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Nuovo regolamento per i vigili “Vietati piercing e tatuaggi”.. a Sorrento

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Novità nel regolamento di polizia municipale adottato dal comune di Sorrento che hanno destato curiosità e stupore. È tassativamente vietata durante il servizio l’applicazione di piercing visibili nonché l’esposizione di tatuaggi

La singolare disposizione non termina qui. Il comune costiero pretende inoltre che eventuali cosmetici, monili ed orecchini, il cui utilizzo è consentito solo al personale femminile, dovranno per forma, dimensioni e colore essere compatibili con il decoro della divisa, evitando ogni forma di appariscenza

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La guerriglia in tutta Italia non è da sottovalutare: da Milano, Trento, Roma e Napoli i fatti più gravi. Ma è solo l’inizio. Lavoro, Scuola, Fame, Povertà.

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Cancellieri: puniro’ i poliziotti violenti ma piazza rispetti legalita’

I lacrimogeni lanciati dal ministero nel video di Repubblica.it

I lacrimogeni lanciati dal ministero nel video di Repubblica.it

Cancellieri: puniro' i poliziotti violenti ma piazza rispetti legalita'“I poliziotti responsabili di abusi verranno puniti. E questo per rendere onore e merito agli altri loro colleghi che sono la maggioranza e nei cui confronti è necessario che tutto il Paese nutra il rispetto democratico che meritano”. Lo afferma in una intervista a Repubblica il ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri, dopo aver visto alcune immagini pubblicate dal quotidiano on line delle ‘manganellate’ ad un manifestante da parte di alcuni agenti, e sottolineando che “la violenza su un inerme è intollerabile e ingiustificabile”.”Questo poliziotto – aggiunge riferendosi alle immagini del video – sarà identificato subito. Faremo le dovute valutazioni e ne trarremo le conseguenze disciplinari. E lo stesso varrà qualora altre immagini dovessero documentare comportamenti simili. Su questo punto non ci sono né se né ma. Il monopolio della forza è democratico se la forza è esercitata nel rispetto della legalità”. Per il ministro dell’Interno, “è giusto che il lavoro della Polizia avvenga nella massima trasparenza” e “sono stata la prima a complimentarmi per la scelta di mettere online le immagini girate dalla Scientifica”. E sull’ipotesi di identificare i poliziotti con il numero di matricola sulla divisa, Cancellieri dice che si tratta di una “questione delicata, ma da valutare”.

Gli studenti “che a migliaia sono scesi in piazza esprimono le loro ragioni. Per questo vanno difesi nella loro libertà di manifestare. Ma questo può avvenire solo in una cornice di legalità complessiva“. Perché, ad esempio, ha ragione Piero Fassino: “A Torino ci sono stati gesti da squadristi. E non è la prima volta purtroppo”. Riflettendo sul suo ruolo, Cancellieri sottolinea che “c’è un dato indiscutibile, la sottoscritta, come gli altri colleghi di questo governo, non solo ha una storia da tecnico ma è sola” perché “sono espressione di una maggioranza parlamentare che è solo numerica. E spesso questo non è proprio un vantaggio”. Quanto alle parole di Beppe Grillo nella ‘lettera al soldato blu’, si è trattato per il ministro di parole “da irresponsabile”, un esempio “di sciacallaggio politico”.

Fa discutere inoltre un video pubblicato da Repubblica.it che mostra lacrimogeni lanciati dal ministero della Giustizia sui manifestanti a Via Arenula.

“Fate valere le vostre legittime proteste, ma con il massimo sforzo di razionalità perché solo così potremo portare il paese fuori dalla crisi”. Lo afferma il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

SCONTRI IN TUTTA ITALIA, FERITI E ARRESTI – Decine di migliaia di persone hanno manifestato ier in tutta Italia per lavoro e scuola. Episodi di guerriglia urbana si sono registrati a Roma, Torino, Milano e Padova. Decine di agenti feriti, otto manifestanti arrestati e altri otto denunciati nella Capitale. Subito diffuse sul web le immagini dei tafferugli. E, in serata, la “ferma condanna” delle violenze da parte del ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri, che ha espresso “apprezzamento” per l’operato delle forze di polizia.

E’ Roma il teatro degli episodi più gravi. Diversi i cortei in azione, tra studenti e lavoratori. Il primo focolaio di tensione quando un gruppo di militanti di Blocco Studentesco ha tentato di forzare un cordone di sicurezza per arrivare a Palazzo Chigi. Dopo un lancio di sassi contro le forze dell’ordine c’é stata una carica di alleggerimento. Scene di vera e propria guerriglia urbana poi sul Lungotevere tra polizia e corteo degli studenti, dopo un fitto lancio di pietre e bottiglie da parte di questi ultimi, che hanno anche divelto pali segnaletici e lanciato bombe carta. Coinvolta anche la sinagoga, davanti alle quale, ha lamentato il presidente della Comunità ebraica, Riccardo Pacifici, sono stati urlati slogan contro Israele, pro Saddam ed esposte bandiere palestinesi. Jeep blindate hanno poi disperso i gruppi più violenti. Ma c’erano anche tanti adolescenti all’esordio in piazza, scioccati ed impauriti dagli scontri. Oltre 140 le persone identificate e più di 50 i fermati, ha riferito il questore di Roma Giuseppe Pecoraro, spiegando che “sono stati sequestrati petardi, martelli, mazze, scudi e caschi, a dimostrazione del fatto che c’era chi voleva esclusivamente dimostrare con violenza il proprio dissenso”. Pecoraro ha poi espresso “fiducia nell’autorità giudiziaria perché questi comportamenti, ove provati, siano sanzionati severamente”. Il presidente della comunità ebraica della Capitale ha protestato per i cortei davanti alla sinagoga, mente il sindaco Gianni Alemanno è tornato a chiedere al Governo una regolamentazione delle manifestazioni in città. “La presenza di tutti questi cortei – ha detto – è inaccettabile”.

A Torino tre poliziotti sono rimasti feriti. Il più grave è stato accerchiato davanti alla sede della Provincia da una ventina di giovani, armati di bastoni e mazze da baseball, che hanno poi occupato il palazzo dell’ente. L’agente ha riportato diverse ferite al volto ed al braccio

A Milano danneggiate vetrine e banche: l’ingresso di una filiale Deutsche Bank è stato cosparso di letame. ‘Stay choosy’, si leggeva su uno striscione che parafrasava il ministro Fornero e Steve Jobs. In corso Magenta scontri tra il corteo degli studenti che ha tentato di sfondare il cordone di agenti ma è stato respinto. Altri tafferugli all’interno della stazione ferroviaria di Porta Genova. Panico tra i cittadini che aspettavano i treni. Il bilancio è di 5 agenti feriti.

