di una società civile, infatti, sono gruppi di persone che vengono valutate e viste dai nostri giovani esattamente come loro stessi giudicano la compagnia con la quale vanno il sabato sera in discoteca, oppure escono per andare a fare un giro in centro città. Il procedimento psicologico che investe il gruppo di appartenenza di autorevolezza ed autorità è identico a quello che da adulti utilizziamo per la valutazione delle istituzioni.

Se i giovani, che valutano sempre attentamente i comportamenti degli adulti, specialmente con un silenzio assordante ed imbarazzante mano a mano che crescono in età e sensibilità, osservano con attenzione il nostro livello di gradimento ed affezione verso le istituzioni, non possono fare altro che chiedersi se valga la pena, alla loro età, ascoltare gli adulti quando dicono di fidarsi degli amici!

In effetti, l’aspetto primario e psicologico che porta un adolescente a credere nel gruppo è quanto investimento affettivo il gruppo stesso garantisce e salvaguarda. Altrimenti, egli pensa (e noi tutti adulti pensiamo assieme a lui…) che non valga nessuna pena e fatica mettersi in relazione con un gruppo che fa sentire a disagio, oppure non tiene in giusta considerazione le esigenze personali di ciascuno.

Affidarsi ad una istituzione sociale e politica significa accettarne le regole che essa impone, ma questa accettazione è la conseguenza di una affiliazione, ossia di un sentirsi consigliati ad operare nella propria vita secondo un affetto positivo. È chiaro che quanto più i giovani ripongono fiducia in una figura e la avvertono come ben disposta ad aiutarli, tanto più ne accetteranno i consigli e la guida, confidando in essa. Maggiore sarà anche il grado di identificazione, maggiore sarà la percezione di questa figura come fonte d’autorità.

In ordine di importanza cronologica ed evolutiva, dovremmo avere sempre i genitori e gli amici al primo posto, anche se, con il procedere dell’adolescenza, l’atteggiamento dei figli verso il padre e la madre si farà più critico e meno passivo. Seguiranno, poi, i docenti, il magistrato ed il sindaco. Il sacerdote (o qualsiasi altro rappresentante religioso-confessionale) è invece una figura particolare, perché può avere estrema rilevanza se il giovane adolescente è religioso e praticante, oppure non averne affatto.

Nello stesso tempo, queste considerazioni scientifiche ci fanno riflettere sul fatto che quanto più una figura è investita d’autorità, tanto maggiore sarà il disagio avvertito dai giovani quando ne trasgrediscono le regole.

I sentimenti di colpa e le azioni di autopunizione si manifestano nei riguardi di quelle figure, prima di tutti i genitori e in secondo luogo il gruppo, con i quali gli adolescenti hanno stabilito rapporto affettivo valido, cioè significativo e forte

Non si deve, infatti, dimenticare che il senso di colpa per la trasgressione (non scoperta…) alle regole dell’autorità, assieme all’autopunizione per la disobbedienza alle varie figure, sono fortemente legati al grado di identificazione degli adolescenti (e degli adulti in seguito) ad esse.

Se le figure di autorità manifestano atteggiamenti protettivi e godono di un buon livello di prestigio agli occhi dei ragazzi adolescenti, maggiore sarà la possibilità che questi ultimi si identifichino con queste figure. In effetti, l’intensità dei sentimenti di colpa è maggiore nei riguardi di queste figure

Quando, invece, il ragazzo vive il gruppo in assenza quasi totale di sensi di colpa in caso di trasgressione a regole, significa che ha stretto con gli amici un rapporto troppo paritario, cioè vissuto come non strettamente vincolante dal punto di vista normativo. Per gli stessi motivi, non dovrebbe esseremolto elevato il potere punitivo degli amici e di conseguenza della futura istituzione.

E’ così che si diventa adulti: con amore, gerarchia e con i sensi di colpa funzionali allo stare in società.

 

Da ControCampus

Foto:http://donneviola.wordpress.com/

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Ora dove va la Sicilia. Valeva la pena aprire una crisi di governo?

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ROVESCIO DELLA MEDAGLIA

 


di Enzo Coniglio

 

Il modo migliore per vivere infelice e in mezzo ai conflitti fino ad ottobre in Sicilia, è quello di impegnarsi ad analizzare la situazione politica attenendosi ai fatti certi e accertati e pubblicare i risultati in un quotidiano on line come Siciliainformazioni.com, dove i lettori possono interagire nel rispetto dell’etica professionale e dei valori morali inalienabili.

