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Carenza medici: non c’è programmazione

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Carenza medici: non c’è programmazioneUna bomba ad orologeria è ormai innescata nella sanità pubblica del Paese e il tempo sta scorrendo velocemente senza quasi che i media, la politica e il grande pubblico ne abbiano consapevolezza. Solo tra gli addetti ai lavori sembra alzarsi alto il grido di allarme fatto proprio dal mondo delle organizzazioni sindacali di categoria nella loro interezza e, almeno in questo caso, senza divisioni al proprio interno. Il paventato pericolo di un progressivo impoverimento del personale medico operante nel sistema sanitario nazionale (Ssn) per il sopraggiungere di uno scalino pensionistico, è ormai una realtà concreta. Ragionando su dati Miur, Istat, Enpam e Fnomceo la realtà attuale per quanto riguarda le dinamiche pensionistiche evidenzia come circa 48mila medici nati nel decennio 1950-1960, ed oggi ancora attivi nel Ssn, hanno già maturato o matureranno i criteri previsti dalla legge “Fornero” nel decennio 2016-2025. Secondo i dati della Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e odontoiatri i medici attivi in Italia al 2016, di età inferiore ai 70 anni, erano circa 354mila dei quali quasi 102mila unità attivi a vario titolo nelle aziende sanitarie locali.

Si tratta di una fascia di età per le quali il riscatto previdenziale degli anni di studi universitari era facilitato da un versamento economico mensile sostenibile; inoltre, l’assunzione avveniva precocemente dopo il conseguimento della laurea in Medicina e Chirurgia, dato che non vi era l’obbligo, come invece avviene attualmente, di possedere il titolo di specializzazione per essere assunti nel Ssn. A questa situazione consegue direttamente il rischio di un decadimento nella qualità dei servizi erogati proprio a causa della perdita di medici esperti e in possesso di elevate capacità professionali e di quella esperienza “sul campo” che è fondamentale per la tutela della salute di ognuno di noi. Nel decennio 2016-2025 i cessati attesi complessivi sono stimabili in oltre 55mila unità, un numero di poco inferiore rispetto a quello complessivo di nuovi specialisti che completeranno l’iter formativo specialistico nelle università nel decennio considerato, previsti in oltre 57mila, secondo un dato desumibile dalla media annuale dei contratti Miur degli ultimi tre anni: 5.711 contratti di formazione specialistica. Il dato però merita la massima attenzione perché, basandosi esclusivamente sul numero complessivo, questo risulta essere fuorviante poiché l’apparente equilibrio tra futuri cessati complessivi (medici ospedalieri-universitari-specialisti ambulatoriali) e futuri neo-specialisti, non potrà essere risolutivo a motivo dell’esistenza del doppio imbuto, formativo e lavorativo.

Nei prossimi dieci anni i numeri previsti di contratti specialistici Miur, considerando la media degli ultimi tre anni, garantiranno un equilibrio per le categorie degli universitari e degli specialisti ambulatoriali, non per gli specialisti dipendenti del Ssn, sia ospedalieri che territoriali. Questo si spiega perché la componente ospedaliera e dei servizi dipendente del Ssn che andrà in quiescenza sarà preponderante sulla componente degli universitari e specialisti ambulatoriali (oltre 47mila cessati Ssn versus gli oltre 8mila cessati per le altre due categorie intese in maniera accorpata per facilità di calcolo). Inoltre, se consideriamo quali tipologie di specialisti andranno in pensione, ci accorgiamo che per alcuni di essi, in maniera particolare internisti, pediatri, chirurghi generali e ginecologi, per non parlare della carenza attualissima e drammatica di medici dell’emergenza e pronto soccorso che rappresentano nel Ssn la prima linea di fuoco, e tutto questo per motivi noti che però l’evidenza insegna si è ancora restii ad affrontare (altri costi assicurativi, stipendi non adeguati alla complessità del lavoro ed ai rischi connessi, aumentato contenzioso medico legale, aumentata conflittualità con i pazienti a volte sfocianti in veri e propri atti di violenza nei confronti degli operatori).

È questo uno scenario estremamente complesso nel quale insistono, un ormai decennale mancato turnover che ha determinato gravi vuoti nelle dotazioni organiche e il già evidenziato mancato ricambio generazionale. Tali carenze sono ulteriormente emerse con la necessità di essere ottemperanti alle direttive europee sull’orario di lavoro come previsto con la Legge numero 161 del 30 ottobre 2014. A tutto ciò si aggiunge il mancato rinnovo del contratto ai medici e ai dirigenti, che accentuerà la fuga dei camici bianchi. Ci si lamenta che non ci saranno medici in futuro, eppure non ci sono stati sufficienti accantonamenti per dare dignità alla professione dei medici. La Cisl medici si batte da tempo per far comprendere che la sanità non è un costo ma un fattore produttivo. Dalla politica, dal ministro della Salute e dalle regioni sembra esserci disinteresse totale su questo tema. D’altra parte, i nostri medici non sono certo stimolati a rimanere in servizio, considerando che tra i fattori che invitano ad uscire dal Ssn vi è anche la bassa probabilità di raggiungere posizioni apicali, i cosiddetti primari, anche a motivo della costante diminuzione dei posti disponibili di direttore di struttura complessa a motivo degli accorpamenti o dell’abolizione di tali strutture per motivi economici o semplicemente politici.

Inoltre, l’età media dei nostri medici è di circa 55 anni e ad oggi non si è dato seguito ad una indicazione contrattuale a seguito della quale ai professionisti con più di 55 anni di età si sarebbero dovuti evitare i turni di guardia notturna. Cosa questa peraltro impossibile considerato che negli ospedali e nelle Asl la difficoltà di godere delle ferie e perfino dei turni di riposo è evidenza derivante anche dall’aumento della conflittualità tra professionisti ed aziende. È del tutto palese che un medico cui è stata tolta una valida aspettativa di carriera, privato di gratificazioni professionali anche di tipo economico, costretto dalla carenza di organici e dalla necessità nei servizi ospedalieri di garantire una assistenza nelle 24 ore con stressanti turni di guardia ed una gravosa mole di lavoro straordinario, in presenza di condizioni di elevato rischio professionale, appena ne ha la possibilità previdenziale si ritira in pensione ed inizia o continua a svolgere attività di tipo esclusivamente privata.