A Napoli gli studenti hanno occupato per circa un’ ora i binari della Stazione Centrale. Non si sono registrati incidenti. Analoga protesta a Palermo da parte di un gruppo di studenti e lavoratori. A Padova tre poliziotti sono stati feriti da bombe carta. Diversi i momenti di tensione con la polizia che ha caricato per respingere il tentativo di alcune decine di giovani dei centri sociali di entrare nella stazione ferroviaria. A Bologna blitz del collettivo degli studenti con lancio di uova e invasione della sede della Cisl. Uova anche contro alcune banche. A Firenze dal corteo di Cobas e studenti sono stati lanciate uova contro la sede di Bankitalia e le vetrine di due istituti di credito.

Da ANSA.it 16/11/2012

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Quando lo sport diventa un incubo

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Quando lo sport diventa un incubo - Vanessa Seffer

Voleva tutto e ha perso tutto Alex Schwarzer.. Ma era solo lui che voleva tutto? Perché dopo aver visto l’intervista integrale dell’atleta, due giorni dopo l’esplosione del caso e l’averne sentite di tutti i colori su di lui, ho subito pensato che gli interessi intorno ad un campione, sono miliardari ed oltre allo stesso c’è una famiglia, una compagna, una sfilza di allenatori e preparatori, più o meno in buona fede, anche di amici (andiamo!), di sponsors che guadagnano su questo, e per anni mettono una pressione che non ha limiti, trasformando il piacere dello sport, quindi una passione, in un vero incubo.
Non tutti reggono evidentemente. Non tutti gli sportivi hanno capacità imprenditoriali. Se uno qualsiasi si mettesse a dirigere l’Harry’s Bar di Via Veneto probabilmente fallirebbe nell’arco di una settimana, specie di questi tempi. Per ogni cosa ci vuole stoffa e non tutti ce l’hanno. Si può averla per correre i 50 Km, allenarsi duramente, ma non per reggere in eterno il carico di non vedere la famiglia per mesi o gli amici, la propria ragazza se non una volta al mese.
Quando certi sacrifici li fai poi per 20 anni è come se avessi fatto vent’ anni di galera. Se lui, Schwazer, l’ha vissuto così ad un certo punto, non possiamo farci niente. Non si può ignorare l’SOS che un figlio ti lancia ad un certo punto e Alex dopo Pechino lo aveva fatto, aveva detto a sua madre disperatamente e più volte che non ce la faceva più.  Sicuramente lo aveva detto anche ad altri. Ma nessuno lo ha ascoltato.
Questo ragazzo è felice di essersi levato un peso. L’ho visto con la testa bassa e piangere nella prima mezz’ora della sua intervista, sembrava più una deposizione. Si vergognava. Ha usato proprio questa parola con fare liberatorio. Ha distrutto consapevolmente una vita di sacrifici. Ha cancellato agli occhi del mondo anni di rinunce personali. Ha scagionato persone che non c’entravano niente, dando solo a se stesso la colpa della scelta dell’assunzione delle sostanze che sono state rilevate, poi finalmente ha alzato la testa e ha cominciato a respirare, sembrava pensasse che da quel momento poteva sopportare qualunque cosa. Era finalmente libero dai suoi aguzzini, da chi lo aveva tormentato, costretto, non compreso e convinto ogni volta lui volesse rinunciare ad aspettare ancora un po. Finalmente libero da chi se n’è fregato di fare di lui una macchina per i soldi.

Mi viene in mente un articolo letto su La Repubblica di alcuni giorni fa: riguardava il più grande nuotatore della storia olimpica, Michael Phelps. 22 medaglie. Una stella che dopo aver vinto la sua ultima gara l’altro giorno, la staffetta mista, ha lasciato per sempre la carriera sportiva. Ha detto “adesso devo cominciare a vivere”. Phelps ha solo 27 anni e ha cominciato a 7 anni ad essere accompagnato dal padre e dalla madre, separatamente perché divorziati, in piscina. Ogni giorno dopo la scuola. Anche per lui, quindi, niente vita. Aveva paura di nuotare da piccolo, fino a quando non l’ha superata (iniziando con il dorso) ed è diventato il più grande di tutti. Ma esserlo diventato è stata una condanna, perché i coetanei lo trovavano antipatico, pertanto Michael non aveva amici. Uno che vince non sempre ha amici. Aveva i brufoli sulla faccia quando ha cominciato a vincere medaglie pesanti, quindi lo prendevano anche in giro. Quante invidie e quanti sospetti su di lui, sui suoi allenatori, sui preparatori.

Adesso tutti tengono gli occhi puntati sui cinesi e sull’altra stella nascente, l’americana Katie Ledecky.

Non abbiamo più molto per cui sognare noi comuni mortali, ci stanno rubando ogni cosa, il futuro, il lavoro, abbiamo solo incubi. Ogni nazione ha i suoi, quindi lo sport e questi giovani dei dell’olimpo ci aiutano a superare qualche tensione, a sciogliere i turbamenti della quotidianità di questa estate così lunga e calda. Ma quanto costa a questi ragazzi! Come ha detto Alex, ci si prepara tutto l’anno, ogni giorno per ore, ripetendo sempre le stesse azioni, per fare una sola gara. Se questa va bene allora il merito è di tutta la squadra. Se questa va male allora il problema è dell’atleta che è “debole di testa”. E tutti i sacrifici di una persona che si dedica e mette in gioco la sua vita non sono serviti a niente. Quanto vale la vita di una persona?
Alex spera di avere una vita e un lavoro normale, di essere giudicato senza sconti di pena e di liberarsi di un “peso” terribile. Sa di aver commesso un errore fatale che ha rovinato tutta la sua carriera.

Vanessa Seffer

Da Palermomania.it

del 9/8/2012

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Francesi, mezze calzette!

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FRANCESI, MEZZE CALZETTE!