Ho qui di fronte montagne di ritagli stampa e interventi mediatici divisi per istituzioni e per argomenti. E’ come giocare a dama: i bianchi sono le istituzioni e i neri sono gli argomenti. E’ un bellissimo gioco che invito tutti voi a replicare.

Tra le istituzioni – candidati, la parte del leone la fa naturalmente Rosario Crocetta: candidato della prima ora, eurodeputato e magistrato, dinamico, onnipresente, con poco contraddittorio in rapporto al volume degli interventi, con un quotidiano importante, come “la Sicilia” che gli concede lo spazio per farsi conoscere e apprezzare. Occupa l’area di centro – centro-sinistra con l’alleanza dichiarata con il PD e l’UDC.

Il programma di governo di Rosario Crocetta? Nulla di nuovo e di originale, con due lacune importanti: l’assenza di un strategia di internazionalizzazione della Sicilia in ambito mediterraneo ed euromediterraneo che invece dovrebbe costituire il vero volano dello sviluppo nei prossimi quattro anni. La seconda lacuna è rappresentata da una inadeguata analisi della crisi finanziaria internazionale in cui risiede il nocciolo duro per la soluzione della crisi siciliana, oltre che italiana, europea e internazionale.

Esiste inoltre un’area grigia non meno perniciosa che riguarda l’area dell’autonomia intesa come ambito all’interno del quale elaborare un “piano-programma-progetti” che coniughi in maniera stringente e altamente professionale, l’individuazione degli Obiettivi da raggiungere in Sicilia; il reperimento delle Risorse finanziarie, economiche e umane e una “griglia” di impieghi coerenti e adeguati agli Obiettivi e alle Risorse. E’ assolutamente comprensibile che Rosario Crocetta consideri l’UDC fondamentale nella sua strategia presidenziale, ma non è detto che tale alleanza sia sicuramente positiva per lo sviluppo dell’Isola se non viene prima definito un preciso programma di sviluppo regionale.

Invece siamo tutti d’accordo quando Rosario Crocetta afferma all’indomani di Ferragosto: “Mentre La Sicilia affonda, tutti litigano. Di fronte alla grave crisi sociale, economica e morale che soffoca la Sicilia, bisognerebbe far prevalere il senso di responsabilità. Invece, mai come adesso la politica siciliana e’ stata divisa. Ciascuno pensa al 5% dello sbarramento e nessuno riflette sul fatto che dobbiamo risanare i conti, senza macelleria sociale, che dobbiamo sburocratizzare”. E in effetti, il precedente governo stava riuscendo in parte a sanare i conti, a sburocratizzare e ce l’avrebbe fatto se non fosse stato sottoposto al più pesante vilipendio senza giusta causa.

La causa della decadenza siciliana non è certo il governo Lombardo! E’ una autentica macelleria politica farlo apparire come tale, caro Crocetta. Nè tantomeno il nuovo Rinascimento da Lei evocato può essere realizzato da Lei o da qualche persona singola. Occorre un impegno corale di autentici professionisti che sottolinei ciò che ci unisce, che smorzi i toni e che ponga come punto essenziale strategico di partenza l’impegno a realizzare un serio e approfondito Umanesimo nella consapevolezza che non è pensabile alcuna forma di Rinascimento senza aver prima realizzato un Umanesimo di base.

Naturalmente le mie non sono critiche alla persona e al programma in sé; sono delle annotazioni che scaturiscono dai documenti. Certamente Roario Crocetta saprà chiarire e arricchire i suoi programmi nelle prossime settimane e lo stesso farà l’UDC.

Rebus sic stantibus, bisogna concludere provvisoriamente che il Progetto Crocetta non appare molto diverso da quello dell’MPA (partito dei Siciliani) il quale ha tra l’altro dei vantaggi complementari di non poco conto. Innanzitutto una risorsa umana come l’Assessore Massimo Russo, della stessa formazione professionale di Crocetta, determinato anche lui a lottare le illegalità e le ingiustizie e con dei concreti risultati invidiabili di gestione regionale ben apprezzati a livello nazionale ed europeo nel settore della sanità e non solo. I due personaggi sono altrettanto validi e alternativi. Se Russo fosse anche lui un candidato indipendente non sarebbe meno capace di Crocetta nell’assicurare i risultati attesi.

