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Addio Renato Nicolini inventore dell’Estate Romana

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Fu assessore al Comune di Roma e a quello di Napoli e il suo nome resta legato alla “rinascita” culturale della capitale dopo il terrorismo e gli anni di piombo. Fu architetto, professore e intellettuale scapigliato. Lo soprannominarono il “re dell’Effimero” ma il suo modello culturale reinventò le città estive

Addio Renato Nicolini inventore dell'Estate Romana Renato Nicolini

E’ morto Renato Nicolini, ex assessore del Comune di Roma, celebre per aver inventato l’Estate romana. Architetto, intellettuale e professore scapigliato, era nato a Roma il 1 marzo del 1942. Era malato da tempo, stamani ha avuto problemi respiratori. Dopo gli anni bui degli anni di piombo, riportò in piazza la Cultura. A darne notizia, su Twitter, è stato Stefano Di Traglia, portavoce del segretario del Pd, Pierluigi Bersani. Una delle sue ultime  battaglie civili, il no al progetto di discarica accanto a Villa Adriana.

Se n’è andato proprio nei giorni caldi della sua Roma d’estate, quella che fece riscoprire allegra, luminosa e amica ai suoi concittadini dopo gli anni di piombo. Dal 1976 al 1985, s’inventò la leggerezza di tornare in piazza, l’effimero per uscire dal clima buio. Negli anni in cui erano sindaci a Roma Carlo Giulio Argan ( e disse “Senza un Argan non sarei mai diventato assessore dell’effimero”), Luigi Petroselli e Ugo Vetere. Dieci anni di Cultura e di estro, con lui, l’assessore comunista poco più che trentenne che si presentava sui palcoscenici col cappello di carta da muratore e i riccioli vaudeville. Dal 1983 fu anche deputato per tre legislature prima del Pci e poi del Pds. Raccontò di aver stracciato a un certo punto la tessera del Pd, poi però si riscrisse e provò a candidarsi, sostenuto dai tanti amici

di sempre, alla carica di sindaco.

DAL SUO LIBRO I RICORDI DELL’ESTATE ROMANA

E’ morto nella sua casa romana a Trastevere e, nonostante la malattia, era attivo fino alla settimana scorsa nel suo lavoro di docente ordinario presso l’università di Reggio Calabria, e curatore del Teatro dell’Università, e nei suoi molti impegni culturali e politici.

La sua città d’estate, oltre 35 anni fa? Era come una tavolozza d’estate: qui il cinema, là il teatro, lì accanto la rassegna solo per bambini, e i poeti a Castel Porziano, e il cinema di Massenzio col Napoleon applaudito da Jack Lang, e i Balli intorno al laghetto di Villa Ada e la riapertura agli spettacoli pubblici dello stadio dei Marmi, e la “riscoperta” degli spazi di Cinecittà, e concerti, e balletti e festival di luci e le feste di ferragosto. La “sua” Roma da assessore come mai se ne erano visti nella Capitale, città  che usciva dalle giunte democristiane degli scandali e dei sacchi urbanistici, era un gran contenitore di “cose colorate e allegre”, un po’ come venne descritta da uno dei manifesti ufficiali, un variopinto e surreale Colosseo che strabuzza di oggetti buffi, che chiama al sorriso.

Su quelle Estati, Nicolini ci scherzava anche sopra. Scadenzando le nascite dei suoi figli. “Ottavia nata nell’anno di Massenzio, Cecilia nel ’93 in piena campagna elettorale, Giovanni nel ’97 ancora elezioni e anno del ritorno a Roma e poi l’altro, Simone che è come un quinto figlio… ognuno ha una sua collocazione”. Lui, l’inventore dell’Effimero romano che fece scuola in tutte le altre città d’Italia – e anche del breve rinascimento napoletano col sindaco Bassolino, quando gli venne in mente di offrire dei baci Perugina “comunali” per San Valentino e intitolare una rassegna da ridere o da piangere “Secondigliano? Fegato sano”?, spiegava semplicemente il perchè. “In fondo sono stati anni di gioco. Mi piaceva far sentire i giovani e gli abitanti delle periferie più degradate parti integranti della città. Così entravano nella Basilica di Massenzio da protagonisti e non da esclusi come accadeva per l’Auditoriun di Santa Cecilia”. A Roma ancora ci si perdeva. “Non guido la macchina, giro molto a piedi ed è una città che solletica il mio lato surrealista. Arrivo sempre tardi agli appuntamenti perchè lungo il cammino trovo sempre qualcosa che mi incuriosisce”.