Ma no, no, no! Com’è possibile che in Francia, terra che ha dato i natali a Volterre, Molière e Brigitte Bardot, possa concepire le mezze calzette! Proprio dei calzini corti stiamo parlando, quelli che terminano alla caviglia o poco più sopra, per cui solo una cosa è ancora più terribile, i calzini bianchi, il peggio del peggio, se non portati per ragioni sportive. In Francia è difficilissimo trovare calze da uomo lunghe, in compenso dei corti se ne trovano di tutti i colori, materiali e fantasie. L’ultima moda: il calzino bicolore, quello con la punta e il tallone di colore diverso, in contrasto.
Mon Dieux! I calzini corti da uomo sono una cosa terribile, la Waterloo dell’eleganza. Si capisce molto degli uomini che si agghindano con i “pedalini”. Ma i francesi continuano a portarli come se nulla fosse. Basta fare un giro sui mezzi pubblici, la metropolitana o il centro di Parigi, perché si intraveda un pezzo di pelle nuda fra la colpevole calza e il pantalone tirato su dalle pieghe che, ad una certa ora, causa la stanchezza di una lunga giornata di lavoro, non ne vuol sapere di rimanere al suo posto.
Un povero immigrato italiano, in Francia, non ha molte speranze di trovare le calze giuste da indossare, sebbene un italiano vero non cederà mai alla perversione del tragico calzino corto o peggio del calzino con i sandali, prerogativa dei tedeschi.
Per fortuna si vede una luce in fondo al tunnel: il noto giornale Le Monde si sta occupando della gravosa faccenda, proponendo un editoriale molto chiaro e portando i lettori a comprendere che non è chic mettere in bella vista un pezzo di tibia, visione sgradevole imposta da chi porta il calzino a mezz’asta, che sembra più che altro rimasto vittima di un errore di programmazione della lavatrice . Pertanto si spera in una veloce redenzione del popolo francese che se vuol dettare regole di buon gusto dovrà ispirarsi al gusto tutto italiano della calza lunga e scura, blù o nera, adottati dai politici come Sarkosy e il suo antagonista aristocratico De Villepin;
E. Balladur osava anche con le calze rosse, ma veniva ripreso da F. Fillon, l’ex primo ministro di Sarkò, che compra le sue calze da Gammarelli, il celebre negozio romano specializzato nel vestire da secoli Papi e Cardinali, quindi chic per forza.
Di Hollande non sappiamo, ma non avendo ancora esposto pezzi di tibia, possiamo supporre che usi la calza lunga.
Così Le Monde cita gli italiani come esempio da imitare, poiché riguardo ai calzini striminziti abbiamo molto da insegnare(pochi italiani osano oltraggiare la propria mise con la mezza calzetta). Almeno coi calzini il nostro spread è alto.

Vanessa Seffer

da Palermomania.it

7/6/2012

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Franco Restivo, l’Autonomia ‘felice’

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Di Pasquale Hamel

In questi ultimi anni, più volte, ci si è ricordati di due dei tre grandi protagonisti del primo tempo, quello che appare più denso di novità, della storia della Regione siciliana. Di Giuseppe Alessi, grande avvocato e passionale personaggio – assurto a modello di come dovrebbe essere, e purtroppo non è, un uomo politico – si sono riempite pagine di giornali e di libri, così come di Giuseppe La Loggia, grande intellettuale e razionale politico, su cui sono stati espressi contrastanti giudizi, si sono commentate e interpretate le scelte e perfino, grazie all’attivismo encomiabile del figlio devoto, è stata eretta una Fondazione onorata, nella giornata inaugurale, dalla presenza del Capo dello Stato.

Di Franco Restivo, che nasceva il 25 maggio di centouno anni fa, a Palermo, illustre studioso di diritto pubblico e guida illuminata di quello che fu definito “Il felice settennio” della storia dell’Autonomia regionale, non solo non si è scritto nulla, non solo non si è dato spazio ad un benché minimo ricordo, ma c’è la sensazione che lo si voglia rimuovere, come una sorta di intruso che possa deturpare l’immagine (sic!), di questa stessa storia. Restivo, consentitemi di affermarlo, è stato vittima illustre di un poco accettabile modo di informare l’opinione pubblica.

A Franco Restivo, che invece vittima è stato di un terribile momento vissuto dal nostro Paese, segnato da quelli che sono stati definiti “anni di piombo”, sono state addebitate colpe non sue e nessuno, proprio nessuno, si è fatto carico di smentire le insulsaggini montate ad arte e ripetute acriticamente da chi avrebbe avuto il dovere di testimoniare la verità.

Qui, però, non vogliamo soffermarci a smentire o a contestare taluni ingiusti assunti divenuti quasi sentenza passata in giudicato. Vogliamo invece ricordare il contributo che, questo “piccolo” uomo erede di una grande famiglia, ha dato alla Sicilia in un momento esaltante della storia dell’autonomismo regionale.

Restivo ha incarnato, meglio di tanti altri, la figura di un moderato che guardava al sociale con grande interesse, che si rendeva cioè conto della necessità di riequilibrare i rapporti fra capitale e lavoro per obbedire a principi di giustizia sostanziale. Ma Restivo era, soprattutto, uomo delle istituzioni, che aborre le visioni palingenetiche, che si attesta sulla barricata di un riformismo capace, convinto com’è che la storia non procede per salti.

 

 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        

 

D’altra parte, la cultura giuridica che l’accompagnava, una cultura giuridica maturata alle grandi scuole di Vittorio Emanuele Orlando e di Santi Romano, non poteva che forgiarne, in questo modo, il carattere. Decisivi, nella sua formazione politica, furono le frequentazioni con Gaspare Ambrosini, con Bernardo Mattarella e Salvatore Aldisio (Foto a destra tratta dall’archivio del Senato). Il primo, ancora un giurista, lo avvicinò al regionalismo; gli altri due, epigoni del popolarismo sturziano, ne indirizzarono il percorso politico. Fatto è che, Franco Restivo, ancor prima che il fascismo crollasse rovinosamente, era già una figura di rilievo fra quelle che avrebbero guidato la Democrazia cristiana e avrebbero condotto la battaglia, vincente, per dare vita a quell’Autonomia regionale, aspirazione insoddisfatta dei siciliani dall’Unità in poi.

Le sue convinzioni, maturate con grande travaglio intellettuale, si espressero in modo evidente già nel corso del convegno della Democrazia cristiana tenutosi ad Acireale nel 1944. In quell’occasione Restivo, cui era stata affidata la relazione ufficiale sull’Autonomia regionale, presentò le regioni come “membrature naturali d’Italia, come la migliore garanzia delle libertà della nazione” e il regionalismo come “processo di democratizzazione, fattore di difesa” e ancora “funzione di equilibrio nella vita dello Stato”.

Il suo regionalismo, come quello di Alessi, Aldisio e altri cattolici ex popolari, rigettava dunque l’ipotesi separatista avanzata dal Mis (Movimento indipendentista siciliano) e sposava l’idea sturziana della “Regione nella nazione”. Non meraviglia, dunque, il trovare la sua firma nell’appello che molti intellettuali rivolsero ai responsabili dell’A.M.G.O.T ,contro il velleitarismo separatista.