La gravità della situazione è tale che ogni anno aumenta il numero di medici che fanno domanda per lavorare all’estero e poi finiscono realmente per andare a lavorare in altri Paesi europei, negli Stati Uniti, e, molto recentemente, nei Paesi arabi attirati da stipendi assai elevati. Secondo i dati Istat, i professionisti del settore sanitario che hanno chiesto al ministero della Salute la documentazione utile per esercitare all’estero sono passati da 396 nel 2009 a 2.363 nel 2014 (+ 596 per cento). Il dato è talmente clamoroso che non può non fare riflettere. Ormai circa mille laureati o specialisti emigrano ogni anno. Peraltro, bisogna tenere conto che per formare ogni medico il Paese investe circa 150mila euro l’anno. In termini economici, è come se regalassimo un migliaio di “rosse di Maranello” all’anno agli altri Paesi europei ed extra europei. Chiaramente il danno che ne risulta è solo apparentemente di tipo esclusivamente economico perché ci impoveriamo in senso letterale di cervelli e di saperi professionali, sottratti allo sviluppo scientifico e culturale del nostro Paese, salvo poi, a sequenza regolare, pontificare sulla necessità di fare rientrare i cervelli nel nostro Paese. La soluzione è evidente: cerchiamo di non farli partire.

@vanessaseffer

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Tex, 70 anni di un mito in mostra a Milano

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Al Museo della Permanente a Milano e si concluderà il 27 gennaio 2019 la mostra “Tex. 70 anni di un mito”, curata da Gianni Bono, storico e studioso del fumetto italiano, in collaborazione con la redazione di Sergio Bonelli Editore. Mai titolo è stato più appropriato per celebrare quello che è sicuramente il più amato eroe del fumetto di ideazione e produzione italiana. Ancora poche settimane per immergersi nell’epopea del West, della frontiera americana, e passare alcune ore in compagnia dei fedeli pards Kit Carson, Tiger Jack e Kit Willer “cavalcando” al loro fianco, lungo il continente americano nella continua sfida del bene contro il male rappresentato da: Mefisto.

È il 30 settembre 1948, quando nelle edicole italiane arriva il primo albo, nel formato a striscia di Tex, il personaggio con “due padri”, il creatore Giovanni Luigi Bonelli e il primo disegnatore Aurelio Galleppini. Nessuno può prevedere che il ranger con la camicia gialla diventerà l’amatissimo eroe del fumetto italiano e uno dei più longevi a livello mondiale, vantando numerosi tentativi di imitazione venuti meno nel volgere di “poche lune”, come avrebbe detto il grande e saggio amico Cochise capo della tribù Apache. A Galleppini si sono succeduti straordinari artisti della matita e del pennello e Tex è diventato un eroe, un mito, un’icona.

Un’impresa e un grande onore cimentarsi nella sfida di disegnare Tex variando, magari, alcuni tratti somatici ma senza intaccare, anche nella grafica, quel grande senso di giustizia che traspare in ogni singolo sguardo, in ogni singola ruga del volto. E la mostra di Milano è un gradito ritorno a casa del nostro eroe che ha valicato il confine, non quello messicano o canadese come nelle mille avventure di cui è stato protagonista. Va ricordata anche la precedente esposizione di Lugano nell’ottobre 2015. Chi abbia voglia di avventurarsi nella mostra milanese troverà in esposizione disegni, fotografie, oggetti rarissimi, nonché installazioni a tema, create, esclusivamente, per questo evento e che consentiranno di personalizzare il dialogo con il ranger. Si tratta di un paio di sorprese che ci faranno tornare il buon umore verso la fine del percorso. Prima di sederci di fronte ad una “bistecca alta tre dita ed una montagna di patatine fritte”. Per omaggiare l’immancabile richiesta di Tex Willer e Kit Carson, in occasione della sosta in qualche saloon per ritemprare lo stomaco. “Tex. 70 anni di un mito” è una mostra dedicata, non solo ai cultori del personaggio, ma anche a chi abbia intenzione di avvicinarsi, magari per la prima volta, al mondo fermo e risoluto di un eroe senza macchia e senza paura, che è riuscito a diventare, grazie alla passione e all’amore di milioni di appassionati lettori, un vero e proprio fenomeno di costume, un simbolo costante dell’antirazzismo ed il nemico acerrimo di ogni forma di ingiustizia.

Un in bocca al lupo a voi eroi che cavalcate nella prateria. A Tex, a Kit Carson, a Tiger e a Kit Willer, affinché dopo il lungo e polveroso percorso, possiate trovare un buon saloon per una birra ghiacciata e un albergo che sia almeno un po’ meglio di una catapecchia.

@vanessaseffer

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Sanità privata e sanità pubblica, ne parla Jessica Faroni

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Sanità privata e sanità pubblica, ne parla Jessica FaroniUna struttura sanitaria accreditata è una struttura privata che ha stipulato una convenzione con il Sistema sanitario nazionale (Ssn), dunque eroga le prestazioni sanitarie chiedendo al cittadino il solo pagamento del ticket. Ma come fa una struttura privata ad accreditarsi? È l’autorità sanitaria delle singole regioni ad individuare le strutture che secondo loro sono in grado di garantire il livelli essenziali di assistenza, di valutare l’idoneità delle stesse, di assicurarsi che siano qualificate e di accertarsi dell’efficacia e dell’appropriatezza dei risultati, fissando il volume massimo delle prestazioni da rendere nell’ambito della competenza territoriale della medesima azienda sanitaria locale.

Chiedo a Jessica Faroni, medico-chirurgo, neurologo, riconfermata presidente dell’Associazione italiana ospedalità privata Lazio (Aiop), manager sanitario e a capo del Gruppo Ini (Istituto neuro-traumatologico italiano) presente con dieci strutture accreditate nel Ssn nel Lazio e in Abruzzo, di farci comprendere meglio quali rapporti ci siano effettivamente fra il pubblico e il privato convenzionato, o meglio, accreditato.

Che differenza c’è fra l’ospedale pubblico e il privato accreditato?