L’MPA ha un’altra risorsa umana non meno importante rappresentata dall’Assessore Gaetano Armao, molto noto e apprezzato all’interno della conferenza Stato-Regioni; protagonista di importanti interventi giuridici e politici in difesa della autonomia siciliana e determinato a rivedere il patto di stabilità e a garantire un bilancio siciliano e un piano di sviluppo realista ed efficace. Piano la cui attuazione dipende in grandissima parte dell’appoggio che i nostri corregionali sapranno dare in fase elettorale. Il contributo dato dall’Ass. Armao al miglioramento delle condizioni dell’Isola non è inferiore a quello dato da altri Assessori.

Il PD siciliano ha preferito in questa ultima fase, l’alleanza con Rosario Crocetta abbandonando in parte l’MPA. Si può capire con il sopravvento assunto dalla politica gridata sui problemi reali. In realtà il progetto PD potrebbe essere realizzato sia con Crocetta che con l’MPA.

Una parola sul PDL e Miccichè: Mi appaiono come degli alieni approdati in terra di Sicilia. Attendono il beneplacito del Capo e non sono generati dalla costola della Madre Padre Sicilia. E’ il retaggio di quel 61 a zero che si è rivelato per l’Isola un autentico disastro.

Naturalmente si potrebbe continuare con altre annotazioni che comunque appiono marginali allo stato attuale nel nostro panorama siciliano.

In conclusione, esaminando i dati drammatici dell’economia e della occupazione e le alternative emerse fino ad ora, sembra emergere molto poco di nuovo a tal punto da chiederci se valesse proprio la pena realizzare delle elezioni anticipate.

Con l’augurio che alle ciancie si sotituisca un alto senso etico e di responsabilità e che alle opposizioni personali gravemente dannose si sostituisca l’elaborazione di progetti operativi di prima grandezza.

 

Enzo Coniglio

Da SiciliaInformazioni.com del 19/8/2012

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Banche dello scandalo Libor: “Banditi in doppiopetto gessato”

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Di Enzo Coniglio

 Non volevo credere ai miei occhi, ieri mattina alle sette, quando sfogliando il Sole 24 ore, mi sono imbattuto in un editoriale di prima pagina sul Liborgate, dal titolo: “Basta segreti sul mercato dei tassi”, firmato da Marco Onado, docente alla Bocconi, ordinario di Economia degli intermediari finanziari.

Mi sarei aspettato una disamina compassata su un tema di grande attualità come si conviene ad un docente bocconiano secondo lo stereotipo più accreditato. E invece cosa mi tocca di leggere in apertura di articolo? “Coloro che hanno piegato a proprio vantaggio il processo di formazione di un tasso [Libor] che riguarda oltre 500 mila miliardi di derivati, meritano ampiamente la qualifica di “banditi in doppiopetto gessato” o più semplicemente di “banksters” usata dal Commissario europeo Viviane Reding, ma anche da giornali che non possono essere considerati inclini al giustizialismo populista, come l’Economist”.

Come dire, che il Sole 24 ore si associa responsabilmente ai maggiori media internazionali per denunciare e mettere al bando quella finanza internazionale che opera impunemente ormai da troppi anni al di fuori delle pìù elementari regole dell’etica e della convivenza civile, adottando le regole della giungla e, pertanto, da autentici gangsters del settore bancario (da cui banksters), non solo in ambito Libor, come abbiamo costantemente denunciato anche in questo organo di stampa.

Esagerato? Nulla affatto se pensiamo sia ai sacrifici disumani che tale comportamento ha imposto a centinaia di milioni di persone in tutto il mondo, primi tra tutti, ai cugini Greci, sia ai guadagni stratosferici a vantaggio di gruppi speculativi. Basti pensare, ricorda Marco Onado che : “La spinta a truccare il meccanismo [del Libor e Euribor] era fortissima… Bastava modificare il livello del tasso di un basis point (un misero centesimo di punto percentuale) per ottenere un profitto di 2 milioni di sterline….Le pratiche manipolative risultavano tanto diffuse da far parte della cultura comune delle trading room… e sembrano basate sulla certezza di impunità non solo ai controlli interni ma anche a quelli delle autorità di vigilanza”.