Restivo, per i suoi meriti scientifici e per la qualità delle sue opzioni politiche, fece parte della Consulta regionale che avrebbe elaborato lo Statuto regionale, offrendo un grande contributo sia sul piano politico che su quello tecnico. A lui si deve la specificazione, inserita nel primo comma dell’art.38, laddove si rinvia alla redazione di un piano economico per l’utilizzazione del fondo di solidarietà nazionale.

Nel 1946, Restivo venne eletto alla Costituente nelle fila della Democrazia cristiana, ma rinunciava il 13 novembre successivo perché convinto che il suo impegno, politico e culturale, dovesse essere rivolto alla nuova istituzione regionale. Il 20 aprile del 1947 è, infatti, eletto deputato all’Assemblea regionale siciliana e chiamato a far parte, come vicepresidente e assessore alle Finanze, del 1* governo guidato da Giuseppe Alessi.

Le notevoli difficoltà che si accompagnarono a quella stagione, furono vissute, dai suoi protagonisti, con l’entusiasmo e la passione dei neofiti, stati d’animo che condivise anche Franco Restivo il quale, tuttavia, come pochi altri, li elaborò avendo i piedi fermamente piantati a terra. Restivo aveva chiaro, infatti, il quadro delle resistenze che settori autorevoli della dirigenza nazionale mostravano nei confronti della neonata istituzione. Pesava, come un macigno, la considerazione che si corresse il rischio, in un momento difficile della vita nazionale, di rompere l’unità finanziaria dello Stato, come andava affermando Luigi Einaudi riferendosi all’Autonomia regionale siciliana.

Restivo, da moderato, si schierava sulla barricata della mediazione rispetto alle animosità di Alessi che si concludevano con le sue dimissioni nel dicembre del 1948. Le dimissioni del primo presidente della Regione siciliana aprivano la strada a Franco Restivo, l’uomo che, per sette anni circa, il cosiddetto “Felice settennio”, avrebbe guidato le sorti della Regione. Restivo, con la sua coalizione di centrodestra, assicurò stabilità alla Regione in un tempo caratterizzato da fortissime tensioni ideologiche che, naturalmente, si ripercuotevano sull’azione di governo.

Nonostante il clima non certo favorevole, Restivo con i suoi governi riuscì, fra l’altro, a portare in porto una riforma epocale. Contribuiva all’approvazione della riforma agraria, aspirazione secolare dei contadini siciliani, una riforma che, seppur con grandi limiti dovuti a pregiudiziali e vincoli ideologici, ha avuto il merito di cancellare “la Sicilia del latifondo”, determinando processi di mobilità sociale assolutamente inaspettati.

Restivo, inoltre, si impegnò, attraverso il varo di provvedimenti settoriali, a consolidare la struttura economica regionale dotandola di quel minimo di infrastrutture di base senza le quali sarebbe stato velleitario parlare di processi di sviluppo.

Un giudizio su Restivo, dettato da passioni ideologiche e sicuramente immeritato, lo dà Emanuele Macaluso quando lo definisce “una frontiera contro il progresso della Sicilia”. Macaluso, molto settario nel tempo in cui scrisse tali frasi, dimenticava la serietà dell’impegno dell’uomo e la sua forza nel “respingere – lo scrive un feroce antidemocristiano come Michele Pantaleone – l’amicizia con i boss della mafia” fatto allora comune a molti politici, comunisti non esclusi.

La parabola di Restivo in Regione si chiuse nel 1955 quando, rieletto deputato e riproposto come presidente della Regione, venne clamorosamente bocciato dal voto d’Aula. Con senso di grande equilibrio, piuttosto che insistere, si mise da parte aspettando le consultazioni nazionali. Nel 1958 sarà infatti eletto deputato nazionale, iniziando un nuovo cursus honorum che lo vedrà ministro della Repubblica in importanti dicasteri.

A conclusione di questo breve profilo, mi piace evidenziare che a Franco Restivo, dimenticato dai più, si deve il consolidamento di quell’Autonomia regionale che molti dei suoi successori avrebbero, poi, degradato a mera struttura di potere e, perfino, a luogo di malaffare.

 

PH

 

Da LinkSicilia del 25 mag 2012

Foto in alto tratta da forum-auto.com

 

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UNITI NEL MEDITERRANEO: FORUM INTERNAZIONALE

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UNITI NEL MEDITERRANEO: FORUM INTERNAZIONALE

 

Il Forum che si è appena concluso a Palermo a Palazzo Abatellis, in concomitanza delle celebrazioni del 66° anniversario dello Statuto siciliano, si interrogava sulle nuove politiche e sui cambiamenti da adottare nel Mediterraneo e nel Mondo. Poi un Premio intestato ad Al Idrissi, il traghettatore, il grande cartografo del XII secolo, una grande personalità che ha permesso di diffondere cultura nel Mediterraneo, premio fecondo destinato ad essere sempre più grande perché premia una persona del Maghreb, una del Mashreq, una della Sponda Nord del Mediterraneo e una della Sponda Sud.
Nel 2006 si erano tracciate delle linee politiche relative alla distribuzione delle risorse che a causa del cambiamento attuale dgli scenari non sono più proponibili, prtanto occorrono nuovi propositi, dal momento che da adesso al 2020 gli scenari mondiali saranno ulteriormente mutati.
Molte di queste decisioni dovranno essere adottate da una Presidenza “mediterranea” dell’UE, compreso quelle delle risorse del bilancio fino al 2020 , quella di Cipro inizierà dal prossimo 1° luglio.
Di questo e molto altro si è discusso a Palermo, in occasione del Premio Al Idrissi, con le istituzioni locali, statali e comunitarie, ma anche con esponenti rappresentativi delle nuove società civili, protagonisti del cambiamento.
Proseguendo il dibattito già iniziato a Catania lo scorso dicembre, l’obiettivo di questa manifestazione è di proporre un metodo di democratizzazione dei Paesi della Sponda Sud per consentire all’Europa di ristabilire rapporti di fiducia e credibilità oltre che di attrazione politica ed economica con i Paesi emergenti come la Cina, che hanno individuato come gli USA,  nel Mediterraneo da tempo la “porta” dell’Europa.
Ha aperto i lavori personalmente il Presidente della Regione Siciliana On.le Raffaele Lombardo. Sono intervenuti per il Parlamento Europeo: Francois Alfonsi  membro della Comm.ne sviluppo regionale e dell’Assemblea parlamentare per il Mediterraneo; il Vice Presidente del Comitato delle Regioni della UE: Ramon Luis Varcacel Siso; Il Presidente Gruppo di Lavoro Maghreb-Mashreq EEAS: Fabrizio Di Michele; Comitato Economico e Sociale della UE: Roberto Confalonieri; Capo di Gabinetto per gli Affari Europei Governo Italiano: Francesco Tufarelli.

