La frequenza delle aggressioni che i medici e gli operatori sanitari subiscono descrive un fenomeno ormai cronicizzato. Il numero delle violenze fisiche, verbali e morali rappresenta una vera e propria emergenza sociale cui non si riesce a fare fronte. Una grande sfida per la tutela dei camici bianchi, ma anche per la sicurezza dei cittadini. Ne parliamo con il dottor Antonio Magi, presidente dell’Ordine provinciale dei Medici-chirurghi e odontoiatri di Roma.
Cosa si può fare perché i medici non siano lasciati soli?
Qualcosa come Ordine abbiamo fatto. Ho da tempo convocato tutti i direttori generali delle aziende ospedaliere, le direzioni sanitarie e l’assessore alla Sanità. Sono venuti da noi all’Ordine dei medici per discutere sul da farsi riguardo alle aggressioni. Ho fatto vedere loro i numeri raccolti tramite Inail. Quindi i casi denunciati, che sono la punta dell’iceberg, perché la maggior parte, non vengono denunciati se non ci sono situazioni davvero eclatanti. È stato istituito un tavolo di confronto fra Osservatorio nel Lazio, dove operano i responsabili di tutte le aziende compreso i Risk management e l’Ordine dei medici. Abbiamo già prodotto un documento con ciò che questo tavolo deve monitorare, con i primi numeri che abbiamo a disposizione. Con delle raccomandazioni date alle aziende di attivare determinati percorsi quali l’accoglienza, il controllo dei locali, alcune attività, il personale, il lavoro in gruppo specie in alcune fasce orarie, quali sono in caso di aggressione gli atteggiamenti da tenere mentre il personale svolge la sua attività, come capire i segnali prima di una aggressione. Abbiamo già messo in moto questi meccanismi. Inoltre, ho partecipato ad alcuni interventi alla Camera dei deputati per quanto riguarda la norma di legge e sensibilizzato la ministra della Salute Giulia Grillo che è venuta all’Ordine dei medici di Roma, dove è iscritta, che ha fatto la proposta sulla violenza agli operatori sanitari e dove sono stati presentati altri due disegni di legge, uno presentato da Fratelli d’Italia e l’altro dalla sinistra sempre sullo stesso tema.
Come può la categoria medica riconquistare la fiducia della popolazione?
Questo è l’altro problema. L’operatore durante il servizio non è un pubblico ufficiale. Le aziende ad oggi hanno sempre lasciato i medici da soli, abbandonati a se stessi. Con la procedura d’ufficio invece si supererebbe. Per cui noi abbiamo chiesto questo accorgimento e devo dire che nella prima stesura dell’Osservatorio della Regione Lazio si consiglia alle aziende di stare vicino al medico in fase di querela.
Se il medico venisse riconosciuto come pubblico ufficiale ci sarebbero una serie di oneri per lui.
Infatti, noi non vogliamo che sia definito tale in senso stretto, ma che nell’ambito della legge ci sia la possibilità di procedere lo stesso d’ufficio, indipendentemente dalla figura dell’operatore, in modo tale da far emergere tutto quello che noi oggi non vediamo, perché ci sono vari tipi di violenza, verbale, fisica, minacce, insulti, percosse, omicidio.
Poi ci sono le donne che hanno paura di svolgere la loro attività professionale in luoghi più sperduti e limitrofi. Perché un’azienda sanitaria non si pone la domanda di mettere una donna in condizione di lavorare in sicurezza?
Le strutture devono essere vigilate e i turni controllati, non c’è dubbio. Addirittura, nel Friuli Venezia Giulia c’è stata l’iniziativa degli alpini che autonomamente si sono resi disponibili a scortare i medici, sia donne che uomini, nel momento in cui vanno a svolgere le loro attività e poi rimangono di guardia. Questo è stato un segnale forte. Noi abbiamo chiesto al Prefetto di Roma e ad altri di mettere dei posti di protezione nei Pronto Soccorso, di vigilare in alcune strutture in particolare.
Una volta c’erano.
C’erano una volta e poi sono venute meno per mancanza di personale, è un problema nazionale.
Lei confida che ci sia una soluzione a queste problematiche oppure ci stiamo avviando verso una lenta china?
Se stiamo con il fiato sul collo penso di sì. Perché a parte i medici che subiscono la violenza e gli operatori, anche i pazienti vengono danneggiati se i medici non sono sereni nello svolgimento della loro attività. Per cui è un problema grosso che bisogna assolutamente risolvere. È però uno dei tanti problemi che ha la sanità in questo momento. Quindi fa parte di una di quelle cose che vanno a tutela del cittadino. Bisogna isolare certi soggetti. È anche questione di educazione civica che manca, perché non c’è solo la carenza nelle strutture sanitarie, c’è carenza anche nelle scuole, professori picchiati, nei campi da gioco del calcio, guardi gli arbitri; negli autobus, nei taxi. Si vive un grandissimo momento di inciviltà. In più, dobbiamo recuperare quel rapporto fiduciario e questo dipende un po’ da tutti quanti, dai media, dall’aggressività di certi avvocati scorretti, medici che non sanno comunicare con i pazienti, che non sanno cos’è l’empatia nel tempo di cura, perché ciascun paziente ha diritto al suo tempo nella cura. Queste sono cose che camminano insieme e vanno superate tutte quante.