Nella parentesi napoletana portò anche lì una ventata di freschezza: scrisse “Napoli, angelica Babebe” e a voce diceva che la città era come “un inferno abitato da angeli”. Trasformò in trash art la spazzatura per le strade, raccontò come avvenne l’investitura di Bassolino. “Me ne stavo tranquillo all’università di Reggio Calabria quando arrivò la sua telefonata: “Senti, io sono un pò pazzo…ma so che tu lo sei più di me…”. Si convinse, spiegò Nicolini, soprattutto per una frase del programma del sindaco: “Ricostruire come dopo una guerra…Ricominciare dall’infanzia”.

Lunedì  la camera ardente sarà ospitata in Campidoglio.

 

 

Simona Casalini

Da Repubblica.it

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Il trionfante

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Il trionfoUn trionfo… che termina

Ho avuto già occasione di scrivere in passato che stiamo vivendo un periodo storico interessante, anche se decisamente complesso, e sotto diversi punti di vista.

Uno di questi riguarda certamente le considerazioni che attualmente i mass-media sembrano volerci proporre circa gli scopi per cui varrebbe la fatica di vivere.

Non mi sto riferendo a particolari format televisivi o ai banali programmi di intrattenimento serale (anche se questi ultimi manifestano altrettanti spunti di riflessione generale…), ma alla parte, secondo me più significativa, della programmazione televisiva contemporanea: gli spot pubblicitari.

In effetti, per essere sincero, accendo raramente la televisione e solo per vedere poche cose e fra queste la pubblicità, nella speranza che di settimana in settimana vi sia qualcosa di nuovo e per rendermi conto dei cambiamenti che avvengono e in quale direzione ci spingono gli esperti della comunicazione occulta.

Detto questo, mi sembra di notare che in tutti i canali televisivi, compresi quelli della TV digitale, emerga un dato inequivocabile e cioè che esiste in questo mondo Occidentale uno scopo comune, quasi oggettivo, cui dobbiamo mirare con tenacia: la conquista del successo, secondo tempi che non siano troppo lunghi, e l’affermazione della propria identità attraverso l’ostentazione del denaro.

Il denaro ed il successo sono gli elementi fondanti la nostra contemporanea vita occidentale, e penso purtroppo che lo siano anche per quella parte di Oriente che ha rinunciato a proporsi come il luogo di antica e rigeneratrice saggezza di vita.

E non solo questi due “fatti” della vita quotidiana sono tra loro indissolubilmente legati, ma per poterli raggiungere, almeno così come mi sembra di intuire, devono essere tra loro in un rapporto di reciproca veicolazione, ossia l’uno prepara all’altro e viceversa. In sostanza, chi ha successo ha anche denaro e tutti coloro che hanno denaro sono persone di successo.

Non voglio entrare in questa sede nel tema del successo, ossia ragionare su quello che possiamo intendere per successo, singolarmente e secondo prospettive anche diverse, perché non è questa la questione che vorrei porre.

Quello che qui mi interessa è invece richiamare la vostra attenzione sul risultato che tale associazione produce nelle nostre menti, e sui comportamenti che da tale risultato derivano, perché è proprio nelle nostre azioni quotidiane che si manifestano con maggiore forza i condizionamenti subliminali della pubblicità.

Ho la sensazione che il comportamento manifestato dalle persone “arrivate a questo tipo di successo” sia quello delle persone trionfanti, ossia quelle che dimostrano in loro il trionfo di uno stile di vita preciso, trionfo che non è da confondersi con quello che Bert Hellinger ritiene essere il successo.

Quest’ultimo possiede una dimensione sociale evidente, perché sono gli altri che attribuiscono una serie di meriti ad una persona che, proprio per questo, giunge al successo. Sono gli altri che riconoscono in lui oppure in lei una serie di qualità esistenziali tali da rendere la persona un punto di riferimento generale, un cosiddetto modello da imitare.