Gli Alti Rappresentanti Istituzionali intervenuti dal Brasile; dalla Cina con il Ministro Plenipotenziario Zhang Junfang; l’Ambasciatore del Regno del Marocco Hassan Abouyoub; Vladimir Korotkov Console Generale di Russia; l’Ambasciatore della Turchia; il Console Generale USA Donald l. Moore; il Ministro Plenipotenziario Mario Boffo Direttore Centrale del Ministero degli affari Esteri per i Paesi del Mediterraneo e del Medio Oriente; coordinati dall’Ambasciatore d’Italia Umberto Vattani anche Segretario Generale del M.A.E.
Dopo alcuni interventi il coordinamento è stato brillantemente sostenuto dall’assessore regionale Mario Centorino all’Istruzione e alla Formazione, poi la lunga giornata è stata presieduta e coordinata dal Magnifico Rettore Roberto La Galla.
La sera si è conclusa con una cena di benvenuto offerta dal Presidente della Regione Siciliana a Villa Malfitano.
La seconda giornata ha visto partecipi organismi associativi che hanno discusso con le Istituzioni internazionali per il rilancio della Politica Euromediterranea.
Sono intervenuti: l’ALDA con il Segretario Generale Antonella Valmorbida; l’ARFE con il Segretario Generale Martin Guillermo Ramirez; il COPPEM con il Segretario Generale Lino Motta; il CRPM con il Segretario Generale Eleni Marianou; l’ENPI CBC MED con Martin Heibel; l’EEAS, servizio Europeo Relazioni Esterne con Fabrizio Di Michele.
La seconda parte della mattina ha visto la parte più emozionante del percorso dei due giorni coordinata dal Professor Mohamed Aziza, Segretario esecutivo del Premio e Direttore generale dell’Osservatorio del Mediterraneo.
La proclamazione e la consegna ai vincitori del Premio Internazionale Al Idrissi a:
Khèdidja Belhadi (Algeria), Presidente dell’Associazione Donne manager e Imprenditrici Algerine AME e membro fondatore dell’Associazione Internazionale Menabusiness Women Network.
Ekmelddin Ihsanoglu (Turchia), Segretario Generale dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica (OCI), ci ha detto che “il Mediterraneo ci circonda, come disse Brodel la Storia della civiltà è una Storia di prestiti, e i prestiti più importanti arrivano dal Sud al Nord del Mondo e tutto da sempre si muove così”.
Ghassan Salamè (Libano), Ex Ministro della Cultura del Libano, ex Consigliere del Segretario Generale dell’ONU Dott. Koffi Annan, che ha dichiarato “ sentirsi a casa propria nelle due sponde del Mediterraneo come mi sento io, in Tunisia e in Sicilia, il gusto dell’olio, l’azzurro del mare, creano una magìa. Non sono forse veramente degno di questo premio, ma farò di tutto prossimamente per rendere più attiva questa comunità culturale”.
Ramòn Luis Valcarel Siso (Spagna), Presidente della Comunità Autonoma della Regione di Murcia e Pres. designato del Comitato delle Regioni della UE, ha detto riferito che “c’è un detto in Spagna, non è educato chi non dice grazie, ci dice un sentito grazie, perché si sente onorato per questo Premio, perché questo nostro mare è senza frontiere, unisce le persone, è senza muri, apre porte, fabbrica ponti, non ha barriere, ponti di persone che hanno sogni, bisogni, esigenze. Dobbiamo generare qualità di vita con la nostra capacità politica. L’ARLEM non è un capriccio dei politici, ma un impegno per fare del Mediterraneo un centro importante del Mondo, perché le rive del Mediterraneo possano crescere bene nel rispetto delle culture a cui non dobbiamo rinunciare”.
Per le Menzioni speciali una a Jacques Diouf del Senegal, Ministro Consigliere del Presidente della Repubblica del Senegal, già Direttore della FAO, che ha ricordato che “il vino nero è necessario alla farina bianca, dobbiamo mischiarli e che noi ci ispireremo a voi”.
Un altro prestigioso Premio alla memoria è andato a Mohammed Arkoun (Francia – Algeria) uno dei più grandi studiosi islamici del XX secolo, Professore a La Sorbonne, ed è stato ritirato dalla vedova, sig.ra Touria Yacoubi Arkoun, che ha raccontato della fondazione a nome del marito in Marocco, aperta con l’aiuto di Sua Maestà. “Il Marocco, ci ha detto, è un Paese illuminato, grazie alla condotta del giovane Re, ecco perché abbiamo superato la primavera araba senza conseguenze. La Fondazione che ha visto la luce grazie all’aiuto di Sua Maestà ha un centro ricerche che mancava nella Sponda Sud del Mediterraneo. Sta muovendo i primi passi, ma l’iniziativa deve essere seguita da altre”.
Il secondo ed ultimo premio Al Idrissi alla memoria era intestato ad un nome di grande prestigio tutto siciliano, al senatore Ludovico Corrao, ritirato dalla figlia, la Professoressa Francesca Corrao, docente alla Luiss e Presidente della Fondazione Orestiadi di Gibellina fondata dal padre. La Prof.ssa ha raccontato quanto il padre volesse fin dagli anni ’50 apertura verso i Paesi del Mediterraneo e come risposta a coloro che tentavano la fortuna andando in Germania per mancanza di fantasia, li spingeva verso il Marocco o la Tunisia. Poi fondò una città d’arte, Gibellina, unica e anni dopo lasciò un ultimo dono, la Fondazione Orestiadi, un giardino fra due civiltà.
Nessuna intestazione è più indicata per un premio come quella del geografo, cartografo e studioso Al Idrissi, nato nella Sponda Sud del Mondo, creando la mappa più dettagliata del suo tempo, il XII secolo, e dopo aver lavorato per Ruggero II, morendo a Palermo, nella “Sponda Nord”.
I lavori della due giorni palermitana sono stati conclusi dal dirigente generale del dipartimento Affari europei e internazionali della Regione siciliana Francesco Attaguile, che ha espresso “compiacimento per la qualita’ del confronto che si e’ svolto tra i rappresentanti delle numerose delegazioni presenti, auspicando che anche grazie alle sollecitazioni venute dalla Sicilia si possano portare da 12 a 18 miliardi di euro i fondi stanziati per la politica i prossimita’ nel quinquennio 2007-2013”.
“Riteniamo – ha detto a conclusione Francesco Attaguile – che debba essere fortemente incrementato lo stanziamento destinato allo sviluppo dei Paesi confinanti e di questi in particolare ai confini Sud dell’Unione europea, perche’ in passato e’ stato privilegiato il confine ad Est. Bisognera’ poi stabilire quanto andra’ ai programmi multilaterali che riteniamo essere la chiave per creare una vera e propria comunita’ mediterranea e quindi la consapevolezza di una entita’ omogenea che il Mediterraneo puo’ essere dopo l’abbattimento delle dittature”.
Secondo Attaguile, “l’Europa ha bisogno di reimpostare completamente le sue politiche di prossimita’, puntando su un partenariato diffuso e mettendo in campo la forza del vicinato, in cui la Sicilia puo’ trovare un importante ruolo di mediazione e aggregazione. La linea top-down che e’ stato l’approccio del processo di Barcellona – ha concluso Attaguile – è fallita e non decolla l’Unione del Mediterraneo per la sua esclusiva intergovernativita’”.