Come dire, un sistema strutturalmente marcio in cui non è più sufficiente eliminare la classica singola pera maarcia per andare avanti: occorre cambiare le regole del sistema perchè marcio alla radice e opaco nella gestione.

Ma non è questo il solo settore critico che richiede interventi strutturali. L’altro settore non meno critico è quello delle agenzie di rating che hanno manipolato pesantemente la concessione dei rating e che presentano al loro interno dei conflitti di interesse non più accettabili. Ma la cosa più grave, è la loro capacità di distorcere le regole del mercato bancario, penalizzando chi offre credito alle imprese e alle famiglie e premiando le banche che effettuano interventi di tipo speculativo, come rilevato da Samuele Sorato, direttore generale della Banca Pololare di Vicenza in occasione del recente downgrading di alcun banche italiane da parte di S&P (Standard & Poor’s): “Faremo ricorso contro S&P, vogliamo capire con quali modalità agisce l’agenzia. Faccio notare che il taglio è arrivato via telefono . Nessun incontro, nessuna possibilità da parte nostra di spiegare cosa stiamo facendo per tamponare l’aumento dei prestiti in sofferenza. Ma ci si dimentica che nel nostro caso abbiamo aumentato gli impieghi dal 2008 a oggi di tre volte rispetto alla media del settore. Il paradosso è proprio questo: veniamo penalizzati perchè abbiamo dato credito all’economia del territorio. E in genere le banche commerciali vengono sfavorite rispetto alle grandi banche d’affari che fanno profitti con la finanza speculativa”.

Come dire, che è la speculazione a fare la parte da padrona e a snaturare le stessa funzione delle banche, con l’aiuto non rascurabile delle stesse agenzie di rating che mantengono il loro potere malgrado le gravissime criticità riscontrate e i processi in corso.

Ma l’economia non può essere innessun caso fondata sulla finanza speculativa!

Per non parlare del differenziale Bund – Btp di alcuni punti (200 -300) al di sopra di quanto suggerito dai fondamentali economici dei due Paesi con la conseguenza di peggiorare il nostro debito pubblico e ridurre notevolmente la competitività delle imprese italiane che rischiano di essere messe fuori mercato a tutto vantaggio di quelle tedesche che attirano così enormi capitali esterni a costi addirittura negativi,se si considera l’inflazione.

E potremmo continuare. L’intervento di Marco Onado ha dato la stura alla critica severa e non rinviabile del sistema finanziario che va profondamente rivisto unitamente al sistema che sta a fondamento dell’Euro e al progetto di integrazione dei Paesi che fanno parte dell’Unione Europea.

Ma c’è un punto che ci divide dall’analisi di Marco Onado secondo cui il sistema in fondo può essere modificato anche se con diverse difficoltà. A nostro avviso, invece va prima ribaltato nelle premesse e poi ricostruito su basi nuove. E il ribaltamento consiste nel riportare la finanza al suo ruolo naturale di “strumento” della crescita e della sviluppo economico entro regole certe e democraticamente stabilite. Attualmente si comporta come se fosse il “fine” degli interventi e delle operazioni mentre la persona umana e le società sono confinate a ruolo di “strumenti operativi”. Soltanto un ritorno ad un nuovo Umanesimo classico, cristiano e rinascimentale potrà realmente riprogettare con successo il mondo intero.

Ma questo è un altro discorso che merita ben altro spazio.

Una annotazione al margine. Mario Monti e Corrado Passera continuano a ripeterci che possiamo farcela ad uscire dalla crisi da soli. Alla luce di queste considerazioni, siamo convinti che non è possibile e che, anche se fosse possibile, non sarebbe opportuno perchè il costo da pagare sarebbe troppo alto oltre ad essere illogico mantenere intatto un sistema corrotto fino al midollo e noi Italiani, eroi in un modo marcio.

Assolutamente incompresibile, Presidente Monti.

 

Di Enzo Coniglio

Da ItaliaInformazioni dell’8/8/2012

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La distribuzione

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La distribuzione

La distribuzione

 

 

Ogni essere umano è sempre psicologicamente legato a quello che crea, specialmente quando crede che un particolare prodotto sia il risultato di una propria autonoma realizzazione.