Di fatto la sanità privata accreditata è una sanità pubblica con tutti quanti i doveri del pubblico, con la differenza che la proprietà è del privato. I criteri qualitativi devono essere gli stessi, perché si fornisce un servizio pubblico. La legge è uguale perché è sempre Sistema sanitario nazionale (Ssn). La differenza consiste nella proprietà: una è pubblica e l’altra è privata.

Che cosa funziona davvero e che cosa non funziona sia nell’ospedale pubblico che nel privato accreditato?

Entrambi risentiamo fortemente del problema del contratto di lavoro, poiché abbiamo i contratti nazionali. Il fatto è che è poco prevista sia la meritocrazia che il licenziamento di persone che effettivamente non ci dovrebbero stare. Quindi siamo costretti ad un ricambio molto lento e soprattutto a non usufruire di nuove risorse, uno dei motivi per cui assistiamo alla fuga dei cervelli dal nostro Paese. Noi non possiamo licenziare una persona su due piedi. Indubbiamente per noi è più facile gestire una struttura con trecento persone piuttosto che di 1.800, però siamo sottoposti esattamente alla stessa problematica.

E il personale come viene selezionato?

Esattamente come fa il pubblico. Tramite concorso. Poiché le figure che devono stare sia nel pubblico che nell’accreditato sono le stesse, con gli stessi titoli, con gli stessi curricula.

Vi capita, soprattutto fra il personale infermieristico, di dover attingere dall’estero?

Ancora qui nel Lazio questo tipo di utilizzo di lavoro è poco sviluppato, facciamo più uso delle cooperative. Nelle cooperative può capitare che qualcuno dell’estero ci sia. Ma non è un fenomeno così sviluppato, non come in alcuni posti del nord.

Ci sono troppi sprechi nel pubblico, nelle analisi, negli esami diagnostici.

Da noi va esattamente come nel pubblico. Perché essendo pagati noi con l’impegnativa quindi con la prescrizione, risentiamo al pari del pubblico. Tant’è che abbiamo anche noi le liste d’attesa lunghissime. E del fatto che c’è ad esempio un utilizzo sbagliato della medicina difensiva. Infatti questa oggi è il costo maggiore per l’Italia, in quanto si preferisce fare più analisi, visto poi il contenzioso che può scaturire da qualsiasi paziente. Per cui diciamo che è una protezione del medico. E anche questo crea liste d’attesa. Un medico di base che chiede una visita urgente, spesso lo fa perché suscettibile di pressioni da parte di un parente. Ci andiamo di mezzo tutti: medici di base, pubblico, privato accreditato. Poi noi, tra l’altro, abbiamo un budget e più di tanto non possiamo fare. Così le liste si allungano.

Le liste d’attesa sono un problema molto serio. Rappresentano uno dei motivi che scatenano le aggressioni contro i medici e gli operatori sanitari, sempre più frequenti. Come si può risolvere il problema?

Bacchetta magica a parte, ci sarebbero due rivoluzioni del sistema a mio parere. Innanzitutto, la richiesta dovrebbe essere fatta secondo altri criteri, non secondo pressioni o medicina difensiva, ma sotto la reale esigenza che ha il paziente. In secondo luogo, bisognerebbe investire un po’. Ad esempio, in America sono di uso frequente i referral, specialisti che “h24” stabiliscono se i pazienti debbano essere visitati o meno, facendo una selezione a monte. Nei provvedimenti che sono stati presi di aumentare le ore di lavoro e le aperture degli ambulatori, più si crea offerta e più le liste si allungano. Se io aprissi gli ambulatori delle cliniche e avessi libertà di budget, giorno e notte per tutta la settimana, li riempirei.

Che cosa manca alla struttura privata accreditata per sostituire appieno quella pubblica?

Non si possono sostituire. Non può esistere pubblico senza privato, né privato senza pubblico. È un lavoro assolutamente di supporto e complementare. È vero che ci sono esempi di strutture private come il San Raffaele di Milano che sono più che autonome e funzionano bene. Ma è anche vero che l’Italia è fatta da venti regioni che hanno leggi diverse. Faccio un esempio, qui nel Lazio è vero che ci sono molti privati ma tante specialistiche non le possiamo fare, e non potendole fare dobbiamo essere per forza di supporto a tutto quel mondo che ha quella specialistica che fa soltanto l’ospedale.

Invece l’ospedale cattolico funziona meglio della struttura pubblica o del privato accreditato?

Anche lì hanno gli stessi problemi nostri. Ma è chiaro il “Gemelli” ha un potere contrattuale diverso.

La struttura privata accreditata come si muove con i bambini e gli anziani?

Il 44 per cento della sanità privata accreditata fornisce cure di supporto alle categorie più deboli. Gran parte delle Rsa e gran parte dei bambini ex articolo 26 fanno capo al privato convenzionato e questo, è fondamentale, con costi minori rispetto al pubblico. Va capito che noi siamo uno Stato che investe poco in sanità perché siamo molto bravi. Sia nel pubblico che nel privato. Perciò parlo di complementarità. Se l’Umberto I si occupa di un’appendicite, un’altra struttura convenzionata ne fa tre, perché riusciamo di più a contenere i costi dando la stessa qualità. Se questo lo si pone sull’assistenza territoriale e sulle categorie deboli è evidente che lo Stato non si può permettere una spesa così grande su una popolazione debole che sta crescendo. Noi siamo il Paese più vecchio d’Europa. Non possiamo fare un investimento che poi non ci possiamo permettere. Per cui deve subentrare il privato, che riuscendo a lavorare con costi contenuti, può dare una qualità eccezionale sia nel pubblico che nel privato. Lo dice pure la relazione di Bloomberg, siamo tra i migliori al mondo utilizzando la metà dei soldi degli altri Paesi.

Qual è lo stretto rapporto pubblico-privato?

In realtà, sia nel pubblico che nel privato curiamo migliaia di persone e ciò avviene in perfetta armonia. Noi abbiamo la funzione di svuotare gli ospedali da tutto quello che è il cronico, ce lo prendiamo e questo avviene tramite fax, tra ospedali e strutture. Succede continuamente nel quotidiano, per migliaia di persone. Il paziente, nel momento in cui viene ricoverato in ospedale, viene curato a 360 gradi sia dal pubblico che dal privato.

Per queste comunicazioni usate ancora il fax?