Vanessa Seffer

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QUANDO GLI UOMINI UCCIDONO LE DONNE

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QUANDO GLI UOMINI UCCIDONO LE DONNE

 

La maggior parte degli uomini non uccide le donne. Ma tante donne vengono uccise dagli uomini. Dall’inizio dell’anno sono 47. Una ogni tre giorni. Nel 2010 sono 127 le donne uccise da un uomo e dal 2005 ad oggi le vittime sono 440.
Femminicidio, non è un errore questa parola, una volta si parlava di uxoricidio, si ammazzava la moglie e si era quasi un eroe romantico, un poveretto da compatire perché aveva tanto amato, aveva ammazzato una parte di sé uccidendo la “sua” donna, quindi aveva compiuto il sacrificio più alto secondo letteratura; ma nel tempo l’amore cavalleresco e l’idea che le donne non si toccano nemmeno con un fiore si è rivoluzionata al punto da far vedere solo le donne forti, ribelli, indipendenti, indomabili e quindi si è acuito un forte senso di inferiorità in certi uomini, per cui  è esploso un fenomeno diverso, che si accompagna a personalità fragili, che hanno paura dell’abbandono, che se perdono la figura che amano, terrorizzati appunto di perderla, piuttosto preferiscono ucciderla. Uomini troppo dipendenti, che dicono di “amare” troppo. Alla larga care donne da chi usa oggi simili parole! Gli uomini che ammazzano le donne non sono dei delinquenti espressionisti, sono dei delinquenti e basta! Ometti piccoli, partner o ex, senza nè arte né parte che si mischiano in una moltitudine di altri senza segni particolari, apparentemente tranquilli a volte, pure perbene per la gente e i vicini di casa, ma che fra le mura domestiche pestano a sangue e massacrano d’insulti le loro compagne, fidanzate, mogli, amanti, figlie, le tormentano e le violentano, sciorinano un repertorio impressionante di fantasie malate, che rendono la vita di queste donne impossibile, misera, paurosa, una tragica realtà di minacce e di botte.
Ma gli uomini ammazzano anche per questioni economiche, perché non vogliono pagare gli alimenti, o non vogliono lasciare la loro casa coniugale, (chissà che non ci metta piede un altro al posto loro), oppure perché la propria moglie sarebbe d’intralcio alla nuova vita che vorrebbe avere con un’altra! Sembra un film.
Rischiamo invece di abituarci a questo fenomeno o allo stolking, si può fare di più, ma facciamolo allora! Spesso definiamo questi omicidi come passionali, ma non c’è niente di passionale in questi omicidi: sono drammi che non hanno altra spiegazione se non nella malattìa.
Secondo l’ultimo rapporto Eures-Ansa le regioni d’Italia dove sono più frequenti i femminicidi sono quelle del Nord. In Lombardia 26 casi dal 2010, in Toscana 15 casi, in Puglia 14, in Emilia Romagna 12. Questi delitti si sono consumati prevalentemente dentro le famiglie.
Fa venire i brividi che nel 2008 sia stato compiuto il 70,7% dei femminicidi e che in contesti familiari siano state uccise 104 donne a fronte di 67 uomini, 21 casi per le vittime della criminalità comune e nessun caso di omicidio connesso alla criminalità organizzata.
Le donne più colpite sono le anziane e quelle fra i 25/34 anni per ragioni passionali, prese di mira comunque per il fatto che si è donne, perché certi comportamenti con altri uomini questi “piccoli ometti” non sarebbero capaci averli. L’aumento delle violenze è anche un atteggiamento mentale nei confronti delle donne che nel pensiero di tanti, potendo oggi liberamente frequentare più uomini, viene vista come una “puttana”; lo stesso fanno gli uomini, ma questo termine non è pensabile per loro che vivono lo stesso atteggiamento come un naturale momento di conquista, “l’uomo è cacciatore” non un puttano, semmai un puttaniere!
Ma cosa si sta facendo per scongiurare il femminicidio che sta assumendo dimensioni incontrollabili? Vengono in mente i casi di Vanessa Russo, di Elisa Claps, Simonetta Cesaroni, Melania Rea, di Vanessa Scialfa di soli 20 anni proprio due giorni fa. Solo per citare i più noti fra centinaia di casi meno noti e non meno importanti, per cui si sono costruite trasmissioni televisive che consentono di parlare di cose come queste, prima mai dette, che aiutano la gente a capire e mettono in guardia. Ma c’è di più: associazioni attive, centri e sportelli antiviolenza nei comuni per sottolineare questi atteggiamenti intimidatori in cui si vive nelle proprie case, una Rete internazionale di donne per la solidarietà, ma soprattutto la presenza della polizia femminile, che è un piccolo esercito di persone fantastiche che non ha bisogno di essere istruito per affrontare il problema, capirne le dinamiche o avere la sensibilità, perché la competenza ce l’ha già.
Vanessa Seffer

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A PALERMO CI FACCIAMO DEL MALE DA SOLI

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A PALERMO CI FACCIAMO DEL MALE DA SOLI

 