Questo mea culpa mi piace.
Un mea culpa relativo, perché c’è qualcuno che non sa comunicare e quello è un problema proprio personale ma bisogna anche considerare che abbiamo attualmente un personale molto ridotto e si lavora sempre in emergenza e si andrà sempre a peggiorare per mancanza di specialità che vedremo sempre meno nel panorama sanitario del Paese da oggi a venire. C’è un collega che mi diceva giorni fa “O faccio un politrauma o un’emorragia, sono da solo e devo decidere da chi devo andare”. Certe volte ho dei colleghi che si trovano in situazioni terribili come questo e allora alla faccia della comunicazione! Bisogna invece dare il tempo necessario al professionista per cui ci si possa dedicare al paziente senza stress. Col fatto del turnover, col fatto che non assumono più nessuno, la cosa si sta esasperando sempre di più. Bisogna risolvere il problema. Poi c’è la parte burocratica che crea ostacoli quotidianamente, il paziente fa la fila per ore allo sportello e poi arriva dal medico già frustrato.
C’è carenza dei medici perché c’è un grosso problema con le specializzazioni?
Manca una programmazione corretta per il percorso che i medici devono chiudere non con la laurea, ma con la specializzazione. In Italia non programmiamo mai nulla come in tutte le cose e così tanti vanno via a lavorare all’estero, anche per il blocco del turnover, dopo che a spese nostre abbiamo specializzato queste persone andiamo a coprire errori fatti da altri in altri Paesi con le nostre risorse finanziate da noi. Ogni specializzato ci costa circa 400mila euro con soldi pubblici nostri. Alcune specialità vanno anche deserte perché a rischio professionale molto elevato, come ortopedia, ginecologia, anestesia, chirurgia. Per cui bisogna dire che in Italia, come in Polonia e Messico, c’è la penalizzazione del medico. Se sparo a una persona per strada o faccio un errore medico è la stessa cosa nel penale. O creiamo un meccanismo differente e allora creiamo un supporto per i colleghi oppure non so come andrà a finire. Perché un errore può accadere, l’importante che non sia dovuto a negligenza, imperizia. Anche l’apertura a tutti senza il numero chiuso della facoltà di Medicina, senza una programmazione delle specializzazioni, diventa un problema enorme per due motivi: le borse non sono sufficienti, tanti colleghi si laureerebbero ma non possono entrare nel mondo del lavoro, perché non si potrebbero specializzare. Poi perdiamo ogni anno una città grande come Parma come numero di nascite e nessuno ne parla. E quindi se si aprono i numeri chiusi delle università, succederà che poi il medico per vivere si dovrà inventare una malattia. Ci vuole un numero anche lì programmato, comprendendo quali sono le esigenze del territorio.
@vanessaseffer

Solo pochi giorni fa scrivevamo dello spot televisivo e radiofonico contro la categoria medica. Uno spot promosso dall’ennesima associazione di presunta tutela degli interessi dei cittadini, laddove gli interessi, di natura esclusivamente economica, vengono rappresentati da quanti lasciano balenare l’idea di sostanziosi risarcimenti ottenibili a costo zero, denunciando per malpractice un medico. Iniziative che, in spregio alla deontologia professionale ed anche al buon senso, promettono anche “nessun costo in caso di rigetto della denuncia”. Ricordate il personaggio di Walt Disney, quell’avaro ma simpatico Paperon de’ Paperoni, le cui pupille si trasformavano nel simbolo del dollaro quando qualcuno gli faceva intendere la possibilità di facili e lauti guadagni? Ingordigia e avarizia ma almeno tanta simpatia: e in tante situazioni alla fine usciva il cuore d’oro del vecchio zione plutocrate. Magari ora il simbolo del dollaro viene sostituito da quello dell’euro nelle pupille di questi promotori finanziari di facili arricchimenti alle spalle dei camici bianchi. E, visto che le strategie di marketing sono in continua evoluzione, ci permettiamo di suggerire a questi sedicenti benefattori una variante pubblicitaria, un’offerta promozionale cumulativa: denuncia tre medici, il quarto lo aggrediamo noi, magari al Pronto Soccorso, gratis! Sì, proprio così: questa può essere la nuova strategia pubblicitaria. Magari è un po’ aggressiva ma che importa, i medici alle aggressioni ci hanno fatto il callo. E anche agli stupri durante i turni di guardia, ai colpi di cacciavite inferti in un parcheggio al termine del servizio, a qualche colpo di pistola sparato così, tanto per dare una lezione a quel dottore che “ha ammazzato” un parente. E vai col Far West, con la giustizia sommaria, e tutto questo nel silenzio della politica che ha difficoltà a definire questi fenomeni nell’unica maniera possibile: azioni criminali.