Si, per essere più sicuri e lasciarne traccia. Se il Signor Rossi ha bisogno di essere spostato domattina, la caposala invia un fax a tutte le strutture private dei dintorni nella notte e bisogna che la mattina sia già stato trovato il posto. Quindi o c’è la telefonata fra i primari delle strutture o la richiesta via fax per cui rimane sempre una traccia. Il fax rende proprio l’idea del fatto pratico del rapporto che si innesca fra strutture.

@vanessaseffer

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Crotone: dottoressa aggredita davanti all’ospedale

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Crotone: dottoressa aggredita davanti all’ospedale

Ieri a Crotone al termine del suo turno all’ospedale civile San Giovanni di Dio, un medico, che presta servizio presso l’unità complessa del nosocomio calabrese, appena uscita dalla struttura è stata aggredita da un cinquantenne crotonese che l’attendeva con il volto e la testa coperti da un cappuccio e da una sciarpa, colpendola al collo con un cacciavite. A salvarla da un altro fendente è stato un ambulante marocchino che sosta quotidianamente con la sua bancarella per vendere oggetti per automobili proprio davanti all’ospedale. Cercando di aiutare la dottoressa, lo straniero ha chiamato prima i sanitari che sono accorsi e l’hanno ricoverata in codice rosso e subito operata, e poi ha inseguito il malfattore bloccandolo su un bidone della spazzatura fino all’arrivo della polizia. La dottoressa, fortunatamente, non è in pericolo di vita.

A proposito dell’orrenda violenza subìta da un’altra dottoressa tempo fa a Trecastagni, in provincia di Catania, era intervenuto qualche tempo fa il segretario nazionale della Cisl Medici, Biagio Papotto: “Quello che a noi preme far notare è che non possiamo prendercela solo con il Governo centrale. La scarsità di risorse economiche, infatti, è grave e reale, ma da sola non può bastare a chiudere il discorso. Questo consentirebbe a tutti i poteri intermedi di riposare tranquillamente sugli allori, e invece la Cisl Medici vuole chiarire che non lascerà correre alcunché. Non accetteremo alibi di alcun tipo da parte di tutte quelle figure decisionali, Regioni, assessori alla Sanità, direttori generali e amministratori vari, che potrebbero e dovrebbero fare di più, molto di più. Anzi: che dovevano e potevano aver già fatto molto di più. Non siamo affezionati all’idea di dotare ciascun presidio di un vigilante. Questo aumenterebbe di sicuro i costi per la collettività, ma se fosse il rimedio risolutivo, ben venga. Però diverse articolazioni degli orari, presenze più concentrate, soluzioni logistiche più centrali e visibili, tutto questo potrebbe costare davvero poco e mostrare che qualcuno si guadagna in modo degno lo stipendio che percepisce senza correre il rischio che una donna-medico conosce ogni giorno. Ci prepareremo a costituirci parte civile in ogni procedimento giudiziario che scaturisse dalla trascuratezza delle amministrazioni locali. Ora basta. Quando si dice che il medico dona la vita non si intende di perderla”.

Nello stesso ospedale di Crotone, lo scorso agosto, venne brutalmente picchiato un anestesista da un’intera famiglia, che riteneva non avesse fatto abbastanza per salvare la vita al loro ragazzo. La vicenda aveva suscitato molto sdegno da parte della comunità e nei giorni successivi l’ospedale aveva provveduto ad aumentare per un po’ la sorveglianza interna ed esterna, ma poi tutto è rientrato nella solita normalità.

@vanessaseffer

 

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Un viaggio nel Fascismo tutto da leggere

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 Di Maurizio Bonanni

Un viaggio nel Fascismo tutto da leggereDa Sfascio a Fascio. La fascina dei caratteri umani, cioè, che unisce i diversi, i riottosi e i contrari. Li stringe, li imprigiona indissolubilmente con le minacce, la violenza e l’omologazione forzata dei sottomessi, dei paurosi per necessità e opportunismo: la vendetta dei vinti, insomma. Un mare di melma sanguinolenta che un masso enorme con il profilo del Duce del Fascismo espelle con la sua spinta ciclopica dai pori argillosi della terra. L’idea-nazione fascista, infatti, è la ribellione di una gigantesca roccia rimasta pura e incontaminata per millenni divenuta cava di marmo e di metalli per avidi speculatori, che convertono in denaro i beni naturali degli uomini. I nemici sono gigantesche termiti che scavano immense forre da cui estraggono la materia venale, per poi una volta divenute cave riempirle di spazzatura, di escrementi umani e spirituali fino a farle scoppiare. Di lì la rivolta, il terremoto delle forze di natura. Di lì folle di contadini diseredati, affamati, senza denti che passano dai Rossi, i quali parlano di rivoluzione senza mai chiamare alla vera ribellione gli ultimi della terra, ai Neri violentatori della Storia che, però, fanno meno paura della fame nera!

Nel testo di più di ottocento pagine di Antonio Scurati, “M. Il figlio del secolo” (Bompiani) c’è una straordinaria storia del fascismo, dal 1919 al 1924, scritta con il furore dell’Aruspice che vede oltre, mentre accumula decine di migliaia di pagine, di documenti originali, di articoli di giornale, di messaggi confidenziali, telegrammi, ordini di servizio e quanto altro che impongono alle vicende narrate una leggerezza fuori dal tempo e dallo spazio. Una vela costantemente gonfia di vento che solca tutti i mari possibili, ora tremebondi, ora in grande tempesta, ora calmi oltre ogni dire distesi sulle gambe aperte dell’ennesima amante. Perché la femmina ora è puledra, ora giovenca dai fianchi larghi, buona a filiare o da schienare in mancanza di meglio. Come la violenza delle camicie nere, intrise di sangue, fango, merda e sperma. Dai bordelli alle case del popolo ai casolari dei contadini alle sedi sindacali e ai municipi rossi, le camicie nere distruggono con loro, con i poveri proletari, il disfattismo, l’anti interventismo e tutto quello che sa di socialismo, di cooperativa sociale, di associazionismo per difendersi dai soprusi dei padroni agrari: i grandi pagatori di bastonature, assassinii, massacri di inermi in decine di province rurali del Nord e del Centro Italia.