Il trionfatore ha invece fatto terra bruciata attorno a sé, proprio perché per poter affermare la propria assoluta individualità crede di non aver bisogno di nessuno e che tutti, tranne lui, possono essere sostituiti oppure comprati. In questa situazione, coloro che sottostanno al trionfatore sono privi di volontà esistenziale, incapaci persino di reagire di fronte a manifestazioni di prepotenza, perché sono talmente annichiliti dalla personalità trionfante che non riescono più a trovare valide motivazioni per ribellarsi.

Ma il trionfatore, la figura che oggi rappresenta meglio gli individui che stanno dietro questa premeditata ed organizzata Terza Guerra Mondiale, quella economica che stiamo tutti vivendo, è quasi sempre solo, oppure si ritrova alla fine ad esserlo. Non potrebbe essere altrimenti, visto che la sua dinamica esistenziale è quella di sottomettere gli altri in nome del successo e del denaro!

E se, a forza di riprodurre questo atteggiamento, i soccombenti non riuscissero più ad essere tali, ossia si trovassero nelle condizioni di sentirsi degli zombi (quello che praticamente la crisi finanziaria intende produrre nelle nostre menti), senza volontà ma con un forte e crescente sentimento di aggressività, come potrebbero sopravvivere i trionfatori? Non potrebbero più trionfare su nessuno e dovrebbero cercare di ritornare ad essere uomini di successo, ossia uomini che mettono al servizio degli altri il proprio talento.

Bene, allora sta a noi togliere la spina a questi signori, ritrovando, nella semplice e normalissima vita quotidiana, i motivi per cui valga la pena faticare, scegliere e decidere circa il proprio destino, oltre il binomio successo-denaro.

Sarebbe sufficiente cominciare a dire (dunque a dimostrare facendo…) che vi sono alcune cose che non potranno mai essere ricompensate con il denaro, azioni e professioni che, pur pagate, non avranno mai un reale prezzo quantificabile, anche se retribuito in parte.

Vogliamo forse credere che sia possibile realizzare il binomio successo-denaro in un genitore, quando un giorno dovesse presentarci il conto del proprio impegno educativo?

Pensiamoci allora, e cominciamo a trattare la nostra vita e la nostra mente con la serietà che entrambe si meritano.

 

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La coscienza

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La coscienza

Noi in vita

La nostra specie è l’unica ad essere dotata di coscienza, anche se non siamo del tutto certi che altri esseri animali siano dotati di manifestazioni mentali che si avvicinino alla funzione che essa assolve. Se questo è possibile, diventa necessario per noi proporre una definizione precisa di cosa sia la coscienza.

La coscienza è la funzione principale della mente, grazie alla quale ogni individuo è presente agli stimoli esterni e interni della realtà in cui vive, che determina la formazione di un “sentire e credere” (convincimenti) qualche cosa circa la propria identità.

In quest’ottica, la coscienza diventa necessariamente la dimensione più importante della nostra esistenza in quanto esseri umani, perché è grazie ad essa che riusciamo a collegare fra di loro il passato, il presente e il futuro all’interno di una architettura che preserva in noi il sentimento di identità personale con il cambiamento che lo scorrere del tempo prevede.

In altri termini ancora, la coscienza ottiene il risultato, nel suo funzionamento, di farci percepire il nostro permanere uguali a noi stessi pur nel cambiamento delle circostanze, e viceversa, di farci percepire i nostri cambiamenti interiori ed esteriori in circostanze identiche.

La prova di questo importantissimo funzionamento della mente, grazie alla presenza della corteccia cerebrale, è nella comune percezione secondo cui ogni individuo afferma costantemente di essere se stesso anche cambiando qualche cosa di se stesso.

Si tratta di permanere cambiando e cambiare permanendo, secondo una relazione dinamica fra ciò che ogni individuo crede di essere e fare e ciò che cambia intorno a lui stesso e dentro se stesso. Appare chiaro come questa funzione mentale sia pre-ordinata geneticamente, si sviluppi assai lentamente durante l’evoluzione ontogenetica (ossia a partire dallo sviluppo del bambino sino al decesso) e giunga al suo funzionamento relativamente costante e continuo solo dopo i diciotto anni.