Anzi, direi che nella maggioranza dei casi si crede di essere noi, nella nostra solitudine intellettiva, gli artefici di qualcosa di straordinario, anche quando questa sensazione è fortemente smentita dai fatti concreti. Siamo spesso convinti di agire ad un livello tale di originalità nelle nostre azioni e pensieri da percepire la nostra esistenza come frutto di una intoccabile esclusività, andando così incontro all’idea di essere soli, persino incompresi.

In realtà, ogni forma di sapere, evoluzione ed insegnamento è tale solo nel momento in cui si presenta alto, per non dire altissimo, il suo livello di distribuzione, di diffusione culturale, dunque di partecipazione sociale al contenuto espresso.

Senza questa dimensione, il sapere e la conoscenza restano una semplice presunzione autoerotica con la quale l’individuo alfabetizzato si provoca sentimenti onanistici che allontano dal suo ragionamento tutti i lettori che, sia pur armati di buone intenzioni, abbandonano il compito della lettura.

Dire che in questa Nazione non si legge, con la presenza di molti più libri che lettori, addossando la colpa a coloro che sembra non vogliano leggere, è semplicistico e, secondo me, decisamente lontano da una coscienza culturale onesta.

In altri termini, voglio dire che la mente umana fonda il proprio pensiero e la sua relativa evoluzione proprio in quelle azioni socio-culturali che si traducono in costante e continua solidarietà umana, rivolta a tutti e per tutti.

Il primo atto di solidarietà fra esseri umani, ancora prima di occuparsi del significato che sta dietro tale atto, è appunto quello della vicinanza empatica, che è il risultato di un insieme di sensazioni positive o negative che tale rapporto può suscitare. Questo tipo di relazione è presente anche durante la lettura, quando l’autore riesce ad entrare in contatto con la dimensione più intima e profonda dei lettori e più tale dimensione si fonda su elementi universali e compartecipati, tanto più il proprio scrivere giungerà ad un maggior numero di menti.

Proprio in questa relazione empatica risiede il concetto di distribuzione del sapere, che non ha nulla a che vedere con la distribuzione dei testi nelle librerie o negli autogrill da parte delle agenzie specializzate in questo mestiere. In effetti, parlo di un altro tipo di distribuzione, molto più vincolante per gli esseri umani, perché possiede la capacità, a lungo andare, di cambiare molti atteggiamenti mentali e comportamentali.

Per raggiungere quest’ultimo obiettivo è però necessaria la presenza di autori che siano consapevoli di un fattore primario della comunicazione: l’umiltà, ossia la presenza in chi scrive di uno stile di vita secondo cui è possibile imparare da tutti e in qualsiasi situazione, senza sentirsi mai giunti alla meta finale del sapere universale. Solo in questo caso penso si possa affermare di essere in presenza di un autore serio intellettualmente ed eticamente, altrimenti qualsiasi altra motivazione sottesa allo scrivere non risulterebbe funzionale allo scopo: il cambiamento delle cose, dello status quo.

Questo non accade sempre, anzi, mi sembra che accada molto di rado. E faccio riferimento alle molte discussioni presenti in internet, nei social forum, oppure su fb. In molti dialoghi intellettualmente interessanti, resto fuori dalla discussione perché ho la sensazione di scrivere per persone che hanno già deciso di non ascoltare, nonostante il mio tentativo di essere il più chiaro possibile.

In sostanza, non possiamo lamentarci troppo di questo dilagante analfabetismo di ritorno perché siamo stati noi che abbiamo abituato i nostri lettori a mantenere un rapporto con le idee scritte sui testi, oppure saggiamente ripetute al bar, assai lontano dallo stile di vita dell’autore. In effetti, sono gli interlocutori che stabiliscono quanto un individuo possa essere esperto in quello che afferma e scrive, attribuendogli “il diritto di cittadinanza” presso la loro mente.

Ma se non cambiano le menti del lettore e dell’autore, perché quest’ultimo diventi il primo ed il secondo il primo, le cose sono destinate, sempre secondo la mia opinione, a non trovare una via d’uscita educativa che sia soddisfacente.

Purtroppo, lo stesso problema si pone a scuola, specialmente all’Università, all’interno della quale sono molti i colleghi e i giovani che si fanno la guerra con lo scopo di affermare, un giorno e se accadrà, di essere loro i vincitori di questa ridicola guerra di parole e comprensione.

 

 

Fonte foto: www.italian.alibaba.com

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