M. è una cavalcata tragica, bellissima violenta compulsiva e rigurgitante di anima che mette in fila il genio di Mussolini con la sua incredibile capacità di addomesticare la storia e gli eventi, impadronendosi del potere con un colpo di mano, perché l’ignavia del monarca, le divisioni della sinistra e lo scontento popolare di milioni di reduci senza lavoro e senza futuro hanno incendiato la Casa Comune dello Stato, che va rimessa a posto a qualunque costo. Anche a dispetto del sogno dannunziano, con la sua bellissima, immaginaria e utopica Costituzione del Carnaro, con i suoi fanti in giarrettiera, gli artisti talentuosi e falliti, la libertà sessuale e quanto di più cosmopolita si potesse immaginare per il nuovo secolo. Lui, il Duce, che vince le elezioni con la legge truffa Acerbo. Mussolini che supera l’orrore etico, politico e umano dell’omicidio Matteotti rivendicandolo a sé come semplice incidente di percorso di un fascismo salvifico, mentre pensa a come liberarsi da tutta quella inutile, disgustosa e violenta marea nera. La grandiosità di Matteotti, la bellezza sua e della moglie. Le lotte politiche fratricide tra massimalisti, riformisti e comunisti. La magnifica interpretazione della Sarfatti, amante storica del Duce, che lo educa alla mondanità, ne cura l’immagine e l’intelletto. Un libro, quello di Scurati, che non può mancare da ogni biblioteca che si rispetti.

Di Maurizio Bonanni

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Menenio Agrippa e il processo

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biagio papotto

 

Non si tratta ne’ di errore di digitazione, ne’ – tanto meno – di un qualche episodio storico meno noto nella vita del grande console romano.

Abbiamo voluto citare distintamente due parole che ci pare possano venire davvero utili per una visione non partigiana e non utilitaristica di una vicenda che – ad avviso della Cisl Medici – non dovrebbe neppure esser posta, tanto scomoda appare in qualsiasi lato la si voglia prendere.

La presenza di un medico negli interventi di emergenza è tanto più opportuna quanto più – appunto – l’intervento sia dovuto ad un caso di gravità. Nella descrizione della fattispecie che fa sempre seguito alla richiesta di intervento è del tutto ovvio che si possa cogliere, nella maggior parte dei casi, la necessità della presenza di un medico oppure l’opportunità che sia personale non medico (ma ugualmente ben preparato, sia chiaro) ad intervenire, ad occuparsi delle persone in stato di necessità.

E qui si apre la parentesi: stiamo parlando di necessità delle persone, non dei bilanci. Non dobbiamo mai alimentare il sospetto che anziché valorizzare davvero una categoria …ci se ne voglia far paladini per risparmiare su un’altra.

Chiusa la parentesi.

A Livorno, alcuni giorni or sono, si è ventilata anche la possibilità che fosse prefigurato il grave reato dell’esercizio abusivo della professione medica. Non lasciamoci trasportare dall’emotività, dato che non dobbiamo neppure lasciarci influenzare dalla smania politica di una parte o dell’altra.

Qui si parla di diritto alla salute, di emergenze, di cura delle persone. E le persone sono curate da medici e non medici, tutti sperabilmente ben preparati, coordinati, equipaggiati. E retribuiti.

Ed allora il riferimento al nobile tribuno non è ozioso, se ancora a 2500 anni circa dalla sua vita occorre riflettere sul fatto che tutti gli operatori della sanità sono utili per le persone e la loro cura. Non occorrerà certo che la Cisl Medici citi il famoso apologo, no?

Diverso, però, è il caso del “processo”, e qui dobbiamo volutamente citare il termine per evocare due diversi aspetti: non si può condannare una persona per le proprie azioni compiute in perfetta buona fede e nell’adempimento di un mandato politico, sia pure in contrasto (ma non professionale) con la propria appartenenza ad una categoria. Il collega Venturi ha –come chiunque – pieno diritto a veder valutato il proprio operato soltanto nell’ottica della propria deontologia professionale e negli atti che ha compiuto nello svolgimento della sua opera da medico. Il resto è politica.

E – tanto per rifletterci su ancora un momento – il termine “processo” ci torna utile anche per significare il ns. punto di vista contro qualsiasi confusione che artatamente si produca cercando di separare la causa dall’effetto. Ci sono moltissimi lavoratori della giustizia (un esempio solo? I cancellieri) che uniscono spesso fior di lauree e una cultura approfondita delle cose giurisprudenziali ad una consolidata esperienza. Senza di essi, di fatto, i processi non si possono tenere, per tutta l’attività che svolgono prima, durante e dopo.

Però non possono esser loro ad emettere una sentenza. Non confondiamo la preparazione con la qualifica. Non si tratta di “concezione castale”, non scherziamo. Qui la parola “casta” è solo l’aggettivo più appropriato per difendere la buona fede di alcuni dalla strumentalizzazione della manovra politica di altri.

E a questo gioco non giochiamo.

di Biagio Papotto

Segretario Generale della Cisl Medici

 

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I numeri della spesa oncologica

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I numeri della spesa oncologicaLa patologia oncologica in Italia presenta un impatto economico di rilevanza crescente sul sistema sanitario del nostro Paese. Al contempo, e questo rappresenta una buona notizia per noi cittadini, è in aumento anche la speranza di vita legata alla diagnosi grazie anche alla disponibilità di trattamenti sempre più mirati, maggiormente efficaci e con effetti collaterali moderati. Certamente è complicato iniziare un articolo sul “pianeta cancro”, con tutti i risvolti emozionali intrinseci all’argomento, con parole come “impatto economico”. Tuttavia occorre ricordare che sin dal 1992 in Italia ha preso avvio il processo di aziendalizzazione del Servizio sanitario nazionale a seguito del Decreto legislativo numero 502 del 30 dicembre 1992.

La rivoluzione di allora non apparve come una semplice operazione di facciata con la modificazione della terminologia con le Usl trasformate in Asl, ma a questi nuovi soggetti giuridici, le aziende sanitarie, vennero attribuite autonomia decisionale e patrimoniale con l’obiettivo di rispondere a criteri di efficacia, efficienza, economicità e rispetto dei vincoli di bilancio. Pertanto, in riferimento alla sanità non si può prescindere dalla sostenibilità finanziaria del sistema e dall’equilibrio di bilancio pubblico. I progressi fatti dalla medicina, sia in ambito diagnostico che terapeutico, hanno certamente portato dei risultati straordinari in termini di salute per i malati di cancro, dall’altro però sono cambiati e aumentati i bisogni di salute ed i servizi di assistenza per loro e familiari, e ciò ha determinato una implementazione dei costi globalmente intesi.