Abbiamo parlato di funzionamento relativamente costante della coscienza, perché in alcune circostanze, esclusa la notte quando si dorme e si sogna, la coscienza può alterarsi, ossia funzionare sottotono oppure sopratono. Per esempio, durante un periodo di depressione esistenziale, il funzionamento della coscienza è decisamente compromesso, perché anch’esso è influenzato dal tono generale dell’umore. Inoltre, sempre in questo caso, interviene la stessa coscienza a determinare la percezione di una identità depressa in quel preciso periodo di vita.

In sostanza, il ruolo della coscienza è quello di ricevere informazioni interne ed esterne a se stessa integrandole all’interno del sentimento della propria identità, ma nello stesso tempo è essa stessa che invia messaggi al cervello circa lo stato di se stessa. Siamo in presenza di una relazione biunivoca fra la coscienza, le sensazioni fisiologiche e le percezioni elaborate che la raggiungono, e il suo rispondere a tali stimoli con la produzione di un pensiero che permette la formulazione di questa frase: “io sono in questa situazione”.

Ed ecco che nasce l’idea di presente e di essere presenti a se stessi e ad una situazione. Senza coscienza non esisterebbe dunque nemmeno la percezione del tempo, del cambiamento e della propria identità.

Quando essa viene minata, attraverso una serie di informazioni volutamente contraddittorie dall’ambiente esterno con cui si tende a indebolire la capacità di comprendere il presente (come accade in questo periodo), è evidente che la coscienza non riesce a pensare al futuro, ossia a “lavorare” affinché l’individuo sia in grado di immaginarsi in qualche modo in un tempo a venire.

Se il presente non viene compreso, ossia le persone non riescono ad intendere verso quale direzione approderanno i cambiamenti sociali ed economici in atto, il sentimento di identità personale sarà lungamente limitato ad un presente senza futuro, creando uno “sbandamento” cognitivo nella persona che non riesce ad individuare gli scopi per cui valga la pena faticare, lavorare ed operare scelte precise.

Tutto questo discorso vuole evidenziare una situazione globale nella quale ci troviamo che reputiamo decisamente grave: la presenza di una “comunicazione mediatica” completamente falsata rispetto alle esigenze delle coscienze umane (sapere perché nel presente “siamo in un certo modo” in vista del futuro) comporta quello sbandamento di cui abbiamo parlato.

Non avere chiaro il perché di quello che la coscienza percepisce come presente, significa produrre un “decesso in differita” della popolazione mondiale…

Da Controcampus
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Appello urgente di una petrosilena alla sua cittadinanza e a tutta l’Amministrazione

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Carissimi cittadini, Amministrazione petrosilena e Istituzioni varie quali ASL e Ufficio Igiene, siamo alle solite, anzi peggio. Abbiamo il territorio petrosileno e il lungomare Biscione invaso da spazzatura ratti e topi. Non abbiamo acqua se non centellinata durante la giornata. Vogliamo arrivare ad un epidemia derivante dalla spazzatura adeguatamente distribuita dai “civilissimi cittadini”, su tutto il territorio?Prego chi di dovere di provvedere con solerzia e far si che tutto ciò non venga reso pubblico sul…territorio nazionale. In questo periodo e fino a settembre Petrosino e tutta la provincia di Trapani avranno il piacere (??) di ospitare turisti italiani e non. Mi chiedo e vi chiedo che ricordo dovranno portarsi insieme alla dorata abbronzatura? Chiedo URGENTEMENTE di provvedere a disinfestare tutto il territorio e monitorare il servizio di smaltimento rifiuti. Impensabile e intollerante nel 2012 un comportamento così vergognoso e una non risposta dell’Amministrazione di fronte a tanto scempio… Non attribuisco né colpe ne ”responsabilità”, desidero soltanto una normalità. Desidero soltanto poter percorrere le strade e fotografare gli spettacolari tramonti. Desidero soltanto farmi una doccia e poter cucinare un piatto di pasta. Desidero soltanto una Petrosino della quale, per l’ennesima volta, non dovermi vergognare per aver portato i miei amici a trascorrere qualche giorno al mare. Desidero soltanto respirare il profumo dell’aria pulita e della salsedine. Sono desideri impossibili secondo voi carissimi amministratori e cittadini?