Trecento anni dopo la nascita della Massoneria a Londra nel 1717, nasce a Lecce il 24 giugno 2017 l’OMTI, Ordine Massonico Tradizionale Italiano: l’obbedienza massonica che ha come reggente il Gran Maestro Venerabile Professor Luigi Pruneti, fiorentino, entrato in Massoneria dal 1974 nella Loggia A.L.A.M. della Gran Loggia d’Italia, dove ha ricoperto tutti i ruoli ed ogni tipo di incarico. Oggi, a meno di due anni dalla nascita, l’OMTI conta circa ottanta Logge e mille iscritti in tutta Italia.
La Massoneria si affermò in Europa e nel mondo difendendo principi e ideologie umanitarie. Nel 1717 a Londra se ne dà costituzione più formale come unione di associazioni ed organizzazioni gerarchiche dette “Logge”. La prima testimonianza certa e documentata della presenza massonica nel nostro Paese risale al 1728 a Napoli, ma ci sono tracce che testimoniano la presenza della prima Gran Loggia italiana nata ancora prima, nel 1723 a Girifalco, un piccolo centro abitato con appena settemila abitanti, che si adagia fra le colline coperte da ulivi secolari, all’ombra del Monte Covello, tra il fiume Pesipe e il Caria, poco distante da Lamezia Terme e da Vibo Valentia, sul versante tirrenico, a 36 chilometri da Catanzaro. Proprio lì nacque la prima Gran Loggia massonica italiana, la Fidelitas. Oggi in Italia la Massoneria è frammentata in diverse obbedienze e comunioni. Fra queste il Grande Oriente d’Italia (Goi) guidata dal Gran Maestro Stefano Bisi dal 2014, che dal 1982 appartiene alla Loggia Montaperti di Siena, la sua città, al quale chiediamo di spiegarci alcuni aspetti della vita massonica, per far comprendere meglio al grande pubblico in cosa consiste e se c’è un “segreto massonico”.
Il 5 maggio 1860 Giuseppe Garibaldi decise di porsi al comando dei mille volontari, di salpare da Genova Quarto in direzione della Sicilia, con l’obiettivo di liberare il meridione e giungere all’Unità d’Italia. Con la proclamazione del Regno d’Italia, Vittorio Emanuele II assunse il titolo di Re d’Italia. Dopo averla unita territorialmente, restava tuttavia il problema di unificare l’Italia dal punto di vista amministrativo, economico e politico. Questo era sì un problema, ma forse non veniva ritenuto il principale. Tanto che che Massimo D’Azeglio pronunciò la famosa frase “fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”, anche a significare che per quanto geograficamente e politicamente nel 1861 risultasse unita, nel Paese avrebbero continuato a regnare culture e tradizioni variegate e ben differenti tra loro. Oltre all’unità politica, altrettanto importante era la necessità di realizzare tra gli italiani uno spirito civico e una coscienza nazionale, un’autentica unità nel sentire e nell’agire.
Quasi sei milioni di immigrati condividono con gli italiani spazi, case, luoghi di lavoro e anche i supermercati. Ma chi prende spunto dalle abitudini alimentari dell’altro? Cosa c’è da un po’ di tempo nei nostri carrelli che fa la differenza? Abbiamo finito col somigliare ai nuovi consumatori e loro un po’ a noi. Il cibo ci accomuna, i nostri carrelli parlano chiaro: se gli stranieri si stanno “italianizzando” noi ci stiamo “stranierizzando”: mango, papaia, maracuja, quinoa, aloe, kamut. Non possono mancare tutti i tipi di semi: di lino, di chia, di girasole, di sesamo. Qualcuno ha una vera cultura, legge, frequenta corsi, altri non ci capiscono niente, però fa chic e comprano, comprano e utilizzano di tutto. Ma faranno male? E il latte di cocco senza il quale non avremmo mai un vero pollo al curry? Senza lo zenzero, invece, non potremmo più andare a dormire, la nostra tisana che pizzica un po’ la gola con alcune gocce di limone, è il toccasana del dopocena, fa digerire e nonostante i suoi effetti antinausea, con il suo profumo allunga il tempo con gli amici o la persona amata. Ma a dominare, su tutte le spezie, spadroneggiando pure sui benefici della cannella, adesso c’è la curcuma. Lei, con quel colore giallo-oro, si fa largo perché compone una bevanda dal nome che la dice lunga su quanto possa far sognare e rendere misteriosi i sogni di ciascuno di noi: il Golden Milk. Soave, intrigante, berne una tazza ti fa già sentire in uno dei 27 piani di Antilia, avvolta da splendide sete e circondata da splendidi tesori, magari in compagnia di Mukesh Ambani che organizza una festa sontuosa in quei 37mila metri quadrati che si ergono in mezzo alla popolazione più povera del mondo. Alla base della vera ricetta troviamo acqua calda, un cucchiaino di curcuma, un pizzico di pepe nero che potenzia le proprietà della polvere dorata. A questa pasta si aggiunge olio di cocco e un dolcificante naturale. Le ricette che variano nelle famiglie indiane a seconda dell’uso terapeutico (?) che bisogna farne. Richiede tempo e attenzione. Oggi, nei nostri supermercati, troviamo la curcuma nelle tisane, in compresse da sola o con la piperina, in polvere da sciogliere nel latte di soia, nel latte di riso, nell’acqua o nello yogurt.