Se dunque ognuno di noi è ben consapevole che la disponibilità e l’accessibilità alle migliori cure disponibili rappresentano un diritto per i malati di cancro, al tempo stesso è necessario avere una consapevolezza dei costi economici connessi alla cura essendo altresì aumentata la pressione sugli interventi di contenimento della spesa sanitaria, soprattutto su alcuni farmaci, tra cui gli oncologici. Come già scritto, la sopravvivenza media della popolazione italiana affetta da malattie neoplastiche è aumentata nel corso degli anni. Secondo un rapporto Aiom-Airtum sui tumori in Italia (i numeri del cancro in Italia 2015, il censimento ufficiale dell’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom) e dell’Associazione italiana registri tumori (Airtum), quinta edizione, presentato il 24 settembre 2015 a Roma nell’Auditorium di Lungotevere Ripa, nel 2015 le persone viventi dopo una diagnosi di tumore erano 3.037.127, ovvero circa il 5 per cento dell’intera popolazione italiana, con una sopravvivenza media a cinque anni dalla diagnosi di un tumore maligno del 57 per cento fra gli uomini e del 63 per cento fra le donne. I tumori costano circa 19 miliardi di euro ogni anno nel nostro Paese. Le uscite per i farmaci equivalgono a 4,5 miliardi (il 25 per cento del totale) con un incremento annuo di 400 milioni.

Il sistema sanitario italiano finora è riuscito a garantire a tutti i cittadini i farmaci anti-cancro innovativi. Dei costi associati alle patologie tumorali in Italia, pari a 18,9 miliardi di euro nel 2015, il 57 per cento è rappresentato dai costi diretti (per assistenza primaria, ambulatoriale, ospedaliera, pronto soccorso, controlli e farmaci) e il 43 per cento è costituito dalle perdite di produttività legate a mortalità, disabilità e pensionamento anticipato. Queste uscite sono destinate ad aumentare, perché il cancro è soprattutto una malattia della terza età. Nel 2017 sono state stimate nel nostro Paese circa 369mila nuove diagnosi di cancro: più del 50 per cento, cioè oltre 184mila casi, riguarda le persone anziane. Tra le nuove strategie terapeutiche in oncologia vi è l’impiego, per tempi prolungati, di chemioterapici e nuove molecole come le target therapies, ovvero dell’uso di molecole che hanno come bersaglio target molecolari variegati, con l’obiettivo di “cronicizzare” la malattia neoplastica attraverso una protratta inibizione della crescita tumorale. I nuovi farmaci antitumorali, associati ai tradizionali chemioterapici, consentono miglioramenti delle guarigioni e della sopravvivenza in percentuali ma hanno anche un peso importante all’interno della spesa farmaceutica nazionale. Infatti nel 2016 hanno rappresentato la prima categoria terapeutica a maggior spesa pubblica con circa 4,5 miliardi di euro.

Questo valore, anche se significativo, equivale solo al 25 per cento dei costi sanitari relativi ai tumori. Ogni anno in Italia il numero di malati oncologici – 3 milioni nel 2015 – cresce di oltre 90mila unità (+3 per cento), sia per la maggiore incidenza collegata all’invecchiamento della popolazione, ai fattori ambientali e agli stili di vita, sia, fortunatamente, per i progressi nella diagnosi precoce e nelle terapie che migliorano la sopravvivenza e cronicizzano la malattia. In Italia la sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi è più alta rispetto a quella dei Paesi dell’Europa centrale e settentrionale, anche se abbiamo a disposizione meno fondi. La gestione dei costi rappresenta dunque una priorità. Per garantire la sostenibilità del sistema sanitario, la parola d’ordine è appropriatezza. Anche nel settore oncologico si deve procedere all’eliminazione di spese improprie, per rendere più efficiente l’organizzazione dei servizi e migliorare l’assistenza garantita ai cittadini. Uno dei punti critici è rappresentato dal collegamento e dall’integrazione di tutte le fasi del percorso assistenziale.

Costruire un sistema in grado di offrire cura e assistenza sanitarie, coniugando obiettivi di qualità ed appropriatezza a politiche economiche, è un impegno perseguito da tempo dai diversi attori siano essi responsabili della programmazione sanitaria, clinici, associazioni scientifiche o associazioni di cittadini. Attori molteplici perché non basta partire da una corretta analisi della domanda sanitaria, ma si deve anche tener conto del livello di soddisfazione dei pazienti (customer satisfaction) in termini di qualità percepita delle prestazioni e di espressione delle loro volontà. La partita che si sta giocando a vari livelli è importante. Il medico è stretto tra i bisogni del paziente e le esigenze economiche del rispetto dei conti pubblici: pertanto nella attuale realtà economica del Paese è essenziale ed urgente trovare un equilibrio tra la disponibilità di investimenti pubblici nella sanità e la necessità di mantenere livelli assistenziali qualificati a mantenere e migliorare la condizione di salute della popolazione.

Non est vivere sed valere vita est: la vita non è essere vivi ma stare bene.

@vanessaseffer

 

 

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Il venerdì nero dei medici

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Il venerdì nero dei mediciTemevamo un momento come questo in cui medici, anestesisti e dirigenti sanitari di tutte le regioni e in ogni capoluogo d’Italia avrebbero incrociato le braccia. Accade oggi, giornata in cui è stata organizzata una manifestazione unitaria per 24 ore, così come accade per i trasporti urbani ed extraurbani (metropolitane, bus, treni, aerei) quando ci bloccano il Paese. Ma questa è ben altra cosa. Cosa succede se ci sentiamo male, se abbiamo un incidente e ci portano al Pronto soccorso? Se accade a nostro figlio che va in moto, se succede a nostra madre che ha 80 anni? Le urgenze saranno come sempre garantite.

Oltre 40mila interventi chirurgici oggi saranno rinviati per la vasta partecipazione degli anestesisti prevista e il probabile blocco delle sale operatorie e lo stesso per diverse centinaia di migliaia di visite specialistiche e prestazioni diagnostiche. Bloccata anche l’attività veterinaria. Sarà assicurata solo l’attività del Pronto soccorso in urgenza.