Un po’ è l’inedia, decisamente l’invidia, poi la nostra tipica trasognata baldanzosa andatura a sottolineare la nostra figaggine intrinseca, di quando pensiamo di averla combinata a qualcuno e di averla pure passata liscia, come sempre.
Questa è la volta di alcuni piccoli locali palermitani, presi di mira per “differenti” normative con conseguenti contravvenzioni amministrative per motivi sanitari, per avere lavoratori in nero e per aver occupato abusivamente il suolo pubblico. Un lavoro egregio dei vigili urbani che solo in alcuni casi sono stati accompagnati dai NAS che hanno compiuto il loro dovere, e ne spiegheremo il perché, ma che è stato mal interpretato da chi ha riportato le informazioni accomunando senza una logica precisa (o chissà!).
Della quarantina dei locali controllati intanto solo tre sono stati “nominati” sulle testate giornalistiche web, cartacee e televisive, mettendo insieme la vicenda del Tao Cube, che si è macchiato di aver occupato pochi metri di suolo pubblico, un pezzetto di marciapiede e un pezzetto di strada destinato al parcheggio dei motorini (non si fa e non ci sono scusanti neppure per la scrivente), ma che ha prodotto solo un verbale di 158 Euro, poiché nessun altro illecito è stato rilevato all’interno del locale e i quattro tavolini sono stati immediatamente rimossi, insieme alle tre piante che delimitavano quello spazio, con il caso del Cotton Club cui è stata applicata una pena più grave, ossìa la sospensione dell’attività in quanto è stata verificata la posizione irregolare di otto lavoratori, tra l’altro palermitani, praticamente l’80% della forza lavoro del locale. Per non parlare di mettere insieme questi due locali che hanno un certo tipo di problema, che resta sempre e comunque entro certi limiti, ossìa lavorativo-amministrativo, più o meno gravi e sempre differenti fra loro, con altri che nella descrizione di altre testate giornalistiche parlano di giovani arrestati, di diversi locali della movida palermitana ispezionati dai NAS per droga, di personale di certi locali che in seguito alle perquisizioni dei carabinieri sono stati trovati in possesso di dosi di sostanze stupefacenti, di gente che è finita all’Ucciardone, di altri che coltivavano piante di cannabis in casa. Tutto descritto insieme negli stessi articoli, negli stessi pezzi, stessi giornali e stessi passaggi telegiornalistici sputtananti (voglio pensare per leggerezza solamente), che mettono però in difficoltà la gente che cerca di lavorare onestamente e che sebbene abbia sbagliato, non sia stata del tutto alle regole, per cui giustamente deve pagare un’ammenda, sebbene abbia ripetutamente provato a mettersi in regola, come le due ragazze del Tao Cube (ma anche questo non è facile a Palermo) e si siano sentite rispondere “ritornate, adesso non c’è il sindaco, non sappiamo chi deve firmarvi il permesso per il suolo”, non dovevano prendere iniziative personali, non si dovevano “allargare”. Ma nemmeno vanno accomunate a dei farabutti e a degli spacciatori, mettendo a rischio l’intera attività, sentendosi dire quando vanno in giro “come vi è finita, vi hanno messo i sigilli.. ma quando riaprite!” ma quali sigilli, non hanno mai dovuto chiudere, ma la gente che ha letto ha messo tutto insieme e chi le ripaga di questo? Il prezzo del loro errore (158 Euro) è stato pagato! Avere un’attività anche piccola con i tempi che corrono è un’impresa titanica, dovremmo essere accudenti, protettivi nei confronti di queste realtà e ringraziare perché hanno il coraggio nonostante di stare lì e provare.

Avete notato che da quando non c’è più Roney Palermo è orfana di un posto dove trascorrere qualche ora, dove passare un po’ di tempo, incontrarsi? Quanto piaceva ai palermitani di stare in quella vetrina in pieno centro! Nessun altro posto è riuscito veramente a supplirlo, un po’ per la location, ma soprattutto per il tempo lungo da cui veniva, per come ci ha accompagnato negli anni, nei decenni, siamo cresciuti con quella pasticceria, dove si faceva colazione, il brunch, il thè, i pasti da portare via. Quanti piccoli e grandi posti aprono e chiudono tentando di dar vita alla città, di essere un riferimento, un punto di aggregazione, un luogo dove ci si possa sedere in santa pace e star lì per essere visti, ascoltati o al contrario per passare inosservati e lasciar passare il tempo.
Non c’è pietà né il buon gusto di lasciar vivere gli altri, di provare, di capire che c’è spazio per tutti, che se aprono tanti locali e se si aiutano a mantenerli vivi, la città e tutti noi ne avremmo un vantaggio. Le più grandi città europee e del mondo hanno migliaia di locali, pure uno accanto all’altro, e tutti convivono e fanno muovere energia, moneta, turismo, mode, musica, gente.
Da noi regna sovrana l’invidia. Questo è il nostro problema.
Anche adesso che si parla di suicidi perché ogni giorno chiudono a mazzi le attività lavorative, non si arriva a fine mese, c’è disperazione. Non c’è pietà né solidarietà per l’essere umano.
Vanessa Seffer

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“CADUTI” PER IL LAVORO

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“CADUTI” PER IL LAVORO

 