 

Rosanna Mineo

da “Marsala c’è”

quotidiano di Marsala e Petrosino

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E’ molto elementare…

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A lezione

Abbiamo affrontato in alcuni articoli precedenti i diversi modelli di famiglia che esistono secondo il punto di vista della Psicoterapia Strategica Breve di Giorgio Nardone, e ci siamo resi conto di quanto la relazione che esiste tra i genitori e i figli costituisca il fondamento di qualsiasi definizione di famiglia.

Ora, ci preme invece affrontare in linea generale il significato psicologico ed antropologico sotteso a questa relazione, evidenziando il nostro accordo con Bert Hellinger, noto psicoterapeuta tedesco, già da molti anni famoso in Germania per il suo costante ed importante lavoro svolto sulle costellazioni famigliari.

Questo autore, nel suo Riconoscere ciò che è (2004) afferma che esiste una netta differenza fra il concetto di legame e quello di relazione (Hellinger B., 1996, Anerkennen, was ist. Ges präche über verstrickung und lösung, Kösel-Verlag GmbH & Co., München, trad. it., 2004, Riconoscere ciò che è. La forza rivelatrice delle costellazioni familiari, Feltrinelli Edizioni, Milano).

Il legame è qualcosa di molto più vincolante rispetto alla relazione, come può accadere vivendo un legame che non contempli la relazione, come nel caso delle violenze personali o di una vita vissuta all’insegna della coercizione. Per esempio, si considerino i legami che si stabiliscono all’interno del carcere, i quali non necessariamente possono definirsi relazioni, specialmente nel caso dei legami tra carcerati e polizia giudiziaria.

Secondo questa differenziazione, che giudichiamo importante nel definire la qualità della vita umana, una relazione che non preveda un legame è destinata a terminare entro un breve lasso di tempo, mentre una legame che contenga una relazione può durare molto più a lungo. Inoltre, in questo ultimo caso, intervenendo la dimensione dell’intimità sentimentale, i membri di una coppia sono in grado di sopportare meglio anche una lontananza geografica, che a volte si impone per contingenze varie.

Detto questo, all’interno di un rapporto di coppia, la formula vincente di legame da comunicare ai figli, è quello basato su di una relazione positiva all’interno della quale i figli siano in grado di vedere i genitori per quello che sono, ossia tendenti a fare di tutto per tramandarela vita, con i suoi significati.

Considerare e valutare i propri genitori, processo cognitivo che acquista la sua forza durante l’adolescenza, significa essere in grado di allontanarsi da azioni di disprezzo oppure di adulazione, che falserebbero il legame genitori-figli.

Infatti, quando siamo in presenza di questa mistificazione, i figli non sono nelle condizioni di valutare i propri genitori nel loro insieme, ossia come fossero una fusione di positivo e negativo, arrivando in futuro a rappresentare nella loro vita futura proprio ciò che dei genitori disprezzano. Sembra che si verifichi qualcosa di strano, ossia che “quanto più uno rifiuta i propri genitori, tanto più tende ad imitarli” (Hellinger B., 2004:120).

Nel caso dell’adulazione, i figli non riusciranno quasi mai a raggiungere il livello a cui hanno posto i genitori e si sentiranno costantemente inadeguati, con la formazione di un sentimento dell’autostima particolarmente basso, debole e fragile.

Si prenda ora come esempio, il fatto che nella vita politica di una nazione ogni personaggio pubblico diventa un modello di riferimento, particolarmente efficace per l’esercizio del ruolo che egli occupa.

Se in passato, uno degli atteggiamenti prevalenti della popolazione di una nazione ha supervalutato i comportamenti di un leader politico, oppure religioso, in modo tale da costruirsi l’idea che in lui abitasse una perfezione quasi raggiunta, la scoperta oggi di modelli che tradiscono questa illusione, in modo sempre più evidente, comporta un risultato quasi devastante nella mente umana: la sensazione di essere completamente orfani e soli.

Ritengo che noi si stia vivendo questo tipo di situazione mentale generalizzata, all’interno della crisi dell’eurozona, e che dunque i fenomeni movimentistici attuali che tendono a disprezzare, come pure ad ipervalutare, saranno esattamente quelli che fra qualche anno rappresenteranno la nostra prossima delusione…

Ecco perché il ruolo della famiglia e della scuola, nel formare menti relativamente equilibrate, diventa sempre più importante e molto di più di qualsiasi carriera possibile ed immaginabile.