Alla protesta aderiscono tutte le principali sigle sindacali di categoria, incluse le maggiori Anaao, Aaroi, Cimo, Fp Cgil Medici e Cisl Medici. “Partecipiamo allo sciopero in maniera convinta – ha dichiarato Biagio Papotto, segretario generale della Cisl Medici – perché neanche questo Governo ha messo tra le priorità dell’agenda la sanità. Non c’è il giusto finanziamento del Servizio sanitario nazionale, il contratto collettivo nazionale è fermo da 10 anni e non si capisce di chi sono le responsabilità per la mancata conclusione. Il contratto 2019-2012 non è stato finanziato adeguatamente”.

Diverse dunque le motivazioni della protesta, a partire dall’insufficienza del finanziamento previsto per il Fondo Sanitario Nazionale 2019 in relazione alla garanzia dei Livelli Essenziali di Assistenza (Lea) e agli investimenti nel patrimonio edilizio sanitario e tecnologico. Ma non ci sono sufficienti risorse anche per l’assunzione del personale della dirigenza medica, veterinaria e sanitaria. Inoltre, sono scarse le risorse assegnate al finanziamento dei contratti di lavoro. I ritardi amministrativi nei processi di stabilizzazione del precariato nel settore sanitario sono motivo di rossore per il nostro Paese. I contratti sono fermi da 10 anni, gli stipendi idem, la libera professione che non tutti riescono o non vogliono o possono praticare, serve a sopperire questo gap, quindi va sistemata la situazione, altrimenti è solo un cane che si morde la coda.

La carenza di organico nel 91 per cento degli ospedali, da un sondaggio fatto su un numero significativo di ospedali pubblici italiani, specialmente nei turni di notte, significa che la sicurezza dei pazienti è a rischio. Rischi di chiusure per i continui tagli, i risparmi (di chi?) e l’impossibilità di introdurre nuovi contratti di formazione specialistiche post laurea, perché troppo poche le borse rispetto agli stessi laureati. Ciò comporterà nei prossimi anni una sparizione di diverse figure specialistiche, a meno che non dovremo importarle dall’estero, come accaduto anni fa con gli infermieri a discapito della eventuale formazione. Invece, noi formiamo i nostri giovani, che ci costano centinaia di migliaia di euro pro capite, e questi poi non trovando collocazione vanno all’estero. Un dono che facciamo ad altri Paesi che si ritrovano un patrimonio unico a costo zero.

La mobilitazione di oggi è un urlo di dolore dell’intera categoria medica, ma anche un alert per i cittadini italiani che corrono un rischio gravissimo, di vedere compromesso uno dei motivi d’orgoglio più grandi che abbiamo: il Paese Italia è fra i primi tre al mondo in cui si vive più a lungo, si viene curati meglio, gratuitamente, anche se sei straniero e non hai documenti, se non hai soldi e un lavoro, se hai perso la memoria e pure se hai commesso un reato. Hai diritto comunque alle cure e non ti inviano il conto a casa come in altri Paesi. Vieni curato al massimo delle possibilità con il meglio delle tecnologie disponibili. Questo succede, nonostante tutto, in Italia!

@vanessaseffer

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Salute mentale: “La città che cura”, parla Ciani

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Salute mentale: “La città che cura”, parla Ciani“La salute mentale, come spesso la solitudine degli anziani, è una tematica molto trasversale”. È questa l’idea di Paolo Ciani, membro della Comunità di Sant’Egidio dal 1984, consigliere regionale del Lazio, esperto di politiche sociali. Nei giorni scorsi alla Regione Lazio si è tenuto un seminario dal titolo “La città che cura”, organizzato proprio dalla Comunità di Sant’Egidio, che in collaborazione con la Asl Roma 4 e il Comune di Civitavecchia, ha realizzato una rete di convivenze protette, residenze a costi sostenibili dove ci si può curare a domicilio, per persone con disturbi mentali e disagio sociale, guadagnandoci soprattutto in termini di qualità della vita e di rapporti umani. A questo incontro ha partecipato il personale sanitario del servizio pubblico, del privato convenzionato. Così come assistenti sociali, volontari, associazioni del privato sociale e della salute mentale. È stata una grande opportunità per riflettere sui diritti delle persone con disturbo mentale conquistati con la legge 180-1978 e su come “modulare i servizi della salute mentale affinché questi diritti (vivendo nel proprio ambiente, alle cure sanitarie territoriali, alla casa, al lavoro, alla famiglia), siano effettivamente garantiti”.

Il “malato di mente”, infatti, fino al 1978 non era un cittadino; la Costituzione era valida per tutti ma non per chi era internato e quindi privato di qualsiasi diritto. La legge 180, ricordata anche come legge Basaglia, ha consentito di chiudere in Italia i vecchi manicomi e di organizzare i servizi sanitari territoriali del Dipartimento di salute mentale. Secondo la Comunità di Sant’Egidio, “per la piena realizzazione dei servizi della salute mentale c’è ancora tanto da fare, anche nella Regione Lazio, ma si può affermare che la legge 180 costituisce un faro e indirizza il cammino”.

Dottor Ciani, il tema della salute mentale deve restare solo un problema privato o no?

Si parla di emarginazione, di periferia. Ma anche di periferia esistenziale. Spesso la salute mentale non è periferizzata in termini geografici, ma è la periferia delle nostre attenzioni, e seppure talvolta il tema della salute mentale può anche nascere per problematiche diverse, non dobbiamo pensarlo come un problema solo degli individui, dei malati in prima persona, ma allargato alle loro famiglie, persino agli operatori. La proposta che noi facciamo di una città che cura è proprio questa, cioè di non soggettivizzare il problema, ma di condividerlo per risolverlo insieme. Perché spesso anche il dramma delle famiglie è quello di doversi sobbarcare da soli tante difficoltà, non solo quelle economiche, ma vale anche per gli operatori che spesso non sono sufficienti. Quindi noi abbiamo visto che laddove una città con le sue reti, con un ponte tra i servizi, le istituzioni, il volontariato, riesce a creare sinergia, una comunità riesce a risolvere i problemi relativi anche alla salute mentale.