In Italia nel 2010 sono 187 le persone che si sono tolte la vita per motivi finanziari ed economici. Dall’inizio del 2012, quindi in soli quattro mesi solo in Veneto sono 30 gli imprenditori che si sono suicidati, tutti intorno ai 40 anni. Non per debiti, ma per crediti che non riuscivano a riscuotere, quindi poi questi si sono trasformati in debiti verso gli operai che dovevano essere pagati e verso i fornitori. A fine marzo un operaio a Verona si è dato fuoco davanti al Municipio perché senza stipendio da quattro mesi. Pochi giorni prima un piccolo imprenditore edile a Bologna si è ucciso vicino la sede della Commissione tributaria. Ma anche al sud abbiamo numerosi esempi e non solo fra imprenditori, come nel caso della signora di Gela che si è gettata dal balcone dopo essersi vista decurtare 200 Euro dalla pensione; un altro pensionato a Bari ha fatto lo stesso dopo la richiesta dell’INPS di restituzione di 5mila Euro.  Imprenditori che s’impiccano nei loro capannoni, curandosi di farlo fuori gli orari di lavoro o nei giorni festivi, lasciando biglietti di richiesta di perdono, persino al fisco. Il nostro sistema economico e sociale strutturato sul debito è diventato obiettivamente insostenibile. Ma la colpa è anche un po’ nostra. Quanti elettrodomestici, automobili, televisori grandi come cinema, telefonini da 700/800 Euro, sono stati comprati a rate, oppure prendi oggi e paga fra sei mesi? Questo è solo uno degli esempi penosi in cui ci siamo fatti incastrare stupidamente, come Pinocchio e l’amico suo nel paese dei balocchi.  E’ vero. La politica sta facendo il suo gioco. Ma noi non abbiamo fatto nulla per fermare questa ondata malefica che ci sta travolgendo, da anni. Ci stava bene così, abbiamo preso fino a quando abbiamo potuto, ci siamo fatti raccomandare per ottenere il documento, per passare avanti in ospedale, per farci togliere la multa.
Così adesso ci troviamo in un vortice infinito di nefandezze da cui non sappiamo districarci.
Per anni si è vissuti al di sopra delle proprie possibilità, tutti quanti, soprattutto il mondo imprenditoriale che poteva accedere a crediti e a finanziamenti con tranquillità. Ciò che contava tanto era far crescere i consumi, soprattutto delle cose inutili e superflue. Oggi le banche non concedono più prestiti. Esagerando anche, perché non si fanno differenze fra coloro che potrebbero mettere su un’impresa o portare avanti un’azienda dignitosamente e chi invece non merita niente. Non è compito di una banca fare queste distinzioni. Così è aumentata la richiesta di denaro facile ad altri soggetti, dal 17% del 2007 al 35% del 2010. Secondo l’associazione dei Contribuenti italiani sono aumentate del 217% le famiglie che si sono super indebitate e nel 2011 i casi di usura sono arrivati al 148%.
Il momento è davvero troppo delicato. Troppi sacrifici imposti agli italiani, che reagiscono uccidendosi, dal governo che li ritiene dei “danni collaterali”.
Uno stillicidio di persone che si sta immolando per disperazione, segnale di resa e di solitudine assoluta, ma anche di rivendicazione estrema di dignità.
Il Paese al momento vive secondo la logica delle banche e delle assicurazioni, non secondo gli interessi reali dei cittadini, e la nostra è un’ignoranza colpevole che non va giustificata. Dovremmo scendere in piazza e pretendere il rispetto dei nostri diritti manifestando senza violenza ma con fermezza assoluta, per i nostri figli specialmente, a cui hanno rubato il futuro, per cui non c’è più niente da sognare.
L’usura che sempre di più travolge migliaia di cittadini, le banche che non intendono venire incontro, il processo produttivo completamente paralizzato, le aziende che chiudono licenziando centinaia di dipendenti, i giovani che non hanno lavoro e che non ne troveranno mai di questo passo se non sono il figlio o il nipote di “qualcuno”, la qualità della vita sempre più misera.
Perdere il lavoro significa perdere il proprio posto nel mondo. Ci si sente abbandonati da tutti. Ci si sente traditi da questa politica che non pensa ad altro che ai propri interessi, a quelli di pochissimi nel mondo, di pochi banchieri, mega imprenditori e massoni.
Ai piccoli imprenditori e ai professionisti onesti non mancano le commesse, ma la fiducia delle banche. Ci vuole poco per finire in mano agli strozzini, e da lì il precipizio.
Mentre si blatera di articolo 18, l’effetto della crisi è coscienza sempre più diffusa (viene da pensare alla Grecia dove il numero dei suicidi lì non si conta più).
Occorre riprendersi il futuro, difendere la dignità dell’essere umano, i diritti delle persone a soddisfare i bisogni primari, dell’essere individui, di crescere i nostri figli e di dare loro un futuro dignitoso, un’istruzione, una sana educazione al rispetto dei valori umani. Tutte cose che l’attuale governo sta mettendo da parte, sta sacrificando per altri scopi che ci obbligano a decidere nell’immediato di fare qualcosa e a non vederci spettatori passivi della nostra rovina.
A Bologna entrerà in funzione dal prossimo 24 aprile un Telefono Amico che ha un numero provvisorio: 051. 4172311 al quale risponderà una squadra composta da uno psicanalista, un avvocato e un commercialista. Una specie di pronto soccorso per coloro che nella disperazione a causa delle tasse o stritolati dalle scadenze pensano di farla finita. Un’idea di Confartigianato di Bologna per raccogliere il grido disperato dei piccoli imprenditori. Si sa che i prossimi mesi saranno addirittura quelli più difficili e il problema sarà destinato ad acuirsi.

 

Vanessa Seffer

 

Da Palermomania.it del 21/4/2012

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Marianna Caronìa, fa politica senza guardarsi indietro

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Marianna Caronìa, fa politica senza guardarsi indietro

La nostra ospite, cari web ascoltatori/lettori questa settimana, è il deputato regionale Marianna Caronìa, che ci ha spiegato perché si è candidata a sindaco di Palermo. Lei è mamma di una bimba di due anni e mezzo, moglie e fa il politico tra le fila del PID, ma è proveniente dall’MPA di Lombardo.
Dietro la sua porta fervono i preparativi per una candidatura che vedono con lei coinvolte decine e decine di persone del suo staff, oltre quelle che attendono dietro la sua porta per incontrarla, come si faceva per gli onorevoli di una volta, che si aspettavano fino a tarda sera se era il caso, perché lei è lì ed ha una parola per tutti.  La sua squadra, che riga dritto credetemi come poche che ho visto, ha molti giovani e donne al seguito.
Marianna non si considera un’ outsider della politica. Siede nell’ultima fila dei banchi dell’ARS, per sua scelta, per dare un segnale di non condivisione verso il partito con cui ha fatto un lungo percorso. Ma adesso sembra essere da sola in quest’avventura verso la poltrona a sindaco della città. I suoi striscioni e manifesti hanno rivestito la città già da un paio di mesi, troneggiano su balconi centrali e sembrano dire che lei è tranquilla del risultato. Lei ha dato le dimissioni da vicesindaco della città a causa dei disaccordi riguardo alle decisioni che Cammarata, ex sindaco di Palermo, prendeva sulle aziende municipalizzate AMIA e AMAT, pertanto le abbiamo chiesto cosa farebbe se lei fosse il sindaco a riguardo e come affronterebbe quindi questo gravoso disastro.
Le abbiamo anche chiesto delle licenze dei taxi che stanno diventando una competenza del Comune e di come intenderebbe parlare con questa categoria di lavoratori della questione; inoltre di illustrarci i punti più salienti del suo programma.
La comunicazione per Marianna ha assunto un ruolo determinante. Lei è atttiva sui social network, anche se il suo modo preferito d’incontrare la gente resta quello tradizionale, di persona. Se ne va in giro con un camper per questa ragione, per parlare con la gente in modo diretto, per strada. I cittadini sentono molto il bisogno di confrontarsi, di suggerire ai diretti interessati cosa non va e di conoscere chi andrà a votare.
Marianna ci ha promesso che i suoi manifesti saranno apposti negli spazi preposti all’affissione, mai altrove.

Vanessa Seffer

Da Palermomania.it    29/2/2012

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