Il tutto è molto elementare, eppure sembra utile ribadirlo…

 

Da Controcampus.it
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Crescere sul dito

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Crescere sul dito

Crescere…

Nessuno di noi mette in dubbio che sia del tutto naturale, all’interno di una famiglia con figli, che questi ultimi debbano crescere. Ogni individuo che viene al mondo attraversa una serie continua e complessa di cambiamenti. Siamo in questo mondo per cambiare e diventare quello che crediamo di poter essere in futuro. La nostra vita, la nostra mente sono proiettate in quello che potremmo essere in un domani, basandoci inevitabilmente su quello che crediamo di essere ora.

In questo raffinato e semplice rapporto tra presente e futuro, ogni persona di questo mondo cresce, ossia si discosta lentamente da una serie di comportamenti precedenti per assumerne di nuovi, anche dal punto di vista della conoscenza. Se quando vado alle elementari, come primo approccio alla geografia, comincio a studiare la mia città, quando sarò alle superiori sarò in grado di studiare il mondo, pur facendo la stessa cosa, ossia continuando a studiare geografia.

In questo senso, cambiano i contenuti della conoscenza, ma l’atto del conoscere resta uguale per tutta la vita, ed imparo, durante la mia crescita, quali sono le condotte migliori per poter avere atti del conoscere utili ai miei cambiamenti. Ci comportiamo allo stesso modo anche quando ci innamoriamo, perché le tecniche che utilizziamo per capire se siamo innamorati, oppure se l’altra persona ci ama, sono identiche a quelle della conoscenza in generale.

Giunge a noi così spontanea, la domanda del titolo di questo articolo e anche la sua risposta: Come cresciamo? Attraverso una serie di trasgressioni delle regole imposte dalla famiglia e dalla società, ossia attraverso una serie di atti del conoscere quanto possiamo essere forti nel rifiutare le imposizioni. In altri termini, ogni persona cresce, e dunque sarà in grado di pensare a se stessa e al futuro in modo diverso rispetto al presente, misurando il proprio grado di cambiamento.

E si tratta di modificare tanto l’interno quanto l’esterno di se stessi, perché non esiste nella mente umana un cambiamento che non coinvolga tanto la parte interiore della propria identità quanto il comportamento con cui ci rapportiamo col mondo, all’esterno di noi stessi.

Non a caso i figli, crescendo, si sentono spesso in colpa per le loro scelte, ed i genitori, almeno inizialmente, faranno pesare ai propri figli quelle scelte. In realtà, un genitore educativamente serio, si augura che il figlio sia in grado di trasgredire le regole, altrimenti sarebbe di fronte ad una persona per la quale si presenta un futuro privo di autonomia ed intenzionalità. Ogni genitore, se riesce a fare un sincero esame di coscienza, ammetterà di aver dovuto superare alcuni importanti divieti della propria famiglia di origine, per conquistare l’autonomia di quella presente.

Ecco perché è deleterio avere dei genitori che permettono tutto ai propri figli: perché non permettono loro di trasgredire e di rinforzare, in questo atto della conoscenza, il proprio io, la propria identità di giovani adulti in crescita, legandosi ai genitori non per dipendenza, ma per scelta cognitiva.

Quando si è giovani, direi infanti, si dipende molto dai propri genitori, o da coloro che svolgono con noi questa funzione, ma si diventa adulti quando, nella nostra autonomia, decidiamo di continuare a mantenere la dipendenza iniziale dai genitori sotto forma di dipendenza razionale, voluta e scelta.

Quando diventiamo capaci di riconoscere l’importanza delle regole e dei divieti genitoriali, così come il nostro tentativo di trasgredire ad essi, e finiamo poi da adulti col scegliere di nuovo le stesse regole, magari anche migliorate in qualche loro elemento, in quel momento siamo cresciuti e siamo in grado di affrontare costruttivamente il concetto di trasgressione.

Ecco perché invito spesso, durante i miei incontri con i genitori, gli adulti a fornire ai figli modelli di comportamento specifici per il raggiungimento di uno scopo. Sono sempre più convinto che la condotta sia un fenomeno educativo primario, senza del quale non siamo in grado di fornire la visione di un possibile percorso per il raggiungimento dello scopo per il quale è nata quella precisa condotta. Molto semplicemente, si tratta, da parte dei genitori, di dare buoni esempi più che fare lunghi discorsi impositivi.