C’è la paura che appartiene alla persona malata, che ha la famiglia e che ha la comunità. La città che cura deve fare i conti con la paura, perché non conosce, non sa e quindi perché non attivare anche dei meccanismi di conforto e di conoscenza sin dalla scuola?

C’è la paura che è lo stigma sociale. Noi abbiamo voluto fare questo incontro a quarant’anni dalla Legge 180, perché quella legge diede inizio a un grande cambiamento, il malato psichico, il matto, era la persona pericolosa, deviata, violenta. Quindi c’era una forte paura nei confronti di questo tipo di persona. Chiaramente questo non è superabile per decreto. Peraltro, noi viviamo un tempo di grandi paure, quindi il discorso di conoscere da un lato, di mettere a disposizione servizi e di creare reti che accolgano e che aiutino, può aiutare il malato, ma anche la comunità. Perché solo conoscendo, infatti, si superano le paure.

Crescere ai margini fa la differenza, ma alle volte dai margini vengono fuori personalità meravigliose, ne abbiamo di esempi anche dal mondo dell’arte, della cultura, della politica, addirittura della grande industria.

Questo è verissimo. Ho detto per dire che ci sono luoghi dove non ci sono esempi di una società aperta e accogliente la vita è peggiore. Ci sono studi medici che lo affermano, chi vive le periferie vive meno di noi. Basta pensare alle periferie del mondo, al sudest asiatico, all’Africa, ma anche a certe periferie urbane delle nostre città. Però è vero che laddove la periferia o il margine è umanizzato, non credo ad un razzismo sociale, e quindi che non ne venga nulla di buono. Ma per quanto sia vero che anche dai margini sono venute figure splendide, è anche vero che hanno dovuto combattere il doppio o il triplo rispetto ad un cittadino che ha vissuto più agiatamente. In realtà la nostra sfida oggi è quella di dare pari opportunità a tutti i nostri cittadini.

Quindi dobbiamo costruire un’alleanza fra cittadini, allearci fra noi. Ma dobbiamo forse fare un po’ di esercizio per questo!

Assolutamente sì. Questo diritto alla città è un diritto al vivere comune! Chi vive ai margini della città, pensiamo ai senza fissa dimora, ad alcuni anziani degli istituti, ad alcune persone con disagio mentale, che non hanno il diritto a vivere la città. Perché dalle barriere architettoniche, alla mancanza di luoghi di socialità, alla mancanza di possibilità di utilizzo degli spazi comuni, vivono continue privazioni, costanti disagi.

@vanessaseffer

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Buon compleanno dottor Kahn

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Buon compleanno dottor KahnSono passati esattamente dieci anni da quando venne pubblicato sulla prestigiosa rivista “New England Journal of Medicine” un articolo dal titolo “Etiquette-based medicine“. L’articolo scientifico venne ripreso a livello internazionale anche dalla stampa non specializzata ed ebbe una grande diffusione non solo in ambito sanitario e tra gli addetti ai lavori.

Michael W. Kahn, psichiatra di Boston, autore dell’articolo partiva da un assunto disarmante nella sua semplicità: Patients ideally deserve to have a compassionate doctor, but might they be satisfied with one who is simply well-behaved?

Si rimase stupiti all’epoca perché al di là di ogni valutazione sulla efficacia o meno delle varie tecniche di comunicazione, al di là anche di ogni accademica dissertazione sulla qualità del rapporto medico-paziente, veniva posto l’accento sulla buona educazione e sul timore che dal declino della stessa all’interno della società potessero derivare comportamenti che dapprima avrebbero minato il rapporto fiduciario e di empatia con la categoria medica ed in seguito addirittura avrebbero potuto innescare fenomeni di conflittualità che, l’esperienza insegna, hanno realmente prodotto negli anni successivi un esplodere di atti di violenza a carico degli operatori sanitari.

Eppure l’autore dell’articolo partiva dalla semplice constatazione, almeno nella percezione dei pazienti, di una mancanza di educazione da parte dei medici nell’approccio comunicativo. Infatti l’autore sosteneva, per la sua soggettiva e contestuale esperienza di medico e di paziente, che i pazienti fossero, almeno apparentemente, più attenti all’approccio rispettoso del medico, rispetto alla sua capacità di porsi in maniera empatica col malato. E che il problema fosse già presente almeno nella fase embrionale lo dimostra la discussione, avviata sin dai primi anni novanta all’interno del mondo accademico statunitense, dalla quale emergeva la consapevolezza che tra i fattori capaci di influenzare la formazione del medico rientrava a pieno titolo il costante declino del senso di responsabilità civica e delle buone maniere negli Usa.

Un problema quindi caratteristico della società occidentale affetta ormai da un carico di pressapochismo, di superficialità, di giudizio sommario che sembra avere permeato molti aspetti del vivere collettivo, dalla politica all’ambito lavorativo, per interessare anche i piccoli gesti della daily routine come, si dissertava qui su “L’Opinione” il rituale della colazione al bar con il non ricevibile “che prendi cara?”.

Maleducazione, impazienza, insensibilità e scorrettezza ormai si rincorrono e traggono potenziamento dall’alterato squilibrio del binomio doveri-diritti sempre più proteso in favore di quest’ultimo. In ambito sanitario il diritto da parte della persona malata di esercitare un pur legittimo ambito di autonomia decisionale nei rapporti col medico, la presenza di aspettative sempre maggiori in termini di salute personale, lo stress degli operatori ed il loro numero sempre più ridotto unitamente agli aumentati carichi di lavoro, rendono ragione del prevalere di atteggiamenti di intolleranza, di franca ostilità e di violenza come dimostrano le cronache quotidiane in merito soprattutto alle dinamiche dei Pronto soccorso dei nostri ospedali.

Non è semplice trovare una soluzione a tutto questo. Occorre agire su aspetti strutturali ed organizzativi ma anche, e non in maniera secondaria, sulla capacità di apprendere e comprendere emozioni e fragilità implementando percorsi di umanizzazione e coinvolgendo le associazioni di volontariato. E se intanto iniziassimo rimettendo l’insegnamento della educazione civica nei corsi scolastici delle scuole dell’obbligo?

@vanessaseffer

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Associazione ONLUS

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