Che poi il figlio debba batterci di naso, questo fa parte della trasgressione e deve farlo da solo, provando quella dose necessaria di sofferenza che gli permette di capire fino a quanto è in grado di sopportare la conseguenza dell’errore e la fatica perduta dietro un’azione che si è rivelata fallace.

Noi saremo lì, accanto, a tendergli la mano perché il figlio si rialzi con il naso rotto… che guarirà certamente.

Da Controcampus.it
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Dove andiamo?

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“Il periodo storico nel quale sta vivendo l’intera umanità è decisamente importante e sconvolgerà gli schemi mentali di gran parte di noi, sia in Occidente che Oriente, perché dovremo escogitare un nuovo modo di intendere l’Uomo in questo mondo. Il passato dovrà essere considerato come qualche cosa che ha avuto un senso compiuto, mentre il futuro si presenta talmente incerto da dover rifondare la nostra vita secondo scopi precisi”.

Ho scritto questo post qualche giorno fa sulla mia bacheca di fb, e mi sono accorto che la riflessione ha suscitato un certo scompiglio, tra approvazione e mistificazione, suggerendomi esplicitamente di ampliarla in un’altra sede, ossia questa. Cercherò dunque di spiegare meglio ciò che ho voluto intendere con essa.

Non dico certo nulla di nuovo se ancora una volta sostengo la presenza in questo mondo mentale umano della fine di due ideologie: prima di quella social-comunista ed ora di quella sfrenata-liberista. L’idea che nel corso della storia evolutiva umana alcune regole di scambio dei prodotti potessero garantire un equilibrio “quasi naturale” fra gli attori di quello scambio (idea liberista) è decisamente naufragata con la crisi economica mondiale che stiamo vivendo.

Ma ancora prima, una struttura sovrasingolare come lo Stato Sovietico (burlescamente definito Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, URSS), sia pure in presenza di regole ferree, grazie al crollo del muro di Berlino del 1989, si era rivelata fasulla, perché l’essere umano sembra comunque essere sempre molto sensibile all’incremento del proprio benessere esistenziale ed economico a scapito di altri esseri umani e della Natura in generale.

Bene. Questa è la situazione mentale in cui ci troviamo tutti noi, in qualsiasi parte del mondo, perché i due modelli, americano e sovietico, erano quelli esportati ovunque, in qualsiasi altra geografia mondiale e gli atteggiamenti mentali che essi permettevano o favorivano erano, nella loro sostanza, identici ovunque, sia pure con qualche differenza culturale.

Inoltre, tali modelli nascondevano rispettivamente due sovrastrutture ideologico-religiose importanti. In Occidente, il modello liberista, come ci insegna , era praticamente anglicano-protestante, mentre nell’Oriente comunista era ortodosso-cristiano, con conseguenze decisamente diverse, rispetto ai comportamenti umani considerati, nei due ambiti, più o meno legittimi.

Mentre l’idea protestante offriva leggittimità ai comportamenti legati al self made man, dunque alla presenza di una evoluzione “dal niente” e possibile per ogni uomo dotato di buona volontà, ingegno e “buoni costumi”, nella lontana Unione Sovietica la dimensione solidale del vivere umano era considerata uno stiledi vita generale e quotidiano che ogni cittadino doveva assumere, proprio perché lui stesso diventava espressione concreta del concetto di Stato stesso.

Nella pratica quotidiana della vita, tali concezioni si traducevano nell’idea di Max Weberna maggiore libertà ad Occidente contro una maggiore sicurezza sociale in Unione Sovietica e in quella partedi Oriente in cui tale ideologia aveva particolarmente attecchito, come era accaduto per la Cina.

Archiviati, perché rivelatesi fallimentari, questi due modelli, inevitabilmente va in crisi sia il concetto ci libertà che quello di sicurezza, e conseguentemente l’idea di Dio che garantisce lo sviluppo del singolo essere umano, oppure quella di un altro Dio che garantisce lo sviluppo dell’intera società (anche quando essa si dichiarava ufficialmente atea, come nel caso dell’URSS).

Occorreva allora colmare il vuoto lasciato con qualcosa per cui valesse la pena scambiarci reciprocamente degli oggetti e delle azioni. Non abbiamo trovato di meglio che gli oggetti e le azioni del commercio, ossia il concetto di merce.

Ecco oggi cosa è la nostra vita: una merce con un più o meno valore di merce, ossia qualcosa che possiamo, anzi dobbiamo, quantificare precisamente in un numero.

Che si tratti di spread, di Bot, CCT, azioni oppure industrie, non ha nessuna importanza, rispetto alla necessità che si debba comunque stabilire un prezzo per qualsiasi oggetto ed azione umana.

Ecco perché nella dichiarazione fatta ho sostenuto l’idea che il passato è qualcosa di chiuso, terminato e finito. Perché non è più possibile tornare a recuperare nessun punto di riferimento se non rifondiamo antropologicamente lo scopo finale per il quale vale la pena soffrire.

Ed ho scritto soffrire, non vivere felicemente… perché con la felicità si costruisce la morte, con la sofferenza ci si chiede perché sia utile combattere la tendenza inevitabile all’usura delle cose di questo mondo, compreso i nostri affetti. E quando, secondo me, avremo capito che in questo periodo la Natura ci chiede proprio questo, saremo forse in grado di fornire un futuro, anche lontano, ai nostri figli.

Se non ci chiediamo perché le cose finiscono, non avremo mai il coraggio di iniziare il nuovo.

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Giovanna Bongiorno parla di Vanessa Seffer

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Anni or sono, quando per la prima volta l’incontrai in Sicilia, mi chiesi con, incredula  perplessità , come mai una Donna adulta, con responsabilità familiari, dopo lunghi anni di assenza da questa terra solitamente non facile ed ingrata, decidesse di tornarvi.
Me lo chiesi, ma non lo chiesi a Vanessa Seffer che già, con il suo  entusiasmo coinvolgente, con la sua attenzione pragmatica alla soluzione dei problemi, mi aveva  precettato a fare parte del  ” Valore delle Piccole Cose “, l’Associazione da Lei creata e diffusa via web, che oggi conta ……….iscritti ed un ventaglio di attività sociali e culturali che, via via, sono diventate sempre più incisive nella disorganizzata lentezza della realtà palermitana, nella quale, bisogna purtroppo ammetterlo, mentre le istituzioni sovente non conoscono i problemi, a risolverli, più spesso, sono le associazioni di volontariato ed i privati di buona volontà.
Così, via via, ho conosciuto realtà drammatiche che, grazie a collaborazioni di straordinario volontariato e competenza, venivano risolte o quanto meno accompagnate verso soluzioni istituzionali, ho visto crescere il numero e la qualità di attività di formazione ed informazione sociale e culturale, che reputo importantissime e, tra queste,  quelle mirate ai giovani, in particolare a quelli delle 5 classi delle scuole superiori, quelli che  si accingono ad attraversare  la terra di mezzo che sta tra la scuola e le scelte di vita, che è la terra più insidiosa per il mondo giovanile.
Accanto a Vanessa Seffer ho scoperto un universo di meravigliosa dedizione umana e sociale,di straordinarie competenze individuali, una “gioia del fare” che non mi pareva facesse parte della mia frequenza con le consuetudini di questa città, sempre chiedendomi perché, questa Persona straordinaria avesse, malgrado tutte le proprie responsabilità personali e familiari, imboccato un percorso difficile, doloroso e persino insidioso come quello attraversato in questi anni, trascinando con passione, ad accompagnarla in quest’isola di concretezza che via via andava costruendo,cittadini entusiasti  ed amici .
Fatalmente, doveva accadere, che la politica, quella che ormai come un pugile suonato tenta di riprendere il proprio posto sul ring della vita civile, si accorgesse di Vanessa Seffer e delle sue collaudate capacità di impegno sociale e culturale. Fatalmente, sarebbe accaduto che in un momento così tragico per tutta la Nazione e la nostra città di Palermo in particolare, giungesse una chiamata all’impegno istituzionale, a quello che passa, appunto, attraverso la politica che, faticosamente, guarda al futuro.
Il Soldato Seffer ha accettato. Ed ha accettato perchè sa, per esperienza maturata sul campo, che un nuovo viaggio non consiste nel cercare nuove terre ma nell’attraversare quelle che abitiamo osservandole con occhi nuovi.

E noi saremo accanto a lei.

Giovanna Bongiorno